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Prolusione del. Rev.mo Prof. Manuel Jesús Arroba Conde

Decano della Facoltà di Diritto Canonico dell’Università Pontificia Lateranense

sul tema:

«Regole probatorie e ricerca della verità: oneri, diritti e poteri»

 

Sono contento che il nostro incontro si svolga dopo l’incontro del Papa con gli Uditori della Rota Romana e dopo aver ascoltato il richiamo del Romano Pontefice sulla retta interpretazione della legge canonica. Può darsi che la maggioranza degli operatori dei tribunali credono che questo argomento trattato dal Papa sulla retta interpretazione della legge abbia incidenza soprattutto sulla legge sostanziale, nel nostro caso sul diritto matrimoniale. Non c’è dubbio che rispetto dell’ermeneutica delle leggi riguardanti matrimonio ogni monito autorevole del pontefice è sempre utile per noi, sono molti che l’hanno ascoltato volti a evitare gli eccessi, sia di formalismo legalistica, sia di soggettivismo arbitrario.Però, io credo, che sia molto importante rendersene conto che ermeneutica adeguata ha nota la necessità anche la legge processuale, che in relazione alla legge processuale che anch’essa coinvolga l’esigenza di garantire l’applicazione che abbia nel debito conto della norma ecclesiastica, con la centralità della persona, la capacità della comunione, con la centralità della missione ecclesiale, al tempo stesso rifugga con scrupolo, da ogni sentore di individualismo ostruzionistico o di arbitrarietà autoritaria. Tra le norme processuali, ringrazio padre Cristoforo di aver ricordato alcuni altri passaggi degli scritti precedenti, questo non da oggi ma da sempre, io ritengo che siano proprio le regole probatorie quelle che richiedono maggior sforzo per assicurare un ermeneutica adeguata. Mi rendo conto che questa insistenza, quasi arrossivo quando ricordava alcuni miei scritti precedenti, perché possano rappresentare la ingenuità, che possono suscitare perplessità le parole, che abbiamo scelto come titolo per questa relazione. Non mi sfugge, essendo ingenuo, credere che l’accertamento dei fatti controversi dipenda dall’applicazione delle regole. Nonostante la stima che riscuotono i valori, che riconduciamo al concetto di giusto processo. Sono tanti gli sforzi, che facciamo, che fanno i legislatori, per complimentarlo con i contenuti ogni volta più precisi. Viviamo in un contesto sociale di generare sfiducia. È vero che non di rado, appositamente indotta e propagandata, sulla capacità delle istituzioni giudiziali di pervenire a decisioni che corrispondano a verità. Può anche darsi rispetto alle istituzioni giudiziarie della Chiesa si ritenga il problema irrilevante o inesistente. Soprattutto da parte di coloro che intendono ordinamento ecclesiale in termini di presuntuosa superiorità sugli altri, o da chi pone eccessiva enfasi nelle sue peculiarità. Questi sono orientamenti di scuola maggioritaria, ma sono profondamente distanti dalla prospettiva di formazione canonica dell’Institutum Utriusque Iuris, dove non si emargina effettivamente elemento teologico di diritto canonico, ma dove si vuole e si ritiene essenziale salvaguardare a spada tratta la sua giuridicità. Detto indirizzo si fonda nella convinzione, che sulle scelte meno viventi di un sistema giuridico, che si vanta di porre al suo centro la verità sulla persona, non è un metodo credibile a ricorrere le continue scissioni, nella medesima persona, distinguendo troppo tra la sua condizione di cittadino e di fede, almeno rispetto alle comuni aspettative di verifica. In questa prospettiva non si può non avvertire la sfiducia della Chiesa stessa, nelle proprie istituzioni giudiziali, e non mi riferisco ai sentimenti soggettivi dei fedeli, di cui ha parlato padre Cristoforo, che andrebbero meglio verificati e precisati. Non mi riferisco nemmeno ad altri fatti che portano un fondamento un po’ più oggettivo, ma che sono sempre discutibili, come per esempio il sintomo, quasi diffusa sensazione, di imperizia, di scarsa preparazione del personale. Mi perdoneranno i nostri pastori, ma anche il doppio interesse di tanti responsabili, delle chiese locali per porre rimedi efficaci mandando le persone a prepararsi, a studiare in centri accademici accreditati. E con queste mancanze dà vita a tutte le nostre preoccupazioni sulla evangelizzazione della famiglia perde di molto credito, com’è ovvio. Io credo che dobbiamo riferirci ad altri dati nuovi, che sono sconcertanti, se vogliamo evitare di inciampare nel criticato dei presupposti peculiari e fumosi del nostro processo aumentando così il rischio che il diritto della Chiesa non sia più considerato credibile, capace di interloquire con i sistemi giuridici dove aleggia, a questo ci sistema la nostra fede, dove aleggia lo stesso anelito di verità e di giustizia. In tal senso è preoccupante che per risolvere certe utenze ecclesiali si preferisca abbandonare la tecnica giudiziale, in favore di altre vie processuali ritenute più sicure nell’approdare a decisione fondata sulla verità. Così sulle cause penali sono un chiaro segno di sfiducia nella capacità di conoscere la verità dei delitti per via giudiziaria, nelle recenti modifiche, che consentiranno di infliggere le pene gravissime, come la dimissione dallo stato clericale, con processi extragiudiziali. Sul contenzioso amministrativo la nuova Lex propria della Segnatura unico coralismo con potestà giudiziale in materia ha aumentato la portata dell’intervento previo del segretario, affidandogli la facoltà di rigettare il limine, il ricorso, con possibilità quindi, maggiori di impedire la conoscenza giudiziale in questo tipo di controversie. Infine, come ben sapete, perché si tocca più da vicino, si sentono le solite voci sulle possibilità di affidare a organismi e procedimenti non più giudiziari le dichiarazioni di nullità matrimoniale. Dinanzi a questo panorama, non credo, per la miglior risposta della dottrina, che l’unico servizio che a me compete, sia ad aggirarsi in modo acritico alle urgenze, anche se è vero che questo nostro servizio dello studio, della riflessione non si può fare con gli occhi chiusi alla realtà e nella mera astrattezza. Anzi il diritto vivente, insieme alla storia, e il diritto comparato sono capisaldi della formazione canonica che proponiamo nell’Institutum Utriusque Iuris. Io voglio essere fedele a questa impostazione, ma sono convinto che non dipendono dal sistema giudiziale vigente le disfunzioni, che si vorrebbero superare paradossalmente rinunciando al medesimo. E per questo che nella mia riflessione cercherò di rivalutare questo tipo di accertamento analizzando alcune regole probatorie.

