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Joaquín LLOBELL
Pontificia Università della Santa Croce

La “par condicio” fra l’impugnazione delle
sentenze
affermative e
negative
nelle cause di nullità del matrimonio ex M.p. “Mitis Iudex”
*

Indice

1.       La trattazione omogenea delle sentenze e delle loro impugnazioni nelle cause di nullità del matrimonio, siano affermative o negative della nullità del matrimonio. 3

2.       La qualificata e numerosa impostazione, dottrinale e giurisprudenziale, favorevole all’affievolimento della “par condicio” di alcuni elementi essenziali dell’appello, quale la sottomissione ai termini perentori, in dipendenza dal fatto che la sentenza affermi o neghi la nullità del matrimonio. 8

3.       L’obbligo della doppia sentenza conforme e dell’appello del difensore del vincolo alla radice della diversità dell’“appello” avverso la sentenza a favore o contro la dichiarazione di nullità del matrimonio. 14

4.       Cenni su alcune “quaestiones disputatae” riguardanti la diversità normativa fra le sentenze affermative e negative. 16

4.1.   La duplicità di regime per il giudizio d’appello a seconda che la sentenza sia a favore o contro la nullità del matrimonio. 16

4.2.   Il riferimento riguardante l’esecutività della sola sentenza affermativa escluderebbe ipso facto la sentenza negativa dall’ambito del “giudicato”. 18

4.3.   Il passaggio in giudicato della doppia sentenza conforme e della sentenza inappellabile ex can. 1641, nn. 2-4, indipendentemente dal tenore del suo dispositivo, e l’“exceptio iudicati” ex can. 1642 § 2. 19

4.4.   Il diritto alla possibilità di una doppia sentenza conforme: l’appello contro la sentenza di seconda istanza difforme da quella di primo grado. 20

4.5.   La “nova causae propositio” ex MI can. 1681 è il mezzo d’impugnazione contro la sentenza negativa passata in giudicato ex can. 1641. 21

4.6.   L’abrogazione della “retractatio” (PME art. 217 § 1) e della dichiarazione della Segnatura Apostolica (3-6-1989) 22

4.7.   “... et alia huiusmodi”. 25

5.       Breve conclusione interlocutoria. 26

1.     La trattazione omogenea delle sentenze e delle loro impugnazioni nelle cause di nullità del matrimonio, siano affermative o negative della nullità del matrimonio

Nel riflettere sulle principali innovazioni del sistema normativo del M.p. “Mitis Iudex” [citato MI] vorrei tornare a considerare alcuni aspetti riguardanti, in particolare, l’impugnabilità delle sentenze negative delle cause matrimoniali, ossia delle sentenze che concludono con la dichiarazione «non constare de nullitate matrimonii in casu». Infatti, i molti fedeli che attendono la sentenza pro nullitate, che potrebbe consentire loro la celebrazione di un nuovo matrimonio, potranno ricevere il relativo provvedimento come veramente pastorale nella misura in cui saranno convinti della sua veridicità e giustizia:

«Una sola Parola – Vangelo – che nell’atto di essere annunciato diventa gioiosa e misericordiosa verità.

Che nessuno cerchi di separare queste tre grazie del Vangelo: la sua Verità – non negoziabile –, la sua Misericordia – incondizionata con tutti i peccatori – e la sua Gioia – intima e inclusiva –. Verità, Misericordia e Gioia: tutte e tre insieme»[1].

A tale proposito appare utile proteggere l’uguaglianza formale, la par condicio, fra le sentenze affermative e negative della nullità del matrimonio, come uguale deve essere, in un processo penale, la tutela giudiziale di chi sostiene l’accusa e dell’accusato, a prescindere dal fatto che costui sia colpevole o innocente.

La lettura di questi aspetti del MI fatta dalla dottrina e giurisprudenza prevalenti forse dipende troppo dalla diversità legislativa introdotta da Benedetto XIV con la Const. ap. Dei miseratione, 3-11-1741[2], forse affievolendo il presupposto, anche nelle diverse quaestiones disputatae a cui accennerò, che il MI più che una riforma radicale abbia operato «una vera e propria rifondazione del processo matrimoniale canonico», come affermò Mons. Pinto all’indomani della pubblicazione del MI (9-9-2015) e fu successivamente sottolineato dal Proemio del Rescritto 8-11-2015[3].

Ho sostenuto tale par condicio sin dal mio primo commento al MI (30-10-2015)[4]. Anche se detta interpretazione era implicita, era altrettanto evidente, perché mi sembrava (allora, ma anche adesso) conseguenza diretta dell’affermazione della natura perentoria senza eccezioni dei termini per l’appello in seguito all’abrogazione dell’obbligo della doppia sentenza conforme; perciò l’ho riproposta esplicitamente in altre occasioni [5].

Queste considerazioni cercano di proteggere istituti direttamente provenienti dalla natura giudiziale del MI, ripetutamente affermata da Papa Francesco. A tale proposito, il Papa scriveva nei §§ 6 e 7 del Proemio del MI:

«In totale sintonia con [i] desideri [della maggioranza dei miei Fratelli nell’Episcopato, riuniti nel recente Sinodo straordinario (ottobre 2014), che ha sollecitato processi più rapidi ed accessibili (Cf. Relatio Synodi, n. 48)], ho deciso di dare con questo Motu proprio disposizioni con le quali si favorisca non la nullità dei matrimoni, ma la celerità dei processi, non meno che una giusta semplicità, affinché, a motivo della ritardata definizione del giudizio, il cuore dei fedeli che attendono il chiarimento del proprio stato non sia lungamente oppresso dalle tenebre del dubbio» (§ 6).

«Ho fatto ciò, comunque, seguendo le orme dei miei Predecessori, i quali hanno voluto che le cause di nullità del matrimonio vengano trattate per via giudiziale, e non amministrativa, non perché lo imponga la natura della cosa, ma piuttosto lo esiga la necessità di tutelare in massimo grado la verità del sacro vincolo: e ciò è esattamente assicurato dalle garanzie dell’ordine giudiziario» (§ 7).

E insisteva nell’introduzione della Ratio procedendi del MI quando sottolineava che la nuova legge offre

«alcuni strumenti affinché l’operato dei tribunali possa rispondere alle esigenze dei fedeli, che richiedono l’accertamento della verità sull’esistenza o no del vincolo del loro matrimonio fallito» (corsivo mio).

Il Papa vuole proteggere quindi il processo giudiziale affinché possa adempiere la funzione chiarificatrice della nullità o della validità del matrimonio fallito. A tale scopo è necessario che la comunità ecclesiale – ma anche quella civile, che sui temi antropologici guarda alla Chiesa con particolare attenzione – possa percepire la coerenza del sistema e la sua cristallina applicazione.

Il punto di partenza delle cause di nullità del matrimonio è la natura indissolubile del matrimonio valido e la logica presunzione, aliena da ogni formalismo, della validità dei matrimoni celebrati in forma canonica: il favor matrimonii accolto dal can. 1060. Sarebbe perciò problematico un sistema che proteggesse le sentenze affermative (“pro nullitate matrimonii”) in modo più incisivo di quelle negative (“seu non constare de nullitate matrimonii in casu”). Tuttavia, la verità va conosciuta senza pregiudizi pessimistici né ottimistici. E la realtà sul matrimonio e la famiglia è cambiata molto in poco tempo e offre dati preoccupanti che non hanno bisogno di essere ora dimostrati.

Comunque, malgrado queste manifestazioni della “scristianizzazione della vecchia Europa”, uno sbilanciamento del sistema giudiziale a favore delle sentenze affermative comporterebbe, riformulando le parole citate del Proemio del MI, che «il cuore dei fedeli che attendono il chiarimento del proprio stato» dai giudici della Chiesa potrebbe continuare ad essere oppresso «dalle tenebre del dubbio». Questi fedeli – e la comunità ecclesiale e civile, considerata la globalizzazione mediatica – finirebbero per essere consapevoli di tale sbilanciamento e, quindi, per dubitare di aver ricevuto un vero «chiarimento del proprio stato». Un sistema che favorisse le sentenze affermative a scapito di quelle negative, anziché la dichiarazione pro rei veritate del «constare (vel non constare) de nullitate matrimonii in casu», sulla quale reimpostare la propria vita, piuttosto che far parte di un programma terapeutico, benché impegnativo, teso a guarire l’anima e la volontà, potrebbe diventare (nella misura in cui i fedeli ne fossero consapevoli) una sorta di surrogato del vero intervento pastorale, che potrebbe non diradare le “tenebre del dubbio” di cui parla Papa Francesco.

Perciò, il Papa ha insistito nella valenza pastorale della verità dichiarata dalla sentenza (ad es., nei citati brani del MI), anche quando detta decisione non coincide con il convincimento di coloro che si rivolgono ai tribunali della Chiesa sollecitando la dichiarazione della nullità del proprio matrimonio. È veramente pastorale la pronuncia secondo verità, sia questa a favore o contro la validità del matrimonio, che il giudice è convinto di aver raggiunto grazie alla preparazione ricevuta e come conseguenza di una adeguata indagine istruttoria alla quale egli può dare impulso anche d’ufficio, qualora lo ritenga necessario appunto per conoscere la verità (cfr. CIC 1983 can. 1452; DC art. 71). Alla pastoralità di tale verità si riferiva il gesuita spagnolo Tomás Sánchez alla fine del XVIº secolo (a. 1550-1610), quando sosteneva che non può esistere un vero favor matrimonii che prescinda dalla verità: «l’autentico favor matrimonii implica lo scioglimento del matrimonio nullo e la tutela di quello valido»[6], diceva. E tale è stato sempre l’insegnamento della Chiesa. Ad es., in ossequio a tale principio san Giovanni Paolo II sostenne, come abbiamo visto che fa Papa Francesco, che: «Ogni sentenza giusta di validità o nullità del matrimonio è un apporto alla cultura dell’indissolubilità sia nella Chiesa che nel mondo»[7].

