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Le Condizioni di Ammissione al Processo Breve

e il Ruolo del Vescovo in tale Forma Processuale

(Paolo Bianchi, Perugia 6 marzo 2018)

 

Per me è un grande onore e un grande piacere poter intervenire in questa sede e ringrazio di cuore per l’invito il Moderatore e tutti i Vescovi della regione Umbra, nonché il Vicario giudiziale padre Cristoforo. A tutti i Colleghi e Collaboratori del tribunale ecclesiastico Umbro ma anche a tutti i presenti il saluto più cordiale.

Cercherò di offrire delle riflessioni sul tema che mi è stato assegnato basandomi sia sullo studio sia sulla esperienza personale. Entrambe tali fonti sono per sé limitate. Lo studio non ha preso in esame tutta la dottrina prodotta in questi due anni sul tema; l’esperienza, poi, è per definizione circoscritta nel tempo, nello spazio e nella quantità di eventi direttamente conosciuti. Tuttavia, non dispero di poter offrire su entrambi i fronti del materiale almeno di riflessione e di valutazione critica.

Credo infatti che – con alle spalle solo poco più di un biennio di attivazione della forma brevior del processo per la dichiarazione di nullità del matrimonio – il mettere in comune riflessioni ed esperienze, nonché il sottoporle alla libera valutazione e critica altrui sia uno dei modi migliori per favorire l’applicazione in modo serio di tale forma processuale.

I.         Alcune Premesse

Non mi diffonderò in questo contributo sulla questione del soggetto cui spetta la scelta della forma processuale, che è il Vicario giudiziale, come appunto risulta con chiarezza dal can. 1676 § 2 MIDI[1] e dall’art. 15 RP, che gli conferisce anzi una serie di peculiari facoltà ma anche di responsabilità[2]. Mi concentro invece sulle condizioni previste nei due numeri del can. 1683 MIDI, presentandone una analisi.

Un presupposto che deve però essere subito posto in chiaro è che le due condizioni[3] prescritte dal can. 1683 MIDI vanno intese come indisgiungibili[4]: in particolare non basta la mera volontà delle parti nel chiedere l’attivazione di questo tipo di processo, indipendentemente dalla sussistenza dei presupposti di cui al can. 1683, 2° MIDI. Per quanto, come vedremo, qualche autore ponga in dubbio l’utilità della prima delle due condizioni di procedibilità del processo brevior, il prescritto normativo appare di univoca interpretazione. Appaiono pertanto non conformi alla norma eventuali interpretazioni che pretendano la sufficienza di una sola delle due condizioni per la procedibilità del processo breve.

II.        Prima Condizione: il Presupposto Formale: can. 1683, 1° MIDI

Riflessioni dottrinali

1. Tale condizione, che potrebbe anche essere denominata soggettiva[5], prevede in realtà due ipotesi.

1.1. La prima è quella della domanda originariamente condivisa, altrimenti detta del ricorso congiunto originario, dove cioè entrambi i coniugi propongono l’azione di nullità. La dottrina[6] si è interrogata se ciò significhi condividere anche il merito della domanda e – in caso affermativo – se questo litisconsorzio attivo debba essere, come si dice, proprio o improprio, orientandosi in prevalenza per il primo, ossia nel senso che la condivisione dei coniugi debba concernere non solo il petitum, ma anche la causa petendi: in concreto, i capi di nullità proposti[7]. Sviluppando tale ipotesi interpretativa, se ne dovrebbe desumere che la proposta da parte di ciascuno dei due coniugi di motivi di nullità diversi (a maggior ragione se fra loro incompatibili) sarebbe conseguentemente un elemento contrario alla logica stessa del processo breve[8].

1.2. La seconda ipotesi è quella invece della domanda acconsentita, dove l’accordo dell’altro coniuge è successivo alla proposizione della domanda giudiziale – magari persino sollecitato dalla mediazione del Vicario giudiziale ai sensi dell’art. 15 RP – ma pur sempre espresso nella fase iniziale del processo. Più avanti (cf punto 4, a) ci si interrogherà su quale tipo di consenso questa ipotesi comporti: sul solo petitum? anche sulla causa petendi? solo sulla forma processuale?