Prima però, devo fare due richiami sintetici: il primo per avvertire la portata teologica che riveste l’esigenza di verità come dinamica della vita ecclesiale. Abbiamo avuto l’occasione per ricordarne nell’eucaristia che abbiamo celebrato precedentemente. La Chiesa formata da coloro che si sentono di accogliere la chiamata alla sequela di qualcuno che proprio un processo. Nel processo della sua condanna a morte riassunse significativamente la soluzione in termini di testimonianza della verità. Perciò sarebbe insufficiente porre in tema della verità della Chiesa in termini soltanto etici, come se tutto si riducesse a dire la verità e la proibizione di dire il falso, con le note eccezioni che abbiamo lavorato nei secoli per evitare altri esiti dannosi della conoscenza della verità. Nella comunità cristiana la verità è il contenuto della missione comune e, questo più m’interessa sottolineare, il fondamento che rastruttura dei rapporti tra i fedeli. Sarebbe paradossale quindi, immaginare un sistema comunitario così radicato sulla logica della verità dove un servizio dedicato come la risoluzione autoritativa dei conflitti non fosse ispirato alla ricostruzione veritiera dei fatti, anzi sembra dover modularsi sul pregiudizio delle distorsioni dei singoli o al massimo si arrivasse al mero obiettivo di minimizzare gli errori. Perciò quando si richiede il discernimento o la conoscenza accurata dei fatti, come succede ribadendo la validità del matrimonio, non sono consoni alla vita e la missione della Chiesa modalità di intervento irragionevolmente esposti all’errore, che escludano o limitino la via della corresponsabilità nella ricerca della verità, affidandosi, senza porre troppi vincoli, al convincimento di chi deve decidere. Se nella Chiesa la verità non è solo un valore etico, non basta la sincerità dei convincimenti di chi decide. Interessa l’accuratezza con la quale ha dovuto approdarvi. Senz’altro non è pensabile che per risolvere i conflitti ecclesiali, di qualsiasi tipo, sulla conoscenza della verità dei fatti, possa prevalere in modo alcuno l’obiettivo di inviare i messaggi esemplari alla comunità.

Un secondo richiamo sul concetto della verità, sempre sintetico, lo voglio riferire al contesto socio culturale. Una questione nella quale mi limito a segnalare sull’inizio del superamento dello scetticismo postmoderno, dove più che negare direttamente la verità sia affermata la cosiddetta verità multipla, vincolata dai contesti o punti di vista. Per i più ottimisti sta finendo la breviforia, almeno sta finendo quella confusione tra pluralismo e negazione della verità. Quella negazione che si avvera quando per verità si intende la coerenza delle proprie affermazioni, dei propri enunciati, come il proprio punto di vista o con un dato punto di vista scientifico, culturale, nel nostro caso il punto di vista soggettivo. Si può dire che, assistiamo ad un riscatto, una nuova stima culturale del realismo, che implica che sia solo la corrispondenza con la realtà ciò che determina la verità o falsità degli enunciati che la descrivono. Non si tratta però di ritornare all’ingenuità del passato, come se l’obiettivo derive realistiche permettesse di applicare alla verità senza obbligata, sana dei fenomeni nel loro contesto. Questo nuovo organismo al quale mi sto riferendo non è ingenuo, ma critico. Prende cioè ragionevoli distanze dai grandi principi nel senso di rinunciare a sostenerli apoditticamente con evidenti. In tale prospettiva la pressione della verità oggettiva pone come sfida più insidiosa la differenza tra fanatismo, che è intriso di verità assolute alle quali si accede per privilegio concesso a pochi e la ragionevolezza dei metodi di ricerca della verità. La verità non si esaurisce nel metodo, sono il primo a comprenderlo, manda dai metodi dipende che ad essa si possa dare ragione attendibile. E tutto ciò quando intendo i modi impegnativi, sul modo di conoscere la verità. Se la verità sulla quale si devono fondare le nostre decisioni e solo quella sostenuta dai fatti reali, a dire che la verità si possa pervenire con metodi differenti, non merita dei rischi. Primo che ogni metodo dia risultati diversi. In secondo luogo, che ci siano metodi non adatti dal punto di vista critico alla scoperta della verità. Quindi l’erroneità del metodo e alla base della cosiddetta funzione veritativa, funzione ed isterica del processo.