Nel volume del 2016 dei «Quaderni dello Studio Rotale» sono raggruppati diversi interventi di Papa Francesco per l’applicazione dei due motupropri sui processi di nullità del matrimonio (15-8-2015). Fra gli altri, un discorso del 12-3-2016, in occasione di un Corso di Formazione sul processo matrimoniale tenuto dalla Rota Romana, in cui il Santo Padre insisteva sul fatto che:

«Come ho già avuto occasione di dire, con la riforma del processo matrimoniale da me promulgata, ho voluto chiudere per sempre al processo amministrativo, perché sarebbe la porta che apre al cosiddetto “divorzio ecclesiastico”. No, mai il processo amministrativo in questa materia; sempre la procedura giudiziale. È un punto importante; i casi di nullità si trattino giudizialmente, sia nel processo breviore che in quello ordinario» [8].

Tuttavia, l’affermazione della natura giudiziale del processo non è retorica, ma ha delle precise esigenze essenziali, richieste dalla natura delle cose ancor prima che dalla legge positiva, che devono essere osservate.

Riguardo ai requisiti del cosiddetto “diritto al giusto processo” dobbiamo riconoscere che l’obbligo della doppia sentenza conforme pro nullitate matrimonii per poter celebrare un nuovo matrimonio coram Ecclesia, imposizione introdotta dalla DM, comportò diverse e importanti necessarie modifiche al processo canonico che, a motivo della “matrimonializzazione” dell’attività dei tribunali della Chiesa, hanno intaccato istituti processuali essenziali che hanno affievolito la propria identità, senza che una tale “deformazione”, dovuta all’obbligo della doppia sentenza conforme, sia stata rettificata quando tale imposizione è stata abrogata; anzi, talvolta è stata incorporata al sistema come una specificità dell’ordinamento canonico.

2.     La qualificata e numerosa impostazione, dottrinale e giurisprudenziale, favorevole all’affievolimento della “par condicio” di alcuni elementi essenziali dell’appello, quale la sottomissione ai termini perentori, in dipendenza dal fatto che la sentenza affermi o neghi la nullità del matrimonio

Sant’Agostino d’Ippona nel De civitate Dei offre una nota regola etica la cui valenza giuridica è confacente alla nostra riflessione:

«Pax omnium rerum tranquillitas ordinis. Ordo est parium dispariumque rerum sua cuique loca tribuens dispositio»[9].

Nell’ambito giuridico sembra giustificata l’identificazione tra la tranquillitas ordinis agostiniana e il ius suum cuique tribuere del diritto romano (Dig. 1, 1, 10). E non c’è bisogno di forzare i termini per collegare la pax (nel suo senso più profondo e trascendente), frutto dell’ordine, con la salus animarum scopo dell’ordinamento canonico (can. 1752)[10]. Lo ius Ecclesiae collabora alla pace eterna delle anime, alla loro salvezza, nella misura in cui l’ordine si realizzi – sempre con l’aequitas canonica (per quanto riguarda il processo, cfr. cann. 19, 221 § 2, 1752) – in tutti i suoi settori, non esclusi quegli ambiti e i relativi istituti che possono sembrare meramente “tecnici”.

Fra le branche del diritto e gli istituti giuridici certamente complessi non si dubita di annoverare il diritto processuale e, nelle fattispecie di cui intendiamo occuparci, i connotati caratteristici dell’appello contro la sentenza ritenuta “ingiusta” perché non ha concesso quanto richiesto da qualcuna delle parti (cfr. can. 1628, MI can. 1680 § 1). Fra gli aspetti essenziali dell’appello devono segnalarsi: a) l’accesso a una nuova pronuncia giudiziale sul merito della causa decisa in prima istanza, il cosiddetto diritto al doppio grado di giurisdizione (cfr. can. 1639), il quale implica normalmente l’effetto sospensivo del primo provvedimento (cfr. can. 1638); b) la necessità che tale diritto sia esercitato tempestivamente entro termini relativamente brevi e di natura perentoria (cfr. cann. 1630, 1632, 1635, DC art. 281 § 1, MI can. 1679).

In effetti, il legislatore si studia di armonizzare la ricerca della corrispondenza fra la verità della vita e la seconda sentenza sulla medesima causa, pronunciata dal tribunale d’appello, con le dovute cautele tese ad evitare un uso ostruzionistico del diritto alla seconda decisione, cautele fra cui emerge la perentorietà dei termini per l’appello stabiliti dalla legge e che difatti vengono chiamati “fatalia” anche in italiano, per ribadire che la loro scadenza comporta l’irrimediabile perdita del rispettivo diritto: «I così detti “fatalia legis”, cioè i termini costituiti dalla legge per la perenzione dei diritti, non possono essere prorogati, né possono essere validamente ridotti se non lo richiedano le parti» (can. 1465 § 1; cfr. cann. 1635, 1637 § 3).

L’equilibrata ottemperanza di questi elementi consente che l’appello contribuisca al raggiungimento di quella pace intesa come tranquillitas ordinis che comporta, in ultima analisi, la salus animarum. «Opus iustitiae pax», scrisse Isaia (32, 17), e san Tommaso d’Aquino non esitò ad abbinare tale espressione con quell’altra agostiniana testé accennata:

«omne appetens appetit tranquille et sine impedimento pervenire ad id quod appetit, in quo consistit ratio pacis quam Augustinus definit “tranquillitatem ordinis”»; «pax est opus iustitiae indirecte, in quantum scilicet removet prohibens»[11].

San Giovanni Paolo II non indugiò nell’affermare che «il diritto processuale è un fatto di Chiesa, come strumento di superamento e di risoluzione dei conflitti»[12]. E la perentorietà dei termini dell’appello appartiene agli istituti essenziali di ogni processo giusto, che può consentire puntuali eccezioni, senza però snaturarsi così come avverrebbe con la concessione della possibilità di un appello senza termine. Il Proemio del MI, a mio parere, evidenzia l’importanza di detta perentorietà quando segnala che il nuovo processo di nullità del matrimonio vuole favorire «una giusta semplicità, affinché, a motivo della ritardata definizione del giudizio, il cuore dei fedeli che attendono il chiarimento del proprio stato non sia lungamente oppresso dalle tenebre del dubbio» (MI Proemio § 6). Se la finalità del nuovo processo non è favorire «la nullità dei matrimoni, ma la celerità dei processi, non meno che una giusta semplicità» per diradare le «tenebre del dubbio» (ibidem), contraddirebbe esplicitamente detta finalità l’assunto che la nuova legge conservi un appello non circoscritto entro limiti temporali perentori, che consenta al coniuge parte attrice soccombente di adire il tribunale di appello quando lo ritenga opportuno, ancorché il permanere dell’incertezza comporti, di fatto, lasciare nelle “tenebre del dubbio” il coniuge parte convenuta. Infatti, il coniuge convinto della validità del proprio vincolo sarà privato della “luce della certezza” prodotta da una sentenza inappellabile favorevole al proprio stato di coniuge e, qualora il caput nullitatis della causa riguardi una sua incapacità o la simulazione del consenso da parte sua, anche rassicurante circa la propria capacità ed onestà.

Si potrebbe replicare che l’ordinamento canonico, almeno dalla decretale “Lator” di Alessandro III (a. 1159-1181), ha consentito l’impugnazione della sentenza senza alcun termine preclusivo, in applicazione della nota espressione della rubrica (sommario) della decretale: «Sententia lata contra matrimonium nunquam transit in rem iudicatam; unde quandocunque revocatur» [13]. E che, da allora, detto principio è stato recepito quasi ad litteram dall’ordinamento della Chiesa, fino al vigente can. 1643: «Numquam transeunt in rem iudicatam causae de statu personarum».

Tuttavia, il brano citato del De civitate Dei ci aiuta a capire l’importanza di distinguere gli elementi del brocardo in questione per poter trattare omogeneamente le cose uguali (le “res pares”) e disomogeneamente quelle disuguali (le “res dispares”) e così facendo raggiungere l’ordine e la pace: «Ordo est parium dispariumque rerum sua cuique loca tribuens dispositio». Infatti, la “Lator” non consente in modo assoluto l’appello senza termine per riparare la mera soccombenza, giacché l’impugnazione in questione consente, senza alcun termine a differenza dell’appello, la revoca della sentenza non passata in giudicato ma neanche appellabile, «purché consti il suo errore» [14]. La volontà del legislatore, Alessandro III, è quella di rimediare alla collusione fra i coniugi che ha permesso loro di ottenere una fraudolenta sentenza affermativa basata sulla frivola trattazione delle cause di nullità dei matrimoni celebrati canonicamente e il conseguente inganno alla Chiesa: “ecclesiam deceptam”. Nella fattispecie il Papa ritiene che il rimedio giusto contro la fraudolenta sentenza affermativa (inappellabile per la decorrenza dei termini perentori, considerando che era stata ottenuta mediante la collusione di entrambi i coniugi) è una sentenza negativa della nullità del matrimonio con un aggiunto severo provvedimento esecutivo, l’obbligo di ritornare alla convivenza matrimoniale: decisioni che non consentono ulteriore impugnazione[15].