In ogni modo, appare del tutto prudente, anche alla luce della prassi concretamente sperimentata, che la richiesta dell’utilizzo della forma brevior del processo non resti implicita nella condivisione della domanda principale, ma al contrario sia esplicitata dalle parti (o dalla parte) che ne abbiano interesse e in maniera chiara, limitando l’iniziativa del Vicario giudiziale a una funzione piuttosto di integrazione alla (che non invece di sostituzione della) iniziativa della parte[9].

2. Va ulteriormente precisato che, secondo una convincente interpretazione, con la scelta del rito da parte del Vicario giudiziale verrebbe meno la possibilità di passare da una forma processuale all’altra, secondo il noto principio per cui electa una via non datur transitus ad alteram[10]. Condivido tale limitazione del passaggio da una forma all’altra del processo alla sola fase iniziale del giudizio. Pretendere che – magari a seguito di una complessa istruttoria in un processo ordinario – si abbandoni la forma appunto ordinaria del giudizio con la motivazione che, nel frattempo, la nullità del patto nuziale sarebbe diventata evidente, sembra alquanto incoerente con la natura del processo breve che, come disegnato dal Legislatore, prevede che la qualità manifesta della nullità sia verificabile fin dall’inizio del processo stesso, non già alla sua fine. Analogamente penso si debba ragionare anche in relazione all’altro requisito (quello del quale per sé ci stiamo occupando), ossia laddove il consenso dell’altra parte al processo breve abbia a manifestarsi in un momento successivo alla scelta della forma processuale ai sensi del can. 1676 § 2 MIDI.

3. In ogni caso viene molto chiaramente sottolineata la qualità esplicita del consenso (originario o sopravvenuto che sia) dei coniugi, quale condizione legittimante l’utilizzo del processo breve; anzi alcuni ritengono che sia necessaria la forma scritta di tale adesione-consenso[11]. Tale consenso «deve essere comunque espresso, specifico e iniziale (ancorché possa non essere originario[12], ovvero «esplicito e formale»[13]. In ogni modo, il consenso della parte non può essere presunto e, in particolare, «el silencio de la parte demandada tampoco puede interpretarse como presunción de que otorga su consetimiento»[14].

Da ciò discendono alcune importanti conseguenze, ossia:

3.1. L’inapplicabilità dell’art. 11 § 2 RP al processo breve quanto al non refragari dell’altra parte, nel senso che detto atteggiamento non può essere comunque confuso con l’acconsentire[15] et quidem alla specifica forma processuale. Si condivide pienamente – a proposito della non applicabilità dell’art. 11 § 2 per la verifica della prima condizione di procedibilità del processo breve – l’argomentazione di uno dei membri della Commissione che ha predisposto i testi del mp[16]: soprattutto quello che potrebbe essere denominato come l’argomento sistematico, che fa presente come l’art. 11 sia contenuto nel titolo III della RP, che si occupa della introduzione e istruzione della causa in genere, e non invece nel titolo V, dedicato esplicitamente al processo breve.

3.2. Il fatto che l’assenza dal giudizio o l’irreperibilità dell’altro coniuge rendono improcedibile il processo breve[17].

In merito a queste due prime conseguenze, vanno richiamati due pronunciamenti che, per quanto aventi valore di risposte private, non mancano tuttavia di autorevolezza[18], come si può desumere anche dal fatto che a tali risposte sia stata data notorietà attraverso il loro stabile inserimento in un sito collegato a quello ufficiale del dicastero che le ha prodotte. Precisamente: la risposta 1° ottobre 2015 del PCTL prot. 15138/2015 afferma che la presunzione dell’art. 11 § 2 vale solo per il processo ordinario e che per il processo breve serve il consenso esplicito di entrambe le parti, non possibile laddove l’altra parte sia irreperibile. Analogamente si esprime la risposta 1° ottobre 2015 prot. 15139/2015 sempre del PCTL: il semplice silenzio di una parte non può essere scambiato con il suo assenso, mentre al contrario un consenso esplicito è inteso come una condizione sine qua non per l’applicazione del processo breve[19].