E dentro così a trattare i concetti del sistema probatorio, che ritengo più esposti ad una ermeneutica o un’applicazione pratica non adeguata. Lo voglio fare, visto che ci sono anche delle autorità civili, in prospettiva di diritto comparato. Come dicevo prima, l’anelito di verità non è appannaggio del sistema canonico, ma piuttosto la ricerca della verità deve rendere testimonianza credibile.

Inizio con il concetto più generale, quello del favor veritatis, che lo usiamo per indicare l’indirizzo di epistemico e per guidare il processo giudiziale canonico. Su tutto lo voglio fare due osservazioni:

La prima è che se la verità viene enunciata dall’esistenza reale dell’evento che l’enunciato esprime, la verità è solo una, non ammette gradi. Varierà il suo grado di conferma secondo le conoscenze disponibili. Perciò sono i metodi di ricezione delle conoscenze, nella misura in cui incidano nella quantità e della qualità dei dati il parametro di approssimazione della verità. Non la verità, ma la sua conoscenza relativa. E questo lo diciamo sempre. La puntualizzazione da fare è, che se la conoscenza della verità sia relativa nel senso detto, dipendente cioè dai dati posti a giustificazione del convincimento raggiunto. Tale conoscenza potrà dirsi oggettiva solo se la giustificazione del convincimento non poggia su preferenze soggettive, ma su regole vincolanti e valide. Ciò implica che il principio di legalità non solo non si esaurisca nell’applicare la legge sostanziale nella fattispecie, ma nemmeno nel rispettare le forme processuali poste a garanzia del diritto di difesa. Io credo che dobbiamo lavorare di più nel comprendere, che la legalità raggiunge anche la determinazione dei fatti storici sulla base di regole idonee ad esprimere il convincimento in proposizione rispondenti alla verità, che possano essere poste come base di motivazione, in fatto contro l’altro. In altre parole non è possibile, che quello che vige nella nostra realtà il principio della imprendibilità. Non è possibile che tutto dipenda a quale collegio pratica la caccia! Non è possibile! Le regole della motivazione in fatto, pur dovendosi il nostro convincimento radicato in coscienza, sono comuni e, quindi, devono essere giustificate secondo le regole e siano condivise, anche se non è mai possibile prevedere l’esito delle decisioni, ma non possono capitare delle sorprese solo, perché non si dà la ragione in base ai criteri stabiliti dalla legge. Perciò, magari correggendo le cose che ho scritto altre volte, direi che il favor veritatis implica non arrendersi all’idea di una verità reale diversa quella processuale, ma anche a non esiste altra verità. Esiste soltanto una verità.

La seconda puntualizzazione sarebbe questa: le regole di un sistema giudiziale, certamente quello canonico, non provocano la scoperta di una verità diversa. Si potrà dire che alcune delle nostre regole giocano un ruolo contro epistemico, che non favorisce la scoperta della verità. Vediamo se ci fosse qualcuno nel nostro ambito.

Cominciamo con quelle che riguardano la posizione delle prove. Le regole sulla proposizione delle prove obbligano a trattare due temi: innanzitutto quello del soggetto e dell’oggetto della prova con le integrazioni che derivano tra gli oneri probatori e l’orientamento dispositivo in cui si svolge il processo canonico.

Come secondo tema l’incidenza delle presunzioni legali sia come motivo dell’inversione dell’onere della prova, sia quale delimitazione dei fatti, l’oggetto dell’indagine. Nel sistema canonico si recepiscono due regole tradizionali, che si sono formati negli altri contesti giudiziari, che sono quelle di assegnare l’onere della prova a chi afferma e l’escludere dall’obbligo della prova i fatti presunti dalla legge, o ammesse da ambo le parti. Queste regole potrebbero comportare rischi per accertare per la verità, ma solo se per imprecisione raggiungono esse indebite conseguenze.

Indico quattro, che mi sembrano più presenti nella prassi forense. Innanzitutto

  1. che le negazioni non richiedono prova;
  2. che le rilevazioni di una parte e le contestazioni dell’altra parte prevalga sui fatti da indagare, emarginando alcuni;
  3. che vi sia automatismo tra la media l’esperienza sui fatti concreti:
  4. ed infine, su questo il mio pensiero lo conoscete di più, che ciò che solo una parte possa riferire non abbia la categoria di una prova, né di una mera negazione.