La protezione ex lege della sentenza negativa mediante l’applicabilità immediata della riformabilità delle sentenze affermative – “contra matrimonii validitatem” – e solo mediatamente anche delle negative, vale a dire, “pro matrimonii validitate”, in applicazione dell’aforisma «Sententia lata contra matrimonium nunquam transit in rem iudicatam», diventerà talmente rafforzata con la DM che la dottrina e la giurisprudenza successive affievolirono sia il carattere perentorio dell’appello contro le sentenze negative, sia la proponibilità della nova causae propositio in assenza delle condizioni richieste (le “nuove e gravi prove o argomenti” di cui al can. 1644 § 1). Si è voluto evitare, nel sistema della DM, che la sentenza negativa non appellata potesse diventare nei fatti – considerata la frequente assenza di avvocati in molte diocesi della Chiesa universale – più stabile e protetta che la prima sentenza affermativa, alla quale, dalla DM al MI, era garantito il controllo di una nuova istanza, tranne che nel processo documentale (cfr. CIC 1983 can. 1687; DC artt. 298, 301 § 2).

Il Proemium del MI indica come primo “criterio fondamentale” della riforma «anzitutto, che non sia più richiesta una doppia decisione conforme in favore della nullità del matrimonio, affinché le parti siano ammesse a nuove nozze canoniche, ma che sia sufficiente la certezza morale raggiunta dal primo giudice a norma del diritto». Il MI can. 1679 precisa tale criterio: «La sentenza che per la prima volta ha dichiarato la nullità del matrimonio, decorsi i termini stabiliti nei cann. 1630-1633 [per l’appello], diventa esecutiva».

È quindi palese che il Legislatore odierno vuole evidenziare la diversità con l’abrogato can. 1684 § 1 che richiedeva che la prima sentenza pro nullitate matrimonii fosse confermata da una seconda decisione (sentenza o decreto ex CIC 1983 can. 1682 § 2). Vi era la possibilità di assolutizzare la nuova procedura applicandola solo alle sentenze pro nullitate matrimonii e non alle negative, contraddicendo la natura perentoria stricto sensu dell’appello contro la sentenza. Ma in tal modo si sarebbe venuto a creare un divario con le sentenze affermative che, benché non lo si volesse, avrebbe potuto essere interpretato facilmente come un certo affievolimento della finalità cercata dal citato Proemio del MI [§ 6], secondo cui Papa Francesco afferma di aver voluto stabilire mezzi per evitare ai coniugi (il cui matrimonio è fallito e chiedono alla Chiesa una pronuncia giudiziale sulla sua eventuale nullità) il prolungamento sull’incertezza del proprio stato personale. Difatti, detta imprescrittibilità avrebbe provocato un dubbio di coscienza, che invece non sussiste se si ammette che i termini per l’appello sono perentori anche per le sentenze negative.

Nonostante il personale dissenso – per questo ed altri motivi a cui accennerò di seguito – sulla rispondenza della nuova legislazione all’impostazione che non condivido, è doveroso riconoscere che essa è quella sostenuta dalla maggiore e più prestigiosa dottrina (che, in parte, ho potuto conoscere prima della sua pubblicazione per la gentilezza degli Autori che l’hanno messa a mia disposizione) [16], nonché dalla giurisprudenza rotale che si è occupata in modo più o meno diretto dell’appello ex MI cann. 1679 e 1680 § 2 [17]. Tuttavia, forse Moneta (qualificato membro della commissione che preparò il MI [18], nel citato studio pubblicato, appena scritto, il 12-6-2017) rende ragione della mia titubanza in un passaggio del suo articolo, dal quale potrebbe emergere una prevalenza talmente decisa della «ricerca e l’accertamento della nullità» che potrebbe finire, anche se non lo si voglia, per «favorire la nullità»:

«Da un favor matrimonii, chiaramente percepibile alla base della precedente disciplina, sembra dunque si sia passati a un favor nullitatis, ossia a un criterio preferenziale che non trova riscontro nei principi generali che tradizionalmente caratterizzano il regime matrimoniale.

«In realtà, l’intento e lo spirito che sta alla base della nuova legislazione non è quello di favorire la nullità, ma di favorire la ricerca e l’accertamento della nullità. Si è infatti sempre più chiaramente avvertito che la nullità non costituisce un evento del tutto marginale, relegato a casi eccezionali, ma una situazione che caratterizza un rilevante numero di matrimoni. E ciò sia per ragioni, per così dire, esterne, riguardanti la mentalità, lo stile di vita, le convinzioni religiose, la secolarizzazione, le acquisizioni delle scienze umane; sia per ragioni inerenti allo stesso modo di concepire il matrimonio affermatosi nell’ambito della Chiesa e ormai fatto proprio anche dall’attuale diritto canonico, ossia del matrimonio visto essenzialmente in chiave personalistica, dove assumono rilievo predominante la reciproca donazione tra gli sposi e il rapporto di comunione interpersonale che tra di essi si instaura.

«Nel contempo – ed è questo il secondo importante aspetto che va sottolineato – è cresciuta l’attenzione pastorale verso le situazioni di coloro che hanno avuto un’infelice esperienza di vita coniugale e che spesso sono portati a vivere in una situazione personale che non è conforme alla disciplina della Chiesa. Situazione questa che va sempre più diffondendosi anche nell’ambito della comunità dei credenti, essendo anch’essi inevitabilmente coinvolti nella crisi del matrimonio e della famiglia che caratterizza questa nostra età contemporanea.

«Questo insieme di fattori porta ad avvertire come esigenza prioritaria (a partire dagli stessi vertici della Chiesa, da papa Francesco e dal Sinodo dei vescovi) quella di rendere il più possibile accessibile e praticabile l’accertamento dell’eventuale nullità del matrimonio. In secondo piano – anche se pur sempre doverosamente presente – è l’esigenza di condurre tale accertamento in modo rigoroso, di porlo al riparo da eventuali abusi, superficialità, se non falsità o artificiose ricostruzioni.

«La preferenza per la prima delle esigenze ora accennate, oltre a essere chiaramente esplicitata, come abbiamo prima ricordato, nel Proemio dello stesso motu proprio pontificio, trova conferma in diverse innovazioni da esso apportate»[19].

Proprio perché condivido l’analisi del contesto descritto da Moneta con la chiarezza che lo caratterizza, ritengo che sostenere l’omogeneità dell’appello e della nova causae propositio contro le sentenze affermative e contro quelle negative – che non è vietata esplicitamente dalla legge, anzi la rende possibile e auspicabile – aiuterebbe efficacemente ad evitare che «Da un favor matrimonii, chiaramente percepibile alla base della precedente disciplina, sembra dunque si sia passati a un favor nullitatis» (Moneta cit.).

3.     L’obbligo della doppia sentenza conforme e dell’appello del difensore del vincolo alla radice della diversità dell’“appello” avverso la sentenza a favore o contro la dichiarazione di nullità del matrimonio.

È ben noto che la DM (§ 11), oltre a stabilire l’obbligo della doppia sentenza conforme pro nullitate matrimonii, promosse la preparazione e la scelta di giudici idonei e istituì il munus del difensore del vincolo. Questi doveva appellarsi necessariamente contro la prima sentenza pro nullitate e aveva il diritto di fare appello pro sua conscientia anche contro la seconda sentenza conforme pro nullitate, senza la necessità di quei nuovi e gravi argomenti o prove richiesti invece per la nova causae propositio, impugnazione – quest’ultima – esperibile sia da parte del coniuge convenuto contro la doppia decisione affermativa, sia da parte del coniuge parte attrice contro la doppia sentenza negativa. Questo doppio diritto di appello del difensore del vincolo fu accolto nel can. 1987 del CIC 1917 e nell’art. 220 dell’Instr. Provida Mater Ecclesia del 1936[20], ma poi fu ridimensionato dal M.p. Causas matrimoniales (del 1971)[21], che conservò l’obbligo della parte pubblica di fare appello contro la prima sentenza affermativa (cfr. CM n. IX § 1), ma equiparò il difensore del vincolo al coniuge parte convenuta, consentendo a entrambi non l’appello ma soltanto la nova causae propositio (con le condizioni testé ricordate) contro la doppia sentenza conforme pro nullitate matrimonii[22]. Il CIC 1983, poi, abrogò l’obbligo del difensore del vincolo di appellare contro la prima sentenza pro nullitate matrimonii e lo sostituì con l’obbligo del tribunale che emetteva la prima sentenza pro nullitate d’inviare gli atti della causa, la sentenza e gli appelli qualora ci fossero al tribunale superiore (cfr. CIC cann. 1432, 1644; 1682 § 1; DC artt. 56 § 3, 290; MI can. 1681).

