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Discorso del Vicario Giudiziale TERU

P. Krzysztof Pawlik OFM Cap.

Inaugurazione dell’Anno Giudiziario 16.02.2012

 

Eccellentissimi Arcivescovi e Vescovi,

Autorità civili e religiose,

Operatori del nostro Tribunale e dei Tribunali Civili di Perugia,

Gentilissimi Signori e Signore

 

Rivolgo un cordiale saluto e ringraziamento a Voi tutti intervenuti che, accogliendo l’invito, onorate con la vostra presenza la celebrazione dell’Inaugurazione dell’Anno Giudiziario 2012 del nostro Tribunale.

È per tutti noi operatori del Tribunale Ecclesiastico Regionale Umbro un momento importante di comunione con gli Eccellentissimi Vescovi delle Chiese che sono in Umbria dai quali direttamente dipendiamo con potestà di governo ordinaria e vicaria in relazione al ministero, nel settore giudiziario matrimoniale. È una grande gioia ed incoraggiamento vedervi così numerosi e attenti al ruolo che il Tribunale Ecclesiastico svolge nell’ambito della pastorale matrimoniale e familiare delle varie Diocesi della Regione Ecclesiastica Umbra. La vostra presenza ci onora.

Saluto in modo particolare gli Eccellentissimi Arcivescovi e Vescovi della Regione Ecclesiastica Umbra. Grazie per la particolare attenzione e il forte interessamento nei confronti del Tribunale. Particolare gratitudine a Sua Ecc.za Rev.ma Mons. Gualtiero BASSETTI, Moderatore del nostro Tribunale, che accompagna con premura la nostra attività, grato per l’attento, sollecito, disponibile impegno nei confronti del nostro Tribunale, che segue sempre con particolare attenzione e cura.

Un Grazie particolare a Sua Ecc. Rev.ma Mons. Vincenzo PAGLIA, che ha presieduto la Solenne Concelebrazione Eucaristica. Grazie Eccellenza, per il pensiero di meditazione di profonda intensità spirituale e pratica che ci ha rivolto e che, per noi operatori della giustizia ecclesiastica, rappresenta il punto di partenza e di arrivo della nostra attività.

Alla mia profonda gratitudine non posso non unire un caloroso appello agli Ecc.mi Arcivescovi e Vescovi della nostra Regione. Il mio appello consiste nel rivolgere alle Loro Eccellenze, con umiltà e rispetto che, all’aumento del lavoro, possa proporzionalmente, corrispondere l’aumento del personale, in particolare nell’ufficio dei Giudici. Non basta la licenza o la laurea in Diritto Canonico per essere Giudice, ma anni di esperienza e di pratica nell’ambito del Tribunale. I sacerdoti che attualmente operano nel Tribunale, oltre all’attività di Giudice ne svolgono anche altre di non minore responsabilità. So che la carenza dei sacerdoti non permette di avere tale disponibilità, ma l’attività del Tribunale rientra nell’ambito della pastorale familiare e la specializzazione di giovani sacerdoti in Diritto Canonico non limita tale pastorale, anzi la favorisce e la rende molto più feconda.

Un grazie caloroso rivolgo al Rev.mo prof. Manuel Jesús ARROBA CONDE, (Missionari Figli del Cuore Immacolato di Maria – Claretiano – C.M.F) Preside dell’Institutum Utriusque Iuris della Pontificia Università Lateranense, Professore Ordinario di diritto processuale canonico mio e di tanti altri operatori di QNT, Maestro di Diritto processuale canonico, che ha accettato di partecipare a questa solenne Inaugurazione dell’Anno giudiziario.

La persona del prof. Arroba Conde non necessita di presentazione, perché la sua fama e la sua competenza è comunemente riconosciuta e apprezzata, sia per la sua attività didattica, molto chiara, lineare e svolta con passione e competenza, come pure, per le numerosissime pubblicazioni di altissimo livello contenutistico, toccanti argomenti difficili, esposti sempre con chiarezza unica.

Il prof. Arroba Conde ha accolto il nostro invito e ci farà una preziosissima relazione sul tema: Regole probatorie e ricerca della verità: oneri, diritti e poteri”, un tema molto interessante ed importante, particolarmente utile nell’attività giudiziaria nei Tribunali Ecclesiastici.

Sono convinto che la Sua relazione per tutti noi sarà un vero arricchimento. Grazie Professore, per la Sua disponibilità e per quanto ci esporrà!