Nessuna di queste quattro conseguenze ha fondamento nella nostra legge. Così che le negazioni non abbiano la necessità di essere provate, da idea di origine sono dottrinale, e quindi oggetto di riflessione critica. E la dottrina più attenta, anche fuori delle mura canoniche avverte, che sia le contestazioni esplicite, sia le negazioni che negano in modo implicito, i fatti addotti dall’altro hanno valore epistemico neutro, la cui la veridicità di tende dalla successiva prova sui loro contenuti. Perciò nell’ambito canonico mi è sembrato già da molto tempo necessario avvertire della necessità di aiutare il convenuto a capire, che limitarsi a profferire negazioni apodittiche sui fatti addotti dall’attore non incrinerà la forza probatoria della dichiarazione di questo, né impedirà che sia proprio la dichiarazione attorea alla base principale dell’accertamento. Sul rapporto tra le affermazioni le negazioni per determinare i fatti da provare l’economia processuale ha indotto un altro … l’onere del convenuto di contestare tempestivamente i fatti affermati dall’attore, provocando, anche se solo per via giurisprudenziale, la formazione del concetto fatto pacifico, che sarebbe escluso dalla prova e dalla decisione. Detta deriva è criticabile, perché sei stato legato era falso, non diventa vero per la non contestazione tempestiva. Tutto ciò non ha spazio nel diritto canonico, che è privo di norme che impongano al convenuto l’onere di contestazione tempestiva e opere l’economia processuale prevalse sulla scoperta della verità. Perciò, non esonerandosi l’onere della prova sui fatti che le parti concordano si attribuisce al giudice la facoltà di esigerla. Per la valutazione, certamente, non è indifferente che i fatti coincidano, ma ciò non comporta che questa norma abbia un ruolo contro epistemico. Si deve però uno sforzo nella prassi canonica per migliorare dei concetti che sono affini, che non sono identici. Un conto è limitarsi a negare in modo apodittico, altra cosa è l’ignorare, altra cosa è non esprimersi, altra ancora rendersi la diga di contestare in modo puntuale le affermazioni dell’altro. E soprattutto è decisiva la chiarezza sul valore delle affermazioni e negazioni che fanno le parti, una volta iniziato il processo fuori dall’interrogatorio. Queste dichiarazioni non hanno valore di prova. Formano parte degli acta, non dei probata. La nostra certezza morale, lo sappiamo, si forma sugli acta e probata, ma non sono la stessa cosa di acta e probata, e tanto meno si può attribuire maggior valore agli acta che probata. Bisogna quindi fare molta attenzione per non calpestare il principio di rilevanza, che è l’unico che conta queste affermazioni iniziali delle parti, come dicevamo prima, hanno come statuto epistemico il dubbio, e cioè non creano vincoli del giudice sulla loro esistenza o l’inesistenza. Ciò obbliga ad interpretare ragionevolmente l’armonia che regola l’onere della prova della concezione nel nostro processo del principio dispositivo o inquisitorio. Si rileva un fatto assume l’onere di provarlo e non sarà mai eccessivo insistere sulla correttezza di una tale regola in un’attività comunicativa improntata sulla razionalità come deve essere il processo. Questa esigenza è ancora più forte nelle cause penali dove sarebbe condotta prevaricatrice decidere senza dei fatti delittuosi sufficientemente provati, da chi li afferma e si finisca a tenerli provati, perché si pretende inconsciamente che sia l’accusato a contestare i fatti o a contestare la loro falsità. In una prospettiva drastica la funzione dell’limitativa del processo rimpone, come dicevamo prima, il principio di rilevanza, l’armonia tra l’onere probatorio e la possibilità di dare al giudice la facoltà inquisitoria.

Nel sistema canonico tali facoltà sono formulati nel canone 1452, in termini di supplenza e vincolato dall’obiettivo di evitare una sentenza ingiusta. Una maggiore precisione sul concetto di rilevanza fuori può chiarire questa norma sulla quale dobbiamo accettare che può presentare eventuali problemi:

  1. Che il giudice presti aiuto alla parte negligente, perdendo l’imparzialità;
  2. Che finisca ad invadere l’esclusiva iniziativa della parte sulla materia del processo.