Secondo il CM (cfr. n. VIII § 3) il tribunale di seconda istanza poteva ratificare detta sentenza con decreto avente valenza di sentenza sul merito, tramite quello che era chiamato processus brevior (da ben distinguere da quello attuale, istituito coram il Vescovo diocesano ai sensi del MI), solo se si trattava di una sentenza di prima istanza e il tribunale di appello aveva raggiunto la rispettiva certezza morale sulla base dell’insieme degli atti di prima istanza e delle osservazioni del difensore del vincolo e dei coniugi. Altrimenti il tribunale di secondo grado doveva riaprire l’istruttoria adottando la normativa sul processo ordinario (cfr. CIC 1983 can. 1682 § 2; DC artt. 264-266)[23].

Non vi è alcun dubbio sul fatto che i diversi obblighi del difensore del vincolo di appellare mirassero a proteggere il favor matrimonii (cfr. can. 1060), cioè la presunzione della validità del matrimonio. Ciononostante, benché ciò possa sorprendere, senza tale obbligo del difensore del vincolo la prima sentenza pro nullitate matrimonii non avrebbe potuto conseguire l’esecutività per mancanza della possibilità della doppia sentenza conforme. Infatti, qualora non avessero appellato né il coniuge parte convenuta soccombente né il difensore del vincolo, la parte attrice non sarebbe stata legittimata ad appellare per mancanza del presupposto della soccombenza. E di conseguenza, non sarebbe stato possibile giungere alla seconda o ulteriore istanza né alla doppia decisione conforme pro nullitate.

4.     Cenni su alcune “quaestiones disputatae” riguardanti la diversità normativa fra le sentenze affermative e negative

Il fatto che l’obbligo dell’appello del difensore del vincolo contro la sentenza pro nullitate matrimonii diventi strumentale per poter ottenere la seconda decisione conforme, cioè il contrario di quanto formalmente chiede l’appellante, aiuta a capire l’intima distorsione di questo mezzo d’impugnazione, che è un istituto essenziale di ogni sistema giudiziale di tutela dei diritti.

4.1.   La duplicità di regime per il giudizio d’appello a seconda che la sentenza sia a favore o contro la nullità del matrimonio

Tale allontanamento dell’appello, nelle cause di nullità del matrimonio, dai parametri dell’appello del processo ordinario, protrattosi per diversi secoli (certamente dal 1741 con la DM), potrebbe essere uno dei motivi per cui tanti e prestigiosi Autori e Giudici[24] mettano seriamente in discussione, anzi neghino che, in seguito all’entrata in vigore del MI l’8-12-2015, l’appello contro le sentenze negative del processo “ordinario di nullità del matrimonio” (non del “contenzioso ordinario”) abbia un regime omogeneo con quello contro le sentenze affermative, perché l’Art. 4 del MI (cann. 1679-1682) sarebbe applicabile soltanto alle sentenze pro nullitate matrimonii, mentre per quelle negative

«la norma generale di rinvio [del MI] (can. 1691, § 3)[25] renderebbe applicabile nelle cause di nullità matrimoniale l’istituto dell’appello, stabilito di per sé nell’ambito del giudizio contenzioso ordinario, salvaguardando le peculiarità del processo di nullità matrimoniale, soprattutto sotto il profilo della sua appartenenza alle cause de statu personarum»[26].

Questa conclusione, che costituisce il nocciolo del nostro tema, Erlebach la fonda su diversi argomenti, fra cui:

a) Dall’analisi, fondata in parte sui rinvii del MI al CIC 1983, deduce la non perentorietà dei termini per l’appello delle sentenze negative perché

«non risultano ragioni per sostenere che il Legislatore abbia voluto stabilire il can. 1680, § 1 per far valere integralmente nel processo di nullità matrimoniale i cann. 1628-1640, aggirando i filtri stabiliti nel can. 1691, § 3. Se si volesse perciò intendere il can. 1680, § 1 come del tutto astratto, o isolato dal suo contesto, tale canone sarebbe come minimo manifestamente superfluo»[27].

Invero, il MI, assieme a norme nuove come l’esecutività di cui al can. 1679 o i titoli di competenza (cfr. can. 1672), ne contiene altre che dovrebbero essere qualificate pure “superflue” poiché ripetono pedissequamente norme codiciali, semmai con mere modifiche nella numerazione dei canoni o dei loro paragrafi, come la disciplina sulla legittimazione ad causam di cui al MI can. 1674. Tuttavia, l’eventuale superfluità di una norma non comporterebbe la sua inapplicabilità, semmai la rafforzerebbe.

b) Sempre nel § 1 sub a) Erlebach dice:

«non è ammissibile l’ipotesi che il can. 1680, § 1 possa costituire un’enunciazione astratta di valenza, in specie, del diritto di appello nelle cause di nullità matrimoniale perché da una parte questo canone non stabilisce alcunché di diverso rispetto a quanto già previsto sull’appello nel processo contenzioso ordinario e, dall’altra, se quel canone non ci fosse,[28] la norma generale di rinvio (can. 1691, § 3) renderebbe applicabile nelle cause di nullità matrimoniale l’istituto dell’appello, stabilito di per sé nell’ambito del giudizio contenzioso ordinario, salvaguardando le peculiarità del processo di nullità matrimoniale, soprattutto sotto il profilo della sua appartenenza alle cause de statu personarum».

Infatti, i disposti del CIC 1983 sulla natura perentoria dei termini per l’appello erano teoricamente applicabili a tutte le cause di nullità del matrimonio. Tuttavia, come testé segnalato, nel caso della prima sentenza pro nullitate matrimonii il giudizio di appello era garantito dal difensore del vincolo (dal 1741 con la DM al 27-11-1983, prima domenica d’Avvento, giorno dell’entrata in vigore del CIC 1983), e da quel giorno all’8-12-2015 (entrata in vigore del MI) lo era in virtù dell’obbligo dell’invio ex officio da parte del tribunale di prima istanza. Detti istituti non intaccavano comunque il diritto di appello del coniuge(i) soccombente(i) (completamente o parzialmente), anzi essi poteva(no) beneficiare dell’appello incidentale (cfr. can. 1637 § 3). I tribunale ad quod (ometto la considerazione della rinuncia all’istanza) era tenuto a pronunciare una decisione sul merito, con decreto nella fattispecie di cui al can. 1682 § 2, o altrimenti con una nuova sentenza. Comunque era garantito il giudizio di appello “contro” la prima sentenza pro nullitate.

Invece, la sentenza negativa poteva essere appellata dalla parte attrice, ma nessun istituto garantiva un giudizio automatico del tribunale superiore. Questa disomogeneità di trattamento fra le sentenze negative e affermative era comunque esplicitata dalla legge (CIC 1983 can. 1682), a differenza delle perplessità poste dal MI nel can. 1680 § 1, stante anche il richiamo contenuto in quest’ultimo al promotore di giustizia, il quale può essere solo parte attrice nelle cause di nullità del matrimonio (cfr. MI can. 1674 § 1, n. 2) e potrà soltanto appellarsi contro una sentenza negativa, confermando quindi la mia impostazione[29].

4.2.   Il riferimento riguardante l’esecutività della sola sentenza affermativa escluderebbe ipso facto la sentenza negativa dall’ambito del “giudicato”

Si sostiene che le sentenze negative sarebbero considerate escluse dal “giudicato” previsto per la sentenza affermativa non appellata ex MI can. 1679, perché sia questo canone che il titolo dell’Articolo 4 del MI («De sententia, de eiusdem impugnationibus et exsecutione») si riferirebbero alle sole sentenze affermative, dal momento che parlano della exsecutio sententiae, istituto che sarebbe riservato alle sole sentenze affermative.

Tuttavia, da una parte, il mero “titolo” di una legge non dovrebbe impedire che le norme contenute riguardino realtà non esplicitate dalla rubrica, come il MI che, pur intitolato «Litterae Apostolicae Motu Proprio datae ”Mitis Iudex Dominus Iesus” quibus canones Codicis Iuris Canonici de causis ad matrimonii nullitatem declarandam reformantur», o la DC («Instructio “Dignitas connubii” servanda a tribunalibus dioecesanis et interdioecesanis in pertractandis causis nullitatis matrimonii»), o il CIC 1983 («Caput I. De causis ad matrimonii nullitatem declarandam [cann. 1671-1691]») ecc. regolano il processo di nullità del matrimonio senza che per ciò la sentenza definitiva debba essere affermativa.

D’altra parte, benché le sentenze meramente dichiarative di rigetto della domanda non siano normalmente esecutive, vi sono fattispecie di decisioni negative che possono essere considerate esecutive con una esecutività non meramente cautelare, benché oggi non sembri proponibile né opportuna la imposizione di ritornare alla convivenza coniugale, prescritta invece dalla decretale “Lator[30]. Lo è ad es. il provvedimento, di natura giudiziale, con cui è revocato il “decretum exsecutivitatis” in seguito ad una nova causae propositio che modifica un precedente giudicato pro nullitate matrimonii. Non mi riferisco alla sospensione cautelare di cui al can. 1644 § 2, bensì alla revoca dell’annotazione registrale ex MI can. 1682 § 2, revoca non prevista dal CIC 1983 né dalla DC né dal MI, ma sì invece dalla Lex propria Signaturae Apostolicae nella procedura, di natura giudiziale, prevista al fine dell’ottenimento degli effetti civili della dichiarazione canonica di nullità del matrimonio [31].