Con viva cordialità porgo il mio benvenuto a Mons. Gino Biagini, Vicario Giudiziale del Tribunale Ecclesiastico Regionale Etrusco e ai Vicari Giudiziali Aggiunti e altri venuti dal Tribunale di Firenze.

Un saluto a Mons. Mario Colabianchi, Vicario Giudiziale del Tribunale Ecclesiastico Piceno e altri suoi collaboratori.

È apprezzabile l’ottima e serena collaborazione nell’esercizio delle rispettive attività giudiziali che vige tra i nostri Tribunali, con le iniziative di collaborazione, migliore coordinamento dei nostri tre Tribunali Ecclesiastici e, in particolare, l’incontro di formazione che abbiamo avuto il 24 novembre u.s. Spero che la nostra collaborazione possa continuare, crescere e rafforzarsi per il buon andamento della nostra attività.

Non posso non ringraziare i miei diretti collaboratori, il Vicario Giudiziale aggiunto, Mons. Vittorio Peri, i 10 Giudici, di cui 3 lavorano anche come giudici istruttori; i 9 Difensori del Vincolo, il Promotore di Giustizia, i 2 Patroni Stabili, gli 11 Periti, i membri della Cancelleria, i 4 Notai e tutti coloro che prestano servizio nell’ambito del Tribunale.

Ringrazio il Signore per avermi affiancato collaboratori mossi da vero zelo pastorale, consapevoli che il servizio che rendono nello stretto ambito del diritto e della giustizia ha come valenza primaria e finale il bene delle anime. È doveroso che sottolinei, con sincera gratitudine, l’impegno leale e lo spirito di comunione di tutti gli operatori di cancelleria. Un pensiero particolare al Cancelliere, carissimo e preziosissimo Mons. Rino Valigi, da sempre vigile, solerte, attento moderatore della segreteria e il preziosissimo contributo della Pro-Cancelliere, la sig.ra Elena Corneli. A tutti gli addetti allo stesso ufficio la gratitudine e l’apprezzamento più totale per il loro servizio puntuale e diligente, animato da sensibilità veramente ecclesiale.

Grazie per il vostro impegno, la vostra operosità, la vostra diligenza e il vostro senso di responsabilità nello svolgere, ciascuno nel proprio ruolo, la sua attività! Grazie, grazie tanto!

Viva gratitudine agli Avvocati. Il vostro ministero è importante, perché fate da ponte tra il Tribunale e i fedeli che invocano la giustizia! Vi esorto a condividere e ad alleviare le sofferenze dei vostri assisiti; a considerare le loro esigenze e, qualora non abbiano le risorse necessarie, siate comprensivi! Fatevi conoscere dai Parroci, intrecciate con loro rapporti di limpida amicizia e, qualora in seno alla Parrocchia vi fossero casi da risolvere, considerateli insieme[1].

RELAZIONE SULL’ATTIVITÀ DEL TERU

È mio compito, ora, riferire sull’attività svolta dal nostro Tribunale di prima istanza, competente per le cause di nullità matrimoniale per le Arcidiocesi e le Diocesi in Umbria, nell’anno 2011, tutto allo scopo di offrire ai responsabili pastorali e a tutti coloro che hanno a cuore la famiglia, motivi di riflessione in ordine agli orientamenti concreti da assumere:

Il numero delle cause introdotte nell’anno 2010 è stato = di 85 e nel 2011 = di 89, (insieme delle cause di nullità trattate 174) ed è rimasto essenzialmente uguale, con un piccolo incremento di 4 cause. Invece le cause pendenti alla fine dell’anno 2011 risultano leggermente in aumento, rispetto a quelle del 2010: 97 contro 89 (quindi 8 di più) e questo è dovuto alla complessità di certe cause che hanno richiesto più tempo, ma anche all’attività dei due giudici istruttori impegnati a svolgere altri incarichi, a cui sono stati destinati.