Si può riconoscere, dicevo, che la formula del codice non è felice, perché vincolando l’iniziativa del giudice a rischio di una sentenza ingiusta sembra unire due cose che sono diverse: la richiesta di una prova da un lato e una sorte di precoce intuito sull’esito della stessa. Il timore dell’ingiustizia non si può interpretare ovviamente in questa ottica che poco è armonizzarle con l’imparzialità. L’unica interpretazione possibile è che vincola l’iniziativa del giudice ad altre risultanze probatorie, non quindi a giudizi gratuiti o a conoscenze private. In tal senso si deve distinguere tra l’imparzialità che è essenziale nel giudizio è la cosiddetta terzietà, che a me sembra un concetto meno adatto al ruolo del giudice nella ricerca della verità. Questo l’obiettivo da ricercare la verità rende ragionevole che il giudice verifichi, alla luce delle prove, se le parti hanno prodotto tutti dati positivi disponibili e che possa attivarsi lui da solo se ciò non è accaduto. Sarebbero abnorme che chi ha la responsabilità di stabilire la verità non avesse la possibilità di acquisire dei dati per accettarli. Nello stabilire i fatti da accertare rimane inalterato il principio nemo iudex, nemo actore, si deve puntualizzare dello che l’onere della prova riguarda i fatti storici alla base della pretesa, mentre il principio dispositivo riguarda solo la riconduzione di questi fatti ad una fattispecie legale, essendo fatti costitutivi solo quelli con cui si qualifica con termini giuridici una data situazione. Questa qualifica è preclusa al giudice, malgrado gli spetti dare il nomen iuris, questa operazione non può consistere in una sua scelta discrezionale su quali fatti considerare costitutivi e quali secondari. Non ci sono invece preclusioni per il giudice su quali sono i fatti da accertare, perché la prova dei fatti che la parte ha qualificato come costitutivi o principali, può dipendere dalla certezza sull’esistenza di un insieme dei fatti secondari. Il protagonismo del giudice nella raccolta delle prove si fonda quindi sulla differenza, penso che si possa esprimere così, tra l’onere della prova, l’onere di provare i fatti allegati e l’onere di provare i fatti che si dovrebbero provare che la parte dovrebbe allegare per ottenere i suoi scopi. Nella prassi, però, si richiede molta attenzione per non privare l’indagine dalla sua singolarità, dalla sua specificità, di non rapportarla alle reti astratte del sillogismo probatorio standardizzato per tutti i casi. Nelle varie culture si modifica a volte le regole sull’onere della prova per ragioni di fatto, di facilitare di produrla o per tutelare i diritti dei soggetti deboli. Più che le ragioni interessano in questa sede le tecniche usate, che di cui il valore epistemico di cui possiamo perquisire. Le tecniche sono due: la previsione del legislatore o la decisione dei giudici che invertono gli oneri per la notorietà dei fatti in forza di presunzioni giudiziali. Nel caso canonico l’inversione dell’onere della prova e l’opera del legislatore con la tecnica delle presunzioni legali, contro le travi però si permette prova contraria il che riduce i rischi contro epistemici di tale tecnica, visto che è vero le regole di esperienza potrebbero non essersi avverate nel caso di specie. Con la revisione del codice si eliminò la norma che esimeva di provare i fatti notori. Sulle presunzioni giudiziarie il nostro codice si esprime in termini di divieto, pur permettendo dedurre, come dicevo prima, i fatti costitutivi, controversi dall’accertamento degli altri fatti precisi, ad essi connessi. Queste deduzioni sono solo prove nel senso largo, frutto della valutazione delle prove, non incidono sull’onere di provare i fatti principali. Ciò spiega che la dichiarazione della parte abbia valore di prova. In effetti se si deve fornire la prova dei fatti principali controversi e se la certezza su medesimi si deduce spesso da altri fatti che permettono di presumerli, non possiamo accettare nel nostro sistema gli indirizzi abituali della dottrina extra canonica, quando nega il ruolo epistemico alle parti, riconoscendo in esse interessi volti soltanto a persuadere del proprio assetto e a vincere la causa, riducendo le loro dichiarazioni alla categoria di semplici allegazioni. Il nostro sistema è privo di logica di vittoria della causa, è equilibrato. La legge non ritiene pienamente provato ciò che soltanto la parte ha potuto affermare, ma alle loro dichiarazioni riconosce il valore di prova, che potrebbe risultare prova piena, se confermata, da indizi, circostanze, elementi concludenti. Sul significato di questi concetti abbiamo scritto molto in questi anni. Voglio dire che nel processo ecclesiale è imprescindibile partire dal presupposto opposto. Il presupposto per quanto chiedono i fedeli, quanto dicono le parti, noi dobbiamo credere che è il radicato nelle loro convinzioni di coscienza, fino a prova contraria. Che la rilevanza sia l’unico criterio ermeneutico per la ammissione delle prove si scontra con il fatto che certi mezzi di prova, rispetto a certe materie, siano inammissibili dalla legge. Ci sono autori che contestano certe conseguenze di questo principio di rilevanza, come per esempio la possibilità di ammettere le prove atipiche, non contemplate cioè dalla legge, ma delle quali, grazie ai progressi scientifici, si ricavano i dati conoscitivi importanti per accertare la verità. Nel sistema canonico la norma generale del canone 1527 a una formula nuova, cioè che in ogni processo sono ammesse provationes cuius libet generis, ciò esprime l’obiettivo di massimizzare la ricerca della verità, mettendo le prove atipiche ed evitando i limiti sul mezzo di prova posti in ragione di sua qualità intrinseca o della materia del processo. Unici limiti sono liceità ed utilità. L’utilità riguarda l’economia processuale, il valore molto importante, che se è correttamente applicato non dovrebbe costituire il limite contro epistemico. Il criterio di economia permette di selezionare le prove, ma in forza della loro rilevanza, per cui si escludono soltanto quelle che sono ridondanti. Una puntualizzazione da fare verte quindi sul dovere di evitare che questa selezione impedisca di acquisire le informazioni necessarie. Ragioni economiche, in questo caso non solo nell’economia processuale, l’economia materiale, né celerità temporale possono prevalere sulla correttezza dei dati conoscitivi.