4.3.   Il passaggio in giudicato della doppia sentenza conforme e della sentenza inappellabile ex can. 1641, nn. 2-4, indipendentemente dal tenore del suo dispositivo, e l’“exceptio iudicati” ex can. 1642 § 2

Le sentenze negative possono diventare cosa giudicata per i motivi stabiliti dal can. 1641. Infatti, il divieto sancito dalla decretale “Lator” di Alessandro III («Sententia lata contra matrimonium nunquam transit in rem iudicatam»), accolto dal can. 1643, ha una valenza assiologica secondo cui una sentenza, anche se passata in giudicato, non può sciogliere un matrimonio rato et consummato indissolubile ex lege divina positiva e, essendo dichiarativa e non costitutiva, potrà ancora essere impugnata, come avviene per ogni giudicato civile con la “revocazione” (cfr. Codice di procedura civile italiano, art. 395). Infatti, il prescritto «Numquam transeunt in rem iudicatam causae de statu personarum» (CIC 1983 can. 1643, ispirato nella decretale “Lator”) esclude per le cause sullo stato personale soltanto l’operatività del concetto di cosa giudicata nel senso immanentistico di atto “costitutivo” della verità, capace cioè di “trasformare” la realtà sostanziale: «res iudicata pro veritate accipitur»[32]. In effetti, per alcuni decretalisti la sentenza passata in cosa giudicata (costitutiva) aveva un potere tale da far sì che «de non ente ens, de falso verum et de albo nigrum»[33]. Il can. 1641 diventa di conseguenza pienamente applicabile alle cause di nullità del matrimonio in seguito all’abrogazione dell’obbligo della doppia sentenza conforme pro nullitate matrimonii ex MI can. 1679 che, in virtù della par condicio fra le parti in causa e della non discriminazione processuale, deve poter riguardare anche le sentenze negative, non essendo ciò vietato da alcuna norma vigente.

Ne deriva che le sentenze negative possono essere tutelate con la exceptio iudicati ex can. 1642 § 2. A tale proposito possono essere ricordate due decisioni di tribunali italiani, pubblicate e brevemente commentate tempo fa[34].

4.4.   Il diritto alla possibilità di una doppia sentenza conforme: l’appello contro la sentenza di seconda istanza difforme da quella di primo grado

Le fattispecie previste dal can. 1641 perché si verifichi il passaggio in giudicato della sentenza secondo il diritto vigente, hanno una parziale ma rilevante coincidenza con quelle sancite dal sistema delle decretali. Infatti, come manifestazione del favor veritatis canonico, in quel sistema era previsto il diritto di appellare due volte persino quando erano conformi le due prime sentenze, così da dare luogo alla possibilità di una terza decisione conforme. Quando, invece, la seconda sentenza non era conforme alla prima, l’esercizio del diritto ad un altro appello garantiva la conformità della terza decisione con una delle due precedenti. Le decretali vietavano di impugnare una sentenza di terza istanza [35], benché fosse rispettato quanto disposto nella “Lator” per le cause di nullità matrimoniale: «quandocunque revocatur, quum constat de errore». Nonostante questo sistema garantisse la possibilità di due appelli e la conformità della sentenza di terza istanza con (almeno) una delle precedenti, nelle cause di nullità matrimoniale (come nelle altre cause) la sentenza di prima istanza e quella di secondo grado non conforme con la prima, se non appellate entro i termini perentori prescritti, passavano in giudicato, fossero esse favorevoli o contrarie alla domanda attorea, poiché l’inappellabilità è elemento costitutivo della cosa giudicata. È evidente la somiglianza dello ius decretalium col disposto dall’attuale can. 1641, con la lunga parentesi di vigenza dell’obbligo della doppia sentenza conforme pro nullitate imposto dalla DM nel 1741, parentesi chiusa con il MI.

4.5.   La “nova causae propositio” ex MI can. 1681 è il mezzo d’impugnazione contro la sentenza negativa passata in giudicato ex can. 1641

Le sentenze negative non appellate, in quanto sono passate in giudicato, possono essere impugnate soltanto con la nova causae propositio ex MI can. 1681, la quale ha abrogato il can. 1644 in due precisi punti: 1) nella modalità del passaggio in giudicato attraverso le diverse fattispecie di perentorietà dell’appello e non solo in caso di doppia sentenza conforme, e 2) nel tribunale competente che deve essere sempre di terzo grado perché lo prescrive la legge, anche se la sentenza passata in giudicato è solo di prima istanza, tranne il caso in cui il giudicato sia stato raggiunto in terza istanza, fattispecie (sicuramente infrequente) che richiederà un tribunale di quarto grado.

Invece, la dottrina che commentiamo (in questo caso Moneta) afferma:

«Per le sentenze negative la NCP è invece esperibile soltanto quando vi siano due sentenze conformi. Nei confronti di un’unica sentenza rimane inalterata la possibilità di richiedere una trattazione in sede di appello presso il tribunale superiore, non essendo considerati perentori i termini e gli adempimenti previsti in via generale per questo tipo di impugnazione»[36].

Carmen Peña propone il seguente criterio ermeneutico di questa impostazione della nova causae propositio:

«favorendo in questo modo la prossimità del fedele con il giudice e la stessa possibilità di riapertura della sua causa»[37].

Condivido pienamente detta esegesi, che però si trova a fondamento della mia diversa lettura del MI al fine di far sì che la prossimità del fedele con il giudice e la semplicità processuale per facilitare l’accertamento della verità sulla nullità del matrimonio fallito siano adottate secondo la maggiore uguaglianza possibile, congrua congruis referendo, sia per le sentenze affermative che per quelle negative, come prevede il MI ai §§ 5 e 6 del Proemio, al Criterio fondamentale per la riforma, n. VI, alla Ratio procedendi, artt. 7 § 1, 19, ecc. Vorrei evitare invece che una ermeneutica poco rispettosa della par condicio, sempre che detta uguaglianza sia permessa dalla legge, possa far pensare che, da una parte, si voglia agevolare soltanto una nuova richiesta della dichiarazione di nullità prima denegata, quasi che ci fosse la presunzione di aver diritto alla sentenza affermativa, e d’altra parte si abbia l’intento di ostacolare la riforma della decisione affermativa esecutiva, impedendo di chiedere la nova causae propositio al tribunale di appello locale, quando tale sentenza è di primo grado.

4.6.   L’abrogazione della “retractatio” (PME art. 217 § 1) e della dichiarazione della Segnatura Apostolica (3-6-1989)

La dottrina da cui dissento continua ad applicare integramente il can. 1644 del CIC 1983 a tutte le sentenze negative passate in giudicato, sia se esse non sono state appellate ad normam iuris, sia se è stata pronunciata la doppia sentenza conforme. E lo fa coerentemente, applicando il can. 1644, ritenuto tuttora completamente vigente, secondo i criteri ermeneutici propri del sistema previo al MI, vale a dire quelli offerti dalla DC, dalla giurisprudenza rotale e, principalmente, da una nota dichiarazione della Segnatura Apostolica del 1989[38], la quale, in buona misura, riproponeva norme della PME[39]. Si trattava, in particolare, della ricezione normativa di un “appello tardivo”, sia ex novo, sia quando non era stato proseguito l’appello dopo essere stato interposto. Detta impugnazione era denominata “retractatio”, prendendo il nome dal “retractari” del citato art. 217 § 1 della PME. Sebbene questa espressione non sia stata formalmente accolta dal CIC 1983, né dalla DC, né dalla Declaratio SAp 3-6-1989, questo provvedimento della Segnatura, pur non utilizzando detto termine, si trattenne sul concetto dell’istituto e sul tribunale competente per giudicare la retractatio:

Declaratio SAp 3-6-1989, n. 4: «Perspecto quod tribunal appellationis eandem causam non solum pertractari debet post sententiam affirmativam in primo gradu latam (cf. can. 1682), verum etiam post sententiam negativam in eodem gradu latam sive in casu appellationis (cf. cann. 1628-1640) sive quando, appellatione omissa, deserta, perempta vel eidem renuntiata, ab eo cuius interest novum eiusdem causae examen petitur (cf. can. 1643), et attento quod in hoc ultimo casu nova et gravia argumenta non requiruntur, nam can. 1644 haec tantum exigit si duplex sententia conformis in causa de statu personarum lata sit, quod in casu non verificatur».

n. 7, a): «Eadem causa nullitatis matrimonii, postquam lata fuit sententia definitiva – etiamsi negativa –, iterum in eadem instantia pertractari nequit, nisi forte agatur de querela nullitatis».

n. 7, c): «Videre de merito huiusmodi causae nullitatis matrimonii, sive in casu appellationis sive in casu novae eiusdem propositionis, ad solum tribunal appellationis pertinet illius fori quod eam in primo gradu definivit».

La Segnatura affermò la competenza del tribunale di seconda e di terza istanza a giudicare “l’appello” contro la prima sentenza negativa (in primo o secondo grado) anche quando il diritto a detto appello non fosse stato esercitato (perché omesso o rinunciato) nei termini previsti dalla legge. Infatti, la prima sentenza negativa (di prima o di seconda istanza) non appellata non poteva ritenersi passata in cosa giudicata, fattispecie riservata prima del MI alla doppia sentenza conforme, e, quindi, poteva essere impugnata con un appello ordinario (anche se fuori termini o rinunciato) o con una nova causae propositio senza che fossero necessarie però le nuove e gravi prove o argomenti, richieste solo per il novum examen stricto sensu ex CIC can. 1644 che presuppone la doppia conforme, affermativa o negativa, a parte il caso della sentenza affermativa di prima istanza non appellata nel processo documentale (cfr. DC art. 301 § 2). La Segnatura sembra essere stata volutamente ambigua riguardo all’identificazione del mezzo d’impugnazione “snaturato” dalla retractatio: l’appello fuori dai termini o la nova causae propositio senza le nuove e gravi prove o argomenti?