Cause di nullità espletate     = 77

a)  chiuse con sentenza affermativa   = 68

b)  chiuse con sentenza negativa       = 7

c)  rinunciate e archiviate                 = 2

 

Cause pendenti al 31.12.2011 risultavano   = 97, di cui:

4 = prossime alla sentenza

6 = in fase dibattimentale

20 = giacenti presso i Periti

65 = in fase istruttoria

2 = sospese


Attività dei Patroni stabili:

Avvocato Giuseppe Carpita:

201 Consulenze fatte; Casi esaminati = 68; Cause introdotte = 19.

Avvocato Giorgio Federico Bencini:

Consulenze effettuate = 125; Cause introdotte = 33 + 1subentrato


ALCUNE NOTIZIE FLASH SUL PERSONALE DEL TERU:

È da osservare che nel corso dell’anno 2011:

- sono stati nominati 2 Difensori del Vincolo: don Albin Kohon che, dopo un tempo di pratica, potrà diventare Giudice di QNT e la sig.ra Maria Elena Ruggiano;

- a seguito delle dimissioni da notaio della sig.ra Rita Proietti è entrata a far parte dell’organico la sig.na Anna Andreani;

- il notaio Maria Andreani è andata in maternità e per cinque mesi siamo ricorsi all’aiuto di un altro notaio, Maria Rita Castellani, che ringrazio per la sua disponibilità;

- il notaio Anna Ciuchi è rimasta infortunata e per quasi due mesi è stata sostituita dal prezioso servizio, di un altro notaio, Camilla Pulci, che ringrazio per la sua disponibilità.

In questo modo abbiamo potuto portare avanti il grosso del lavoro, senza subire arresti.


RIFLESSIONI E CONSIDERAZIONI PRATICHE:

Nonostante tanto lavoro svolto (a livello di informazione, p.e. il nostro sito lanciato l’anno scorso e visitato da oltre 28.000 visitatori), vi è ancora una parte di scetticismo sull’operato del Tribunale Ecclesiastico, non relativo soltanto a una fascia di fedeli che leggono o interpretano le notizie dei mass-media come “vogliono”, spesso e volentieri indotti nella loro “ignoranza” a farsi un’idea errata sull’operato del Tribunale Ecclesiastico. Tutto questo ci fa capire quanto la nostra società sia laicista e influenzata dalle opinioni contro la Chiesa e i suoi valori. Si dice che la Chiesa annulli i matrimoni quando, invece, un Tribunale Ecclesiastico può solo riconoscere e dichiarare nullo, perché mai esistito, un matrimonio solo per cause gravi, precisamente definite dal Magistero e dal Legislatore ecclesiastico. Se per certi versi si possono scusare i laici, mal informati e impreparati, non si riesce a comprendere che anche dei sacerdoti dubitino, nel credere che l’attività del tribunale ecclesiastico sia utile per la “salus animarum del Popolo di Dio.

In occasione dell’Inaugurazione dell’Anno Giudiziario, al Tribunale della Rota Romana avvenuto il 21.01.2012, il Romano Pontefice ha ribadito l’importanza dell’interpretazione omogenea della legge canonica in ordine alla sua applicazione. Questa non deve mai ridursi «a una mera assonanza semantica, considerato che il diritto canonico trova nelle verità di fede il suo fondamento e il suo stesso senso, e che la lex agendi non può che rispecchiare la lex credendi». Il Pontefice ricorda che nell’interpretazione della legge esiste il serio rischio dell’arbitrarietà, frutto «delle nuove vie ermeneutiche, in cui la singola situazione diventerebbe fattore decisivo per accertare l’autentico significato del precetto legale nel caso concreto. … in tal modo l’ermeneutica legale viene svuotata: in fondo non interessa comprendere la disposizione della legge, dal momento che essa può essere dinamicamente adattata a qualunque soluzione, anche opposta alla sua lettera».

Contro questo rischio – ricorda il Pontefice – «Esiste un’altra via, in cui la comprensione adeguata della legge canonica apre la strada a un lavoro interpretativo che s’inserisce nella ricerca della verità sul diritto e sulla giustizia nella Chiesail vero diritto è inseparabile dalla giustizia. … In tal modo, si rende possibile un’ermeneutica legale che sia autenticamente giuridica, nel senso che, mettendosi in sintonia con il significato proprio della legge, si può porre la domanda cruciale su quel che è giusto in ciascun caso… nell’ermeneutica della legge l’autentico orizzonte è quello della verità giuridica da amare, da cercare e da servire». Ne segue che l’interpretazione della legge canonica deve avvenire nella Chiesa, tenendo presente il sentire cum Ecclesia e la retta interpretazione della fede. La sana ermeneutica interpretativa va applicata alla legge canonica «in riferimento al Concilio Vaticano II», la fonte e il vero ispiratore dell’attuale legislazione canonica, che traduce in linguaggio canonistico l’ecclesiologia conciliare[2], ponendo al centro la persona, il tema tanto caro al Beato Giovanni Paolo II e molte volte ribadito nel suo Magistero.