Arriviamo così al criterio di liceità. È più problematico di stabilire una verità corrispondente alla verità oggettiva. Sul sistema canonico, pur distante dalle opinioni di altri, ho espresso più volte il mio pensiero che, cioè una provare è illecita soltanto se il suo contenuto o il modo di acquisirla sono in contrasto con la dignità umana. Ciò è difficile da stabilire a priori, ma almeno ci permette di escludere presunte illiceità che derivano dal conflitto tra diritto alla prova e altri diritti soggettivi, come la proprietà, la privacy, i diritti sui quali non mancano i tentativi di utilizzo contro epistemico, che non sono affatto fondati. La situazione molto diversa negli altri ordinamenti processuali, dove permangono le regole che pur corrispondendo in origine ad un’esigenza epistemica, soprattutto a quella di evitare gli errori di valutazione, oggi sono segno di paternalismo inutile e provocano i limiti non necessari alla ricerca della verità. In alcuni sistemi per esempio si escludono certi mezzi di prova a priori in ragione della materia di processo, per esempio nell’ordinamento italiano si esclude la prova per testi quando si tratta di accertare la novità di contratti e in altri si escludono le prove in ragione della loro qualità, come nei sistemi di Common low, l’esclusione del teste del relato, per sentito dire, in altri sistemi si esclude un teste per ragioni di età, capacità mentale, vincolo di parentela o in ragione di valori sociali meritevoli di tutela per esempio varie regole sub segreto. Con tali limiti bisogna riconoscere che al giudice viene impedito a priori di acquisire certe informazioni anche nel caso fossero utili. Nella disciplina canonica i limiti assoluti vertono soltanto sulle dichiarazioni che infrangerebbero il sigillo sacramentale. Il segreto professionale e i segreti analoghi si riconoscono come una ragione per cui l’interessato si può valere per chiedere la dispensa di dichiarare. I limiti sulla testimonianza dei minori o di deboli di mente non sono assoluti, come sapete. L’innegabile rischio contro epistemico ammesso a queste regole si giustifica in tutti gli ordinamenti in forza del cosiddetto bilanciamento tra valori di tutela, ma che sono a volte in contrasto reciproco. È evidente, credo, che il valore che si voglia tutelare regolando in termini assoluti il sigillo sacramentale. Credo che anche che la normativa sul segreto professionale sia corretta, perché posta in termini di dispensa. Il problema pratico deriva dall’inesistente difficoltà di controllo da parte del giudice ecclesiastico della reale legittimazione della tesi di non rendere dichiarazioni.

Le possibilità di controllo, con ciò passo all’acquisizione delle prove, le possibilità di controllo di direzione da parte del giudice sono invece abbondanti in tema di acquisizione delle prove, sia per la produzione delle prove precostituite, le prove peritali extragiudiziali, sia per la formazione delle prove semplici, tanto rari quanto tecniche. Si può affermare che nel sistema canonico ci sono con maggiore chiarezza e da più tempo norme corrispondenti alla tendenza verso la quale si sono evoluti altri sistemi, anche quelli appartenenti a cosiddetta famiglia avversaria all’assistem, prevedendo poteri istruttori autonomi in capo al giudice. Tale valutazione positiva non esime dal puntualizzare la portata dei poteri del giudice rispetto alla posizione delle parti. In altri studi mi è sembrato sufficiente poter dire che in materia probatoria, per poter riassumere in questo, non è legittimo confondere l’ultima parola, che certamente appartiene al giudice, con l’unica parola. Oggi direi di più, direi che l’applicazione adeguata dei riferiti poteri del giudice sia quello di direzione, sia non di quelli che consentono di disporre le prove di ufficio esige di garantire appieno i diritti delle parti, perché ciò è la migliore misura di controllo razionale dei poteri del giudice, con un valore epistemico più convincente di quanto avrebbero altre misure di natura positiva o inquisitoria allo stato puro. In concreto i poteri istruttori del giudice gli ordinano ad reagire consentendo alle parti di controllare quelle sue iniziative più potenzialmente esposte a rischio di abuso.

Tra questi segnalo quelle che mi sembrano più esposte al rischio di abuso. Rispetto alle prove orali le regole sulla condizione dell’interrogatoria. Bisognerebbe evitare al massimo di escludere i padroni delle udienze, nonostante vi sia la facoltà eccezionale di farlo.

Le regole su porre e selezionare i quesiti. Bisognerebbe evitare di sindacare arbitrariamente e in eccesso le proposte fatte da coloro che dovrebbero, presentando le cause, esserne a conoscenza dei fatti reali. Bisognerebbe sindacare meno possibile le integrazioni, le domande fatte da avvocati nel corso dell’udienze, nonostante l’ultima a porta i quesiti sia autorità giudiziaria. E soprattutto bisognerebbe evitare di verbalizzare unilateralmente le risposte.