La dichiarazione della Segnatura risolveva altri problemi provenienti, fra l’altro, dalla determinazione del tribunale competente per l’impugnazione della prima sentenza negativa (di prima o seconda istanza). In realtà, a mio parere, il principale problema che si voleva risolvere con la retractatio era quello di evitare una sentenza valida assolutamente inimpugnabile con i mezzi previsti dalla legge: né con la querela di nullità perché la sentenza era valida, né con l’appello perché era prescrito il termine, né con la nova causae propositio perché mancava il presupposto della doppia sentenza conforme (tranne nel processo documentale), né con la restitutio in integrum per il divieto (non assoluto, come abbiamo ricordato al § 4.3) del passaggio in giudicato stabilito dai cann. 1641 e 1643 collatis cum can. 1645 e perché le prime quattro fattispecie del can. 1645 § 2 (la quinta più che con la restitutio in integrum è impugnabile con la querela di nullità insanabile per violazione del ne bis in idem) erano a fortiori motivo di nova causae propositio. Tuttavia, mentre, prima del MI, la retractatio – per evitare una sentenza negativa la quale fosse “più inimpugnabile” che una doppia sentenza conforme – era una evidente manifestazione dell’aequitas canonica, invece essa perderebbe il suo senso nel nuovo impianto del MI, in cui “ogni” sentenza non appellata, al pari della doppia sentenza conforme, diventa giudicato impugnabile in modo omogeneo con la nova causae propositio, oltre che con la restitutio in integrum ex can. 1645 § 2, nn. 1-4, tenendo conto che «Dinanzi alla Rota Romana non è ammesso il ricorso per la “nova causae propositio”, dopo che una delle parti ha contratto un nuovo matrimonio canonico, a meno che consti manifestamente dell’ingiustizia della decisione» [40], vale a dire appunto per le qualificate ragioni che consentono la restitutio in integrum ex can. 1645 § 2, nn. 1-4 [41]. Di conseguenza, mentre la Declaratio SAp 3-6-1989 sarebbe vigente secondo la dottrina maggioritaria, essa invece, per chi cerca nel rispetto della legge la par condicio fra le sentenze affermative e quelle negative, è da ritenersi abrogata in applicazione del Rescr. 7/12-12-2015 n. I: «Le leggi di riforma del processo matrimoniale succitate abrogano o derogano ogni legge o norma contraria finora vigente, generale, particolare o speciale, eventualmente anche approvata in forma specifica».

4.7.   “... et alia huiusmodi”

Non mancano gli argomenti su cui continuare a dialogare. Ad es.: la sentenza negativa può produrre la certezza morale sulla validità del matrimonio per i capi decisi negativamente? L’assunto è molto importante e, forse, più difficile delle altre quaestiones disputatae finora accennate. Del tema (al quale risponderei affermativamente in non poche fattispecie) si è occupato Montini, come di tanti altri:

«E non è irrazionale che in questo art. 4 [MI cann. 1679-1682] vengano date norme di esemplificazione e semplificazione in riferimento alle decisioni affermative, ossia a favore della nullità matrimoniale. Lo permette sia la ovvia osservazione che una causa di nullità si attiva solo dall’interesse di chi chiede la dichiarazione, pur senza averne diritto, ovviamente. Ma ancor più lo esige lo statuto giuridico di una decisione affermativa (ove il giudice ha raggiunto la certezza morale della nullità, che esclude la probabilità del contrario) rispetto ad una decisione negativa (ove il giudice non ha raggiunto la certezza morale della nullità, ma non si esclude la probabilità della nullità stessa). Il regime semplificato per le decisioni favorevoli alla nullità del matrimonio non è una (impossibile) concessione al favor nullitatis o una ingiusta discriminazione rispetto alle sentenze negative, ma il doveroso riconoscimento della diversa natura delle decisioni affermative»[42].

La questione implica anche la possibilità della conferma mediante decreto ex MI can. 1680 § 2 delle sentenze negative[43] di prima istanza e delle sentenze di seconda istanza non conformi con quelle di primo grado. Avrei voluto approfondire le considerazioni già fatte[44], ma devo finire questo lavoro. Spero che vi sia l’occasione di rifletterci ancora e magari anche di correggere i miei errori.

5.     Breve conclusione interlocutoria

La proposizione, da parte della legge, di un istituto immediatamente riferito alle sentenze affermative nelle cause di nullità del matrimonio non implica necessariamente che la sua applicazione sia vietata per le sentenze negative, a meno che ciò sia stato indicato esplicitamente (cfr. cann. 17, 18, 20). Talvolta, il diretto riferimento alle sentenze affermative vuole sottolineare che l’innovazione introdotta coinvolge specialmente dette sentenze, senza che quelle negative, tuttavia, restino al margine di una riforma che statuisce un unico processo ordinario di nullità del matrimonio, all’interno del quale vivono tutte le cause alle quali non si applicano le altre due forme processuali per la dichiarazione di nullità del matrimonio previste dal Legislatore: il processo più breve davanti al vescovo diocesano e quello documentale. La par condicio fra le sentenze affermative e quelle negative giova anche a rendere più evidente che il MI serve per facilitare quanto più possibile lo snellimento del processo, sempre però e soltanto pro rei veritate.



* Prolusione all’inaugurazione dell’Anno giudiziario del Tribunale Ecclesiastico Interdiocesano Umbro, Perugia 20-2-2017, destinata agli Studi in onore dell’Avv. Carlo Gullo, Libreria Editrice Vaticana, Stato della Città del Vaticano 2017.

[1] Papa Francesco, Omelia alla Santa Messa Crismale, 13-3-2017.

[2] Cfr. Benedetto XIV, Const. ap. “Dei miseratione”, causarum matrimonialium judicia coram quibus, & quo ordine, ac forma peragenda sint, constituitur, 3-11-1741, § 11, in Sanctissimi Domini Nostri Benedicti Papae XIV bullarium, Editio recentior auctior & emendatior, Sumptibus Bartholomaei Occhi, Superiorum permissu, Venetiis 1777, vol. 1 / tom. 1, 69-74, e (in versione incompleta) in Petrus Gasparri, Iustinianus Serédi, Codicis Iuris Canonici fontes, Typis Polyglottis Vaticanis, Romae 1926, vol. 1, n. 318, pp. 695-701 [cit.=DM].

[3] Cfr. Pio Vito Pinto, La riforma del processo matrimoniale per la dichiarazione di nullità, Voluta e decisa da Papa Francesco, «L’Osservatore Romano» 9-9-2015, 7: http://www.osservatoreromano.va/it/news/la-riforma-del-processo-matrimoniale-la-dichiarazi#sthash.4jcn1Otf.dpuf; Giovanni Maria Vian, direttore de «L’Osservatore Romano», Speranza e non paure”. Intervista al decano della Rota romana sul nuovo processo matrimoniale, «L’Osservatore Romano» 8-10-2015, 1 e 7: http://www.osservatoreromano.va/it/news/speranza-e-non-paure; La “mens” del Pontefice sulla riforma dei processi matrimoniali, «L’Osservatore Romano» 8-11-2015, 8.

[4] Cfr. Joaquín Llobell, Alcune questioni comuni ai tre processi per la dichiarazione di nullità del matrimonio previsti dal m.p. “Mitis iudex”, Relazione al Seminario di studio «La riforma operata dal m.p. “Mitis Iudex”», organizzato da “LUMSA Università. Scuola di Alta Formazione in Diritto Canonico, Ecclesiastico e Vaticano” & dalla “Consociatio Internationalis Studio Iuris Canonici Promovendo”, alla “Sala Giubileo” della LUMSA, Roma, 30-10-2015. Versione senza note in calce, 19-20: http://www.consociatio.org/repository/Llobell_Lumsa.pdf [online 2-11-2015]. Per la versione con note cfr. «Ius Ecclesiae» 28 (2016) 30-36. Sono on-line sul Canale Youtube della Consociatio le registrazioni audio e video di tutti gli interventi al seminario di studio del Card. Francesco Coccopalmerio e dei Proff. Luis Navarro, Paolo Moneta, Giuseppe Dalla Torre e Joaquín Llobell, 30-10-2015: https://www.youtube.com/channel/UC903fkA0D1MYIAMEFxOEc7A.

[5] Ad es., in Questioni circa l’appello e il giudicato nel nuovo processo matrimoniale. Con brevi considerazioni sul “Tavolo di lavoro” per l’Italia, «Ephemerides Iuris Canonici» 56 (2016) 436-446, da dove attingo in questo scritto.