3.3. Secondo alcuni, infine, il venir meno del consenso in corso di causa imporrebbe il passaggio al processo ordinario[20], fino a ipotizzare una possibile nullità degli atti per l’uso illegittimo della forma brevior del processo[21].

Distinguendo i due profili, sarei piuttosto incerto quanto alla prima conseguenza, ossia che il venire meno del consenso di una delle parti (per quanto prima della conclusione in causa[22]) comporti il passaggio della causa stessa al processo ordinario. Infatti, il consenso di cui al can. 1683, 1° MIDI appare richiesto nella fase iniziale della causa e, come detto sopra, personalmente aderisco alla interpretazione che ritiene che la scelta della forma processuale ai sensi del can. 1676 § 2 produca una situazione irreversibile quanto al rito processuale[23]. La revoca del consenso di una delle parti[24] non ne impedirà quindi lo svolgimento, ma potrà semmai avere un peso nel giudizio del vescovo, a titolo di eventuale possibile difficoltà circa l’effettivo conseguimento della certezza morale richiesta per una decisione affermativa[25].

Quanto invece alla seconda conseguenza – ossia la nullità del processo per uso illegittimo della forma brevior – per quanto il consenso di entrambe le parti (e, tanto meno, la sua permanenza) non venga espressamente previsto nel can. 1683 MIDI come requisito ad validitatem per l’utilizzo della forma breve del processo; e per quanto non possa essere messo in discussione il potere del vescovo diocesano di giudicare un caso matrimoniale di sua competenza, non si deve dimenticare che anch’egli, nell’esercitare la potestà giudiziale, deve agire ad normam iuris, mentre ai fedeli spetta il diritto a seguito del quale si ad iudicium ab auctoritate competenti vocentur, iudicentur servatis iuris praescriptis (can. 221 § 2). Ora, la forma breve del processo può essere praticata ad normam iuris laddove vi sia il consenso iniziale di entrambi i coniugi, almeno (e comunque) quanto all’utilizzo di detta forma processuale. Pertanto, non ritengo irragionevole la posizione di chi sostiene che il processo breve sarebbe nullo se utilizzato senza il consenso originario di entrambi i coniugi. Invece, come detto poco sopra, non vedrei tale tipo di sanzione processuale se il consenso venisse meno nel corso della causa, dopo la scelta della forma processuale da parte del vicario giudiziale.

4. A proposito di questa prima condizione specifica per la procedibilità del processo breve, devono essere affrontate altre due questioni rilevanti.

4.1. La prima è se la condivisione della domanda abbracci necessariamente il merito, richiedendo un vero e proprio litisconsorzio attivo; oppure possa limitarsi alla condivisione della forma processuale, accettando l’altra parte (che resterebbe dunque convenuta) le diminuite garanzie processuali offerte dal processo breve[26]. Alcuni sostengono[27] infatti che il consenso dell’altra parte richiesto dal can. 1683, 1° MIDI «debba avere per oggetto proprio la scelta di chiedere il processo più breve», unitamente alla «accettazione di una partecipazione attiva al processo nella forma più breve»[28]. Il limitare il consenso dell’altro coniuge alla forma processuale breve non solo sarebbe più tecnicamente preciso – un conto è infatti condividere la domanda principale, un altro è accettare una determinata forma processuale – ma anche favorirebbe la necessaria certezza del diritto, perché sull’oggetto di tale consenso si sono già manifestate diverse opinioni dottrinali per cui: «Sarebbe l’unico caso nel quale un requisito di carattere processuale sarebbe abbandonato alla totale incertezza o genericità del suo contenuto»[29].