In termini simili si è espresso il nostro esimio Ospite, il Rev.mo prof. Manuel Jesús Arroba Conde, quando scrive: «… l’attuale disciplina racchiude una novità di natura interpretativa, che non può cioè essere colta prescindendo dall’orizzonte ermeneutico in cui è inserita la nuova legge, vale a dire, la rinnovata sensibilità conciliare sulla centralità della persona e del fedele nel diritto della Chiesa, e quindi anche nel processo»[3]. «Si tratta, quindi, di una novità di natura interpretativa, che non potrebbe essere colta prescindendo dall’orizzonte ermeneutico in cui deve essere inserita la nuova legge processuale della Chiesa, vale a dire, la rinnovata sensibilità conciliare e dei principi processuali rivalutati in base ad essa»[4].

Nel corso dei lavori di revisione del nuovo codice, nel periodo postconciliare, vi furono alcuni tentativi che chiedevano un mutamento radicale della tecnica processuale, riducendola ad una specie di processo pastorale, capace di risolvere i conflitti senza ricorrere alla tecnica processuale. «Il processo non solo è rimasto nel nuovo codice, ma è rimasto come vero processo tecnico. È pastorale, perché, … i diritti ed obblighi dei fedeli, di cui si discute nel processo, sono riconosciuti in quanto orientati a rendere più fruttuosa la realizzazione della propria vocazione personale».

Inoltre, è stato ribadito e riconfermato il fondamentale principio e obiettivo del processo canonico: “favor veritatis”. Infatti, «il favor veritatis è incompatibile con una visione strettamente soggettiva della verità, ad opera delle parti, nonché con una comprensione volontaristica della medesima, ad opera esclusiva del giudice. L’equilibrio tra iniziativa delle parti e poteri del giudice rimanda alla relazione tra l’autorità ministeriale ed uguale corresponsabilità dei fedeli»[5]. Di conseguenza, tutti partecipanti al processo canonico, nel rispetto dei rispettivi ruoli, sono moralmente obbligati alla ricerca della verità oggettiva, e non solo quella processuale, che è stata pienamente riscattata da una comprensione riduttiva che la faceva coincidere in modo automatico e acritico con un malinteso “favor matrimonii” o “favor iuris” (cfr. c. 1060). «La natura comunitaria della Chiesa obbliga a capire il necessario contraddittorio con una collaborazione, simmetrica e paritaria, alla ricerca della verità e non come una semplice contrapposizione di interessi»[6]. «La dialettica processuale si giustifica, non per la proposizione di diverse verità ad opera delle parti, ciascuna intenzionata a far prevalere la propria, bensì per la logica e comprensibile diversa relazione che ciascuna parte stabilisce con la verità sostanziale….(alla fine del processo) Il giudice deve accertare quale sia la giustizia reale, e non solo quella legale. L’unica autorità riconosciuta è quella del giudice, non solo nel momento della decisione, ma anche nello svolgimento del processo»[7].

Il raggiungimento della verità oggettiva è il principale obbiettivo del processo canonico; il suo mancato raggiungimento, significa un “fallimento” dell’azione giudiziale canonica. È noto che il processo canonico è ispirato al sistema della libera valutazione delle prove, tenendo ben presente la differenza tra la discrezionalità e la arbitrarietà, dove si fa richiamo alla coscienza del giudice, anziché alla prevalenza delle prove. Di conseguenza conta non tanto il numero delle prove, ma il loro valore, secondo il dettame della legge. Talvolta potrebbe capitare che l’accertamento dei fatti e il valore delle prove, che portano il giudice al convincimento, potrebbero essere falsati da argomenti retorici, persuasivi, spesso unilaterali e, qualche volta falsi, non immuni dal rischio di costruire una verità solo processuale. Per arginare tale rischio si deve salvaguardare la finalità del processo canonico, che ha il preciso compito di giungere a stabilire con autorità la verità storica dei fatti controversi. Solo l’accertamento e la verifica della verità storica consentono di stabilire una verità reale e oggettiva, non solo processuale[8].