Una impostazione analoga hanno, ad es.: Massimo del Pozzo, L’impatto della riforma sul diritto processuale vigente, in Lucia Musso, Carlo Fusco (a cura di), La riforma del processo matrimoniale ad un anno dal “Motu proprio Mitis Iudex Dominus Iesus”, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2017, 63; Id., L’appello manifestamente dilatorio, § 6.1, Relazione nell’Incontro di formazione organizzato presso il Vicariato di Roma, 3-5-2017, dal Coetus Advocatorum, in corso di pubblicazione; Alessandro Recchia, I mezzi d’impugnazione: alcune considerazioni, in Ernest B. O. Okonkwo, Alessandro Recchia (a cura di), Tra rinnovamento e continuità. Le riforme introdotte dal “motu proprio Mitis Iudex Dominus Iesus”, Urbaniana University Press, Città del Vaticano 2016, 113-119; Rafael Rodríguez Chacón, La ejecutividad de las sentencias afirmativas de nulidad de matrimonio no apeladas, «Revista General de Derecho Canónico y Derecho Eclesiástico del Estado» 40 (2016) 35; Rafael Rodríguez-Ocaña, “Mitis Iudex”: Fuero competente y sistema de apelaciones, «Ius Canonicum» 56 (2016) 118, 120, 122.

[6] «Ita est matrimonii favor irritum dissoluere, ac validum tueri» (Thomas Sánchez, Disputationum de sancto matrimonii sacramento, lib. 7, disp. 100, n. 14, Tip. Iuntas, Venetiis 1625, vol. 2, 363).

[7] San Giovanni Paolo II, Discorso alla Rota Romana, 28-1-2002, n. 7b: «AAS» 94 (2002) 340-346.

[8] “Mens Legislatoris”, 12-3-2016, al Corso di Formazione sul processo matrimoniale tenuto dalla Rota Romana, «Quaderni dello Studio Rotale» 23 (2016) 49-52: «Il Santo Padre ricevendo il 12 marzo 2016 i 600 partecipanti al Corso di Formazione sul processo matrimoniale tenuto dalla Rota Romana, pronunciò il Discorso sopra riportato, aggiungendo infine e a braccio la sua mens interpretativa della legge di riforma».

Si potrebbe aggiungere il processo documentale (cfr. MI cann. 1688-1690 e MI Ratio procedendi, art. 21).

[9] De civitate Dei, L. 19, c. 13, § 1, in Corpus Christianorum. Series Latina, vol. 48, Brepols, Turnholti 1950, p. 679. San Giovanni Paolo II adoperò l’espressione tranquillitas ordinis per sintetizzare lo scopo del diritto nella Chiesa nel suo discorso di presentazione del Codex Canonum Ecclesiarum Orientalium, 25-10-1990 (cfr. n. 3), durante l’8ª Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi.

[10] Considerazioni riprese da Joaquín Llobell, Il «petitum» e la «causa petendi» nel contenzioso-amministrativo canonico. Profili sostanziali ricostruttivi alla luce della cost. ap. «Pastor bonus», «Ius Ecclesiae» 3 (1991) 124-131.

[11] Summa Theologiae, II-II, q. 29, artt. 2 e 3.

[12] San Giovanni Paolo II, Discorso alla Rota Romana, 17-2-1979, n. 3, «AAS» 71 (1979) 422-427.

[13] Alessandro III, “Lator”, X 2.27.7, rubrica / sommario. Trascrivo l’intero testo della decretale come lo propongono Aemilius Ludwig Richter, Aemilius Friedberg, Corpus Iuris Canonici, vol. 2, 2 ed. Lipsiense (1879-1881), Akademische Druck– und Verlaganstalt Graz, Graz 1955, col. 394. Il corsivo è dell’originale: a) Rubrica / sommario: «Sententia lata contra matrimonium nunquam transit in rem iudicatam; unde quandocunque revocatur, quum constat de errore». b) Testo della decretale: «Lator praesentium W. parochianus vester sua nobis insinuatione monstravit, quod, quum in facie ecclesiae quandam mulierem viduam A. nomine legitime desponsasset, et carnalis esset copula subsecuta, inter eos scandalum est subortum, cuius occasione praedictus vir debitum ei coniugale subtraxit. Consanguinei vero iam dictae mulieris hoc molestum habentes, coram vobis quaestionem moverunt proponentes, quod mulierem invitam et renitentem, nec aetatis aptae matrimonio exsistentem duxisset uxorem. Et quoniam idem vir, sicut nobis proponitur, vitam cupiebat agere dissolutam, demum, utriusque studio interveniente, fuerunt minus rationabiliter separati. Nolentes igitur matrimonia canonice contracta levitate quadam dissolvi, discretioni vestrae per apostolica scripta praecipiendo mandamus, quatenus, si vobis constiterit, eos per iudicium ecclesiae non fuisse legitime separatos, ecclesiamque deceptam, ipsos contradictione et appellatione cessante faciatis sicut virum et uxorem insimul permanere».

[14] «Sententia lata contra matrimonium nunquam transit in rem iudicatam; unde quandocunque revocatur, quum constat de errore» (“Lator”, X 2.27.7, rubrica / sommario, corsivo mio).

[15] «Et quoniam idem vir, sicut nobis proponitur, vitam cupiebat agere dissolutam, demum, utriusque studio interveniente, fuerunt minus rationabiliter separati. Nolentes igitur matrimonia canonice contracta levitate quadam dissolvi, [...] mandamus, quatenus, si vobis constiterit, eos per iudicium ecclesiae non fuisse legitime separatos, ecclesiamque deceptam, ipsos contradictione et appellatione cessante faciatis sicut virum et uxorem insimul permanere» (decretale “Lator”, testo in fine; corsivo dell’originale).

[16] Fra gli altri (chiedo scusa dalle omissioni), cfr. John P. Beal, “Mitis Iudex”. Canons 1671-1682, 1688-1691. A Commentary, «The Jurist» 75 (2015) 511; William L. Daniel, The “appellatio mere dilatoria” in causes of nullity of marriage. A contribution to the general theory of the appeal against a definitive sentence, «Studia Canonica» 50 (2016) 442; Grzegorz Erlebach, Algunas cuestiones sobre la apelación en las causas de nulidad matrimonial, «Ius communionis» 5 (2017) 67-69; Id., Appello in quanto impugnativa dopo l’entrata in vigore del Motu pr. “Mitis Iudex Dominus Iesus”, in Studi in onore dell’Avv. Carlo Gullo, Libreria Editrice Vaticana, Stato della Città del Vaticano 2017, in corso di stampa, § 1 (molto ampio); Paolo Moneta, L’appello nel nuovo processo matrimoniale, «Stato, Chiese e pluralismo confessionale. Rivista telematica» (http://www.statoechiese.it/n. 21/2017/12-6-2017), passim, in particolare, 4-7, 11-12; G. Paolo Montini, Dopo la decisione giudiziale: appello e altre impugnazioni, in Aa.Vv., La riforma dei processi matrimoniali di Papa Francesco. Una guida per tutti, a cura della Redazione di Quaderni di diritto ecclesiale, Ancora editrice, Milano 2016, 114; Id., «Si appellatio mere dilatoria evidenter appareat» (cann. 1680 §2 e 1687 §4 MIDI): alcune considerazioni, «Periodica» 105 (2016) 666, nota 7; Carmen Peña García, La reforma de los procesos canónicos de nulidad matrimonial: el motu propio “Mitis Iudex Dominus Iesus”, «Estudios Eclesiásticos» 90 (2015) 656; Id., L’appello nelle cause matrimoniali, in Héctor Franceschi, Miguel Ángel Ortiz (a cura di), “Ius et matrimonium II”. Temi processuali e sostanziali alla luce del Motu Proprio “Mitis Iudex Dominus Iesus”, Edusc, Roma 2017, 309-338, passim, in particolare 331-334; Adolfo Zambon, Esecutività della sentenza e impugnazione, in Gruppo Italiano Docenti di Diritto Canonico, 44º Incontro di Studio: “La riforma del processo canonico per la dichiarazione di nullità del matrimonio”, 3/7-7-2017 (Testo provvisorio).

[17] Mi limito a indicare le decisioni della Rota Romana richiamate da Moneta nello studio citato (L’appello nel nuovo processo matrimoniale), pubblicato il 12-6-2017: coram Salvatori, decreto, 17-2-2016, Prot. 22.774, cit. da Moneta a pp. 6 e 14, note 8 e 15; coram Todisco, decreto, 23-6-2016, Prot. 22.507, cit. da Moneta a pp. 13 e 14, note 11 e 15; coram Salvatori, decreto, 11-10-2016, Prot. 22.963, cit. da Moneta a p. 14, nota 14. Sulla natura di decisione sul merito stricto sensu dei decreti di ratifica ex MI can. 1680 § 2, oltre ai citati decreti coram Salvatori e Todisco, Moneta (p. 14, nota 15) rinvia ad altri citati da Montini in «Si appellatio mere dilatoria evidenter appareat», cit. Inoltre, Moneta cita (p. 15, nota 18) un decreto coram Jaeger (5-7-2016, B.Bis 51/2016) in cui si afferma la possibilità, ben circostanziata e condivisa da Moneta, di un decreto di reiezione dell’appello all’evidenza meramente dilatorio senza una pronuncia sul merito della sentenza appellata.

[18] Comunicato della Sala Stampa della Santa Sede, 20-9-2014.

[19] Paolo Moneta, L’appello nel nuovo processo matrimoniale, cit. 7-8.

[20] Cfr. S.C. per i Sacramenti, Instr. “Provida Mater Ecclesia”, servanda a tribunalibus dioecesanis in pertractandis causis de nullitate matrimoniorum, 15-8-1936, art. 217 § 1, «AAS» 28 (1936) 313-361 [cit.=PME].