Sulle prove tecniche ordinate d’ufficio, oltre all’esame di eccezioni e ricusazioni il miglior controllo assicurare le parti è ammettere le eventuali perizie extragiudiziali, fatte da loro iniziativa di accogliere le loro richieste per ottenere l’ausilio di un perito privato e con una partecipazione adeguata. Infine per ogni prova acquisita d’ufficio si deve assicurare che le parti possono discuterne. Quindi pubblicarle sarà la norma. Disporre il segreto per motivi gravissimi, come lo consente il codice, deve essere veramente un’eccezione. Naturalmente il controllo delle parti sul potere del giudice o appena riconosciuto nella funzione epistemica, sarebbe senz’altro da parte mia pensare che questi poteri del giudice non suscitano una funzione identica sul possibile utilizzo dei suoi poteri contro epistemico ad opera delle parti o dei loro diritti probatori. Al riguardo ritengo equilibrate le scelte adeguate legislative che non si possono considerare corrispondenti al pregiudizio della mendacità delle parti, ma all’efficace controllo dell’attendibilità come garanzia oggettività e completezza.

Sulle prove orali. Affidare al giudice controllo ultimo dei quesiti oltre a diminuire i rischi di suggestioni, serve a garantire le risposte chiari controllate, complete, i dati che sono necessari e utili per applicare nel momento successivo dell’applicazione di criteri di attendibilità soggettiva. Perciò in questo senso, credo, si possono riassumere in due parole. Bisogna far possibile che negli interrogatori, in questo senso credo che l’ultima parola, ma non ultima appartenga al giudice, si possa sapere sempre il quando?, il come?, il perché? e che vi sia una comunicazione esigente, che vi sia la capacità, di mettere le persone con le spalle al muro, non nel senso di torturarli, ma nel senso di aiutare fare luce su se stessi di accettare con l’abilità, che si diceva prima, propria parte di verità. Perché senza la verità di ciascuno non è possibile costruire, né ricercare la verità oggettiva.

Sulle prove scientifiche. A problema che possa porre la scelta del perito di parte che non agisca con obiettività con la sua arte, non risponde con le misure adeguate senso ultimo questo mezzo di prova, che non è altro che aiutare il giudice nel valutare i fatti devono provenire dalla sua competenza.

Nelle le prove precostituite possono essere problemi di manomissione, specialmente nei documenti privati e di collisione tra il diritto di produrle in giudizio e altri diritti affermati dal possessore. La tecnica di farne pervenire non è prevista nel sistema canonico. Non ci sono i diritti soggettivi, come dicevamo prima, superiori all’obbligo di contribuire alla ricerca della verità. Perciò ordinariamente favorisce la produzione in giudizio di ogni documento, corrisponda questi rischi affidando al giudice le soluzioni che sono utili, come la perizia calligrafica, la ricognizione dei documenti privati, anche quando manca quella dell’autore, la richiesta della riproduzione solo parziale, che possa evitare la collisione con quei diritti soggettivi.

Arriviamo così all’ultimo gruppo di regole sul valore epistemico, sul quale credo valga la pena di riflettere, e cioè sulla valutazione. L’attenzione principale sulle prove legali, che caratterizzano i sistemi processuali continentali da tanto tempo. Si tratta di prove di valore stabilito per legge, per cui, proprio perché stabilito per legge, hanno natura contro epistemica, in quanto proibire o imporre di tenere presente certi fatti ostacola la considerazione che certi fatti che possano meritare le circostanze del caso. Da ciò declina dalla rivoluzione francese del sistema delle prove legali, sostituito dal sistema della prova libera, dove prevale la valutazione discrezionale del giudice. Rimangono però le tracce delle prove legali, come regole positive comuni in alcuni sistemi. Ci sono efficace data alla confessione giudiziale e ai documenti pubblici. Dalle regole negative è frequente in altri sistemi e anche nel nostro il principio: testis unus, testis nullus. Questi tre casi, mi sembra dire, di tenerli bene presenti. I fatti indotta per violenza e timore sono le uniche prove legali nel processo canonico. E stando in questi termini della scienza canonica ritiene assoluto il valore di alcune prove: i documenti pubblici fanno fede piena, ma solo su ciò che è il loro contenuto diretto principale. Su certi documenti si puntualizza ciò che è la natura pubblica distinguendo l’autenticazione del pubblico ufficiale dal contenuto che rimane di natura privata.

Alle confessioni giudiziali si attribuisce la prova piena solo in quanto libere dall’obbligo conferma di ciò che dà loro confessato. Il divieto sul testis unus, prevede le eccezioni di un interesse qualificato o delle circostanze personali o del caso. Nel valutare le prove nel sistema canonico segue il principio del libero convincimento con il corrispettivo sistema di prove libere, che pur anche qui separandoli dalle definizioni rituali, prove libere ho sempre preferito definire non come quelle prove alle quali la legge affida al giudice di valutarli, ma piuttosto come quelle prove cui la legge si limita ad indicare i criteri che segue il giudice per attribuirli il valore. Per i dati della prova testimoniale questi i criteri sono quelli del canone 1572, la condizione, la fonte, il tempo, la coerenza estrinseca, la concordanza, che non sto che ripetere in questa sede. Questi servono a valutare ogni prova libera. La puntualizzazione che continuerai a fare e la differenza, come si diceva prima, tra il libero convincimento e il convincimento arbitrario, che interpreta il primo come un esonero per il giudice di qualsivoglia criterio razionale o vincolo nel valutare. Questo è il canone 1572, sono le regole razionali, ma questo non vuol dire che non siano vincolanti anche per imperativo legale. Quindi sono regole che seguono il cammino, che deve seguire il giudice nel formare il suo convincimento, pur libero.