Va peraltro segnalato che altra dottrina si domanda persino se sia davvero necessaria o anche solo opportuna la richiesta del consenso di entrambi i coniugi[30]. Infatti, la ratio ultima del processo breve appare essere l’evidenza del motivo di nullità: e in questo il processo breve condivide la logica del processo documentale (cf can. 1688 MIDI); mentre invece il consenso dei coniugi è condizione per l’utilizzo del processo contenzioso orale (comunque vietato per le cause matrimoniali: cf can. 1691 § 2 MIDI), dove il non accordo esclude la possibilità di farvi ricorso (cf can. 1656 § 1). L’esigere anche per il processo breve l’accordo dei coniugi finirebbe dunque per risolversi in una limitazione delle possibilità di sua applicazione, sacrificandone la ratio più propria, ossia la evidenza del motivo di nullità. A mio avviso, tuttavia, le più limitate garanzie processuali che esso offre possono giustificare la prudenza in merito del Legislatore nel richiedere l’accordo di entrambi gli interessati circa l’uso di tale nuova forma processuale, introdotta come una novità così grande nel sistema processuale canonico. Condivido quindi la prudente richiesta del consenso di entrambe le parti per il suo possibile utilizzo.

In ogni caso, per quanto sia del tutto verosimile che la forma del litisconsorzio attivo sia quella che più frequentemente preluderà alla instaurazione di un processo brevior, non si può escludere che tale rito processuale possa essere applicato anche laddove l’altro coniuge non sia attore ma solo convenuto, pur accettando la forma breve del processo. Si fa presente che tale interpretazione non solo può essere più rispettosa della realtà delle cose[31], ma anche favorire l’utilizzo del processo breve in presenza della sua seconda condizione legittimante.

Infine, incentrare il consenso delle parti sull’accettazione della forma processuale potrebbe aiutare a equilibrare quei timori – suscitati da parte della dottrina – che si vada verso una dichiarazione di nullità per mutuo consenso, o che comunque le cause dove entrambe le parti aspirino alla dichiarazione di nullità abbiano un trattamento diverso e più favorevole delle altre[32].

4.2. La seconda questione è la seguente: la norma canonica all’esame chiede il consenso dei coniuges; sorge quindi spontanea la domanda su quali siano i doveri e le facoltà del Difensore del vincolo in merito alla scelta della forma processuale.

Dal confronto fra i cann. 1676 § 2 e 1683, 1° MIDI appare chiaro che non se ne esige il consenso per l’applicazione del processo breve. Appare tuttavia del tutto opportuna l’acquisizione in merito del suo parere; e ciò fra il momento della ammissione del libello (can. 1676 § 1 MIDI) e la scelta della forma processuale (can. 1676 § 2 MIDI)[33].

È stata ormai definitivamente superata[34] – anche grazie alla pubblicazione del testo del mp su AAS – una discrasia che si era per qualche tempo protratta fra il testo latino e quello italiano del can. 1676 § 2 MIDI quanto all’inciso audito vinculi defensore, chiarimento che conferma la necessità della acquisizione del suo parere in merito.

In ogni modo, in dottrina si era da subito auspicata una partecipazione tempestiva e attiva del Difensore del vincolo[35], perché nel processo breve la parte pubblica assicura il contraddittorio anche quanto alla scelta del rito processuale[36]. Quindi – sulla base di quanto a lui fornito ai sensi del can. 1676 § 1 MIDI, ossia argomentando a partire dal libello e dai suoi allegati[37] – il Difensore del vincolo potrebbe opporsi alla trattazione della causa secondo il processo breve. Il Vicario giudiziale, nel prendere la sua decisione quanto alla forma processuale, dovrà tener conto delle osservazioni della parte pubblica, dando ragione nel suo decreto ai sensi del can. 1676 § 2 MIDI del perché le abbia accolte o, invece, disattese.

Prospettiva esperienziale

Vorrei ora presentare alcune riflessioni che partono dalla prassi di questo primo biennio di applicazione della forma breve del processo di nullità matrimoniale presso il tribunale Lombardo, proprio con riferimento ai criteri di sua procedibilità e qui cominciando dal