Il giudice dovrebbe dare sempre una risposta concreta al dubbio concordato, per chiarire autorevolmente lo status quaestionis, rendere il servizio alla verità e aiutare concretamente le persone nella loro vocazione alla santità, nel loro stato. Un pronunciamento negativo, per non aver raggiunto la necessaria certezza morale, per decidere pro o contro la validità del matrimonio, non soddisfa pienamente il principio fondatore del processo canonico di nullità matrimoniale: la ricerca della verità. Conseguire la verità oggettiva è uno scopo irrinunciabile, ma esige da tutti un atteggiamento umile. Ogni protagonismo o antagonismo sono da bandire immediatamente dalle aule dei tribunali ecclesiastici.

Prendiamo atto delle indicazioni del Pontefice espresse quest’anno, che in QNT, sono state sempre seguite con rigore e serietà, ma reperita iuvant, e ne siamo grati. I principi sull’adeguata interpretazione dei testi legislativi, ricordati dal Pontefice nell’ultima Allocuzione alla Rota Romana, sono gli stessi che i nostri illustri Professori e Maestri ci hanno trasmessi con cura, diligenza e autorevolezza, e questi sono sempre stati per noi un perno fermo nell’applicazione concreta della legge astratta al caso concreto nel procedimento canonico di nullità matrimoniale.

CONCLUSIONE

Concludendo questa mia relazione posso sinceramente affermare che l’attività espressa dal Tribunale non è inutile, né tanto meno tempo perso, perché la Fede della Chiesa nel Sacramento del Matrimonio ha un fondamento e una verità che non possono essere disattesi.

Voglio ribadire che, noi Giudici, nell’arduo e delicato compito di giudicare, abbiamo cercato di farlo guidati dal senso della carità pastorale, attenti, secondo le indicazioni pontificie, a non farci contaminare da atteggiamenti pietistici verso le persone. Atteggiamenti che poi non risponderebbero al loro vero bene né a quello della comunità ecclesiale e controproducenti all’incontro salvifico con Cristo (cfr. Benedetto XVI Allocuzione alla Rota Romana, 28/01/2006). Voglio, infine, riaffermare la piena collaborazione di tutti gli Operatori del Tribunale con i nostri Vescovi e con tutti coloro che nelle varie diocesi, sotto la guida dei Pastori, si dedicano alla preparazione dei nubendi e al sostegno delle famiglie.

A tutti: Giudici, Difensori del Vincolo, Cancelliere, Notai, Periti, Avvocati, la più viva gratitudine e l’augurio di buon lavoro. Grazie!

 


[1] Cfr. M. J., Arroba Conde, Principi di deontologia forense canonica, in AA.VV., Il diritto di difesa nel processo matrimoniale canonico, (collana Studi Giuridici LXXII), Città del Vaticano 2006, pp. 115-146 (in particolare pp. 138-140).

[2] Cfr. Ioannes Paulus PP. II, Const. Ap., Sacrae disciplinae leges, qua codex iuris canonici recognitus promulgatur (25 Iannuarii 1983), in AAS 75 (1983, pars, II): “Il Codice, corrisponde in pieno alla natura della Chiesa, specialmente come viene proposta dal magistero del Concilio Vaticano II in genere, e in particolar modo dalla sua dottrina ecclesiologica. Anzi, in un certo senso, questo nuovo Codice potrebbe intendersi come un grande sforzo di tradurre in linguaggio canonistico questa stessa dottrina, cioè la ecclesiologia conciliare (…) Da qui derivano alcuni criteri fondamentali, che reggono tutto il nuovo Codice, (…) quel carattere di complementarietà che il Codice presenta in relazione all’insegnamento del Concilio Vaticano II (…) in linea di continuità con la tradizione legislativa della Chiesa”.

[3] Cfr. M. J., Arroba Conde, Prova e difesa nel processo di nullità del matrimonio canonico. Temi controversi. Eupress FTL, Lugano 2008, p.77.

[4] Cfr. M. J., Arroba Conde, La dichiarazione delle parti nelle cause di nullità matrimoniale, in AA.VV., Matrimonium et ius. Studi in onore del Prof. Avv. Sebastiano Villeggiante, (collana Studi Giuridici LXIX), Città del Vaticano 2006, pp.227.

[5] Cfr. M. J., Arroba Conde, La dichiarazione delle parti …, p. 228.

[6] Cfr. M. J., Arroba Conde, Diritto processuale canonico, Roma 2006, pp. 21, 62-65; 107-172.

[7] Cfr. M. J., Arroba Conde, La dichiarazione delle parti …, p. 229.

[8] Ibidem, pp.231-243.

 


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