[21] Beato Paolo VI, M.p. Causas matrimoniales, 28-3-1971, «AAS» 63 (1971) 441-446 [cit.=CM]. Per le Chiese orientali, cfr. Id., M.p. Cum matrimonialium, 8-9-1973, «AAS» 65 (1973) 577-581.

[22] «Adversus decretum collegii, sententiam primi gradus ratam habens, defensor vinculi vel pars, quae se gravatam putet, ius habent recurrendi, intra decem dies a die publicationis decreti, ad superius Tribunal, sed tantummodo prolatis novis et gravibus argumentis, quae tamen praesto sint. Huiusmodi argumenta debent exhiberi Tribunali tertii gradus intra mensem ab interposito recursu» (CM n. IX § 1).

[23] Cfr. Grzegorz Erlebach, L’impugnazione de la sentenza e la procedura «ex can. 1682», in Héctor Franceschi, Joaquín Llobell, Miguel Ángel Ortiz (a cura di), La nullità del matrimonio: temi processuali e sostantivi in occasione della «Dignitas Connubii», Edusc, Roma 2005, 247-268; Id., L’impugnazione della sentenza e l’invio «ex officio» della causa al tribunale di appello nell’istr. «Dignitas connubii», «Ius Ecclesiae» 18 (2006) 439-463.

[24] Vide supra note 16 e 17.

[25] MI can. 1691 § 3: «In ceteris quae ad rationem procedendi attinent, applicandi sunt, nisi rei natura obstet, canones de iudiciis in genere et de iudicio contentioso ordinario, servatis specialibus normis circa causas de statu personarum et causas ad bonum publicum spectantes».

[26] Grzegorz Erlebach, Appello in quanto impugnativa, cit. § 1, sub a). Questo studio, assieme a quello di Moneta, forse è quello in cui è dedicata maggiore attenzione al tema, con la consueta acribia del Giudice rotale polacco. Inoltre, essendo destinato il saggio di Mons. Erlebach al medesimo volume in cui saranno ospitate le presenti annotazioni (la raccolta degli Studi in onore dell’Avv. Carlo Gullo), diventa agevole la consultazione del contesto del brano citato. Comunque, l’impostazione di Erlebach è sostanzialmente condivisa, in modo più o meno sviluppato e esplicito, dalla giurisprudenza e dalla dottrina sopraindicate. Di conseguenza, dopo le iniziali citazioni di Erlebach e le mie riflessioni, esporrò senza richiami espliciti qualcuno dei pareri sui quali avrei qualche riserva.

[27] Grzegorz Erlebach, Appello in quanto impugnativa, cit. § 1, sub a).

[28] Come segnalato nel testo di Erlebach sopracitato in nota 26.

[29] Cfr. Joaquín Llobell, Questioni circa l’appello e il giudicato, cit. 436-440.

[30] Vide supra note 13 e 15.

[31] Cfr. Benedetto XVI, M.p. “Antiqua ordinatione”, quo Supremi Tribunalis Signaturae Apostolicae “lex propria” promulgatur, 21-6-2008, art. 120 § 2, «AAS» 100 (2008) 513-538.

[32] Dig. 1, 5, 25, Ulpianus, libro 1 ad legem Iuliam et Papiam.

[33] Panormitanus [Niccolò dè Tedeschi, Abbas Panormitanus, Catania 1386 – Palermo 1445], Commentaria super II Librum Decretalium, apud Sebast. Gryphium, Lugduni 1531, ad X 2.27.13, n. 6.

[34] Cfr. Tribunale Ecclesiastico Regionale Lombardo, coram Maragnoli, Mediolanen., sentenza interlocutoria con funzione di sentenza definitiva, 17-12-1998, Nullitatis matrimonii; incidentis: de exceptione rei iudicatae, «Il Diritto Ecclesiastico» 114/2 (2003) 201-210; Tribunale di Appello del Vicariato di Roma, coram Martín de Agar, decreto, 16-4-2002, Romana, Nullitatis Matrimonii; Praeliminar. de querela nullitatis, «Il Diritto Ecclesiastico» 116/2 (2005) 3-9. La decisione lombarda non fu confermata dalla Rota Romana, non perché il Tribunale Apostolico abbia negato la possibilità dell’exceptio iudicati ex officio nelle cause matrimoniali, bensì perché la Rota ritenne che il libello di domanda riguardasse una causa petendi diversa da quella sulla quale si era avuta una sentenza negativa in un precedente processo (cfr. Rota Romana, coram Serrano Ruiz, sentenza definitiva [11/2004], 23-1-2004, Reg. Insubris seu Mediolanen., Nullitatis matrimonii, nn. 4-10, «Ius Ecclesiae» 17 [2005] 711-742 e «RRD» 96 [2004] 66-90; Joaquín Llobell, Ancora sulla modifica «ex officio» del decreto di concordanza del dubbio, «Ius Ecclesiae» 17 [2005] 742-758). Con la stessa impostazione, cfr. Tribunale Ecclesiastico Regionale Lombardo, coram Maragnoli, 30-6-2011, Mediolanen., Nullitatis matrimonii, Prot. n. 498/2009, inedita.

[35] Cfr. Onorio III (a. 1216-1227), Sua nobis X 2.28.65; Clemente V (a. 1305-1314), Ut calumniis Clem. 2.11.1; Francesco Salerno, La terza istanza nel processo ordinario canonico latino: diritto vigente e «ius vetus», in Istituto Giuridico Sammarinese, «Miscellanea» 8 (2003) 41-87 e 91-118.

[36] Paolo Moneta, L’appello nel nuovo processo matrimoniale, cit. 12, sub f) [vi è un mero refuso perché manca il § sub d)].

[37] Carmen Peña García, L’appello nelle cause matrimoniali, cit. 334.

[38] Cfr. Segnatura Apostolica, Declaratio de foro competenti in causa nullitatis matrimonii, post sententiam negativam in prima instantia latam, 3-6-1989, «AAS» 81 (1989) 988-990, e «Ius Ecclesiae» 2 (1990) 343-345 [cit.=Declaratio SAp 3-6-1989].

[39] PME art. 217 § 1: «Cum sententiae in causis matrimonialibus numquam transeant in rem iudicatam, causae ipsae retractari poterunt coram tribunali superiori, non exceptis casibus in quibus appellatio defuerit vel deserta aut perempta fuerit». § 2: «Sed ex duplici sententia conformi in his causis consequitur ut ulterior propositio non debeat admitti, nisi novis prolatis iisdemque gravibus argumentis vel documentis (cfr. cann. 1903, 1989)». § 3 [...].

PME art. 218 § 1: «Causa matrimonialis ab uno tribunali iudicata, ab alio tribunali eiusdem gradus iterum iudicari nunquam potest, etiamsi praesto sint nova argumenta vel documenta, sed de ea videre potest iterum tantummodo tribunal superioris instantiae, praevia appellatione (Comm. Pont., 16 Iunii 1931: “AAS” 23 [1931] 353)».

[40] Papa Francesco, Rescritto sul compimento e l’osservanza della nuova legge del processo matrimoniale, 7-12-2015, n. II § 3, «Bollettino della “Sala Stampa” della Santa Sede» 11-12-2015, «L’Osservatore Romano» 12-12-2015, 8 [cit.=Rescr. 7/12-12-2015].

[41] Cfr. Joaquín Llobell, Novità procedurali riguardanti la Rota Romana: le facoltà speciali, «Stato, Chiese e pluralismo confessionale. Rivista telematica» (http://www.statoechiese.it/21-10-2013), 32/2013, 19-26; Id., Circa i motivi del M.p. “Mitis Iudex” e il suo inserimento nel sistema delle fonti, in Héctor Franceschi, Miguel Ángel Ortiz (a cura di), “Ius et matrimonium II”, cit. 58-63.

[42] G. Paolo Montini, Dopo la decisione giudiziale: appello e altre impugnazioni, 114.

[43] Possibilità esclusa dalla Segnatura Apostolica forse perché è applicato lo stesso criterio dell’abrogato can. 1682 del CIC 1983 (DC art. 266: «Causa per examen ordinarium semper pertractanda est in secundo vel ulteriore iudicii gradu, quoties agatur de sententia negativa adversus quam appellatio proposita est vel de sententia affirmativa quae in secundo aut ulteriore gradu lata est»): «Decisiones pro vinculo dari non possunt per decretum confirmationis»: Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, Lettera circolare “Inter munera” sullo stato e l’attività dei Tribunali, 30-7-2016, Prot. n. 51712/16 VT, con 3 allegati in lingua latina, tradotti in diverse lingue ma non in italiano: a) Relatio annualis de statu et activitate Tribunalium pro Ecclesia Latina; b) Relatio annualis de statu et activitate Tribunalium pro Ecclesiis Orientalibus; c) Instructiones ad relationem annualem de statu et activitate Tribunalis conficiendam: http://www.vatican.va/roman_curia/tribunals/apost_signat/index_it.htm: Pars III: De activitate tribunalis in secunda instantia; Sectio I: Causae nullitatis matrimonii per ordinarium tramitem pertractatae; Linea 33a.

[44] Cfr. Joaquín Llobell, Questioni circa l’appello e il giudicato, cit. 440-444.

 


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