Passo quindi alle conclusioni. Dicevamo che il giudizio è all’altezza della missione della Chiesa non si esaurisce nella giustizia del metodo, perché include la corrispondenza della decisione con la verità. Ma non ogni metodo però per accertare i fatti è componibile con quella giustizia che definisce la Chiesa come testimone della verità. Può non bastare un buon metodo per conoscenza, per pervenire ad un giudizio buono, corrispondente cioè alla verità. Ma non si può pretendere di pervenire a un giudizio buono in forza di privilegi, di grazie di stato, di intuiti pseudo pastorali, senza adoperare metodi di conoscenza dei fatti attendibili, che riducano il margine di errore, mettendo in atto gli strumenti razionali, garanzie coerenti, coerenti con che cosa?, coerenti con il carattere comunicativo della ragione. Voglia dire le garanzie tipiche di una vera discussione giudiziale, attenta ai modi, particolareggiata e completa sui fatti. La bontà di un metodo per la discussione incide sulla decisione e arricchisce i suoi presupposti e caratteristiche. Arricchisce, per esempio, il concetto di certezza morale, che tutti intendiamo, certamente sin dal Pio XII, con uno stato d’animo soggettivo dell’autorità giudiziaria, seppur fondato in criteri oggettivi. Io credo che tra l’oggettività risieda, come dicevo prima, nell’applicare le regole e le azioni oggettive, sicché fermo restando che la sentenza non devo offrire le spiegazioni di natura psicologica, che sono improprie del diritto, non è impossibile sostenere, come dico da molto tempo, che la dimensione oggettiva della certezza morale sia inseparabile dall’inidoneità della decisione ad essere convincente incoscienza per i destinatari, anche per coloro ai quali le cui richieste non ha potuto accogliere. La bontà del metodo arricchisce anche l’esecuzione dell’obbligo di motivazione, con accurata congiunzione tra la valutazione globale della causa e la valutazione dei mezzi di prova, applicando sui fatti principali e secondari, i criteri oggettivi di valutazione indicati dalla legge. Questo indirizzo di valutazione serve per redigere le motivazioni in facto, sull’equilibrio tra queste due prospettive, quella che possiamo chiamare olistica, quella trovata, e l’altra analitica. Credo che l’esempio più valido ed efficace sia sempre sia quello del mosaico che non me la mera somma dei tasselli, il mosaico è un’altra cosa, diversa dalla somma dei suoi tasselli, ma senza i tasselli non può esistere. Se la valutazione globale si fonda sulla valutazione analitica, la motivazione in facto non deve dissentire dallo sforzo di offrire spiegazioni dettagliate sui motivi di legge per cui ciascuno dei fatti si ritiene moralmente certo o meno. Fare un’affermazione apodittica, su quanto siamo convinti, sarà interessante solo per noi, ma non per gli altri.

L’analisi delle principali regole probatorie dimostra che non è giustificata, credo, la sfiducia verso il sistema giudiziale canonico. Il confronto con altri sistemi non consente di sostenere che le solennità del giudizio canonico prettamente intese impediscano di pervenire ad una decisione giusta, fondata sulla conoscenza vera. Anzi nel caso canonico risultano in alcuni casi meglio rafforzati e orientati, in senso epistemico, quelli che si considerano i principi comuni alle varie culture processuali. Anzi ciò che risulta essere il pilastro fondamentale che separano la conoscenza giudiziale da altri interventi. Tali pilastri, come dicevo prima, altro non è che la discussione che ha valore razionale se si prospetta attenta, completa e sottoposta al controllo reciproco dei soggetti coinvolti. Forse, allora, la sfiducia nell’amministrazione della giustizia nella chiesa non riguarda la disfunzionalità del suo sistema, ma quella della sua organizzazione, temendo che non ci siano persone all’altezza di sostenere con competenza il contraddittorio e la discussione giudiziale. In tal caso, però, dovrebbe essere ovvio che la soluzione non è afferrare l’applicazione del metodo giudiziale e confidare le situazioni gravi a metodi così fortemente esposti all’errore, dove la conoscenza che può offrire la discussione razionale intersoggettiva cede il passo a una conoscenza che sia priva di queste garanzie razionali. Una conoscenza autarchica, illuminata da pretese distanze, grazie di stato, che io non credo che il Signore sia tenuto a concederci. Dal lavoro che facciamo nei centri di studi, credo che la proporzione non possa essere della intenzione della mancanza di personale soltanto. Ma l’esigenza deve avere i modi e metodi più coraggiosi nell’aprire le nostre porte alla collaborazione soprattutto al laicato. Il laicato preparato che io credo, non sta perdendo il tempo, dopo vent’anni all’università, del quale siamo ogni volta più soddisfatti di come vengono a concludere i loro studi e la loro formazione canonica. Grazie. Bravo. Un applauso scrosciante.

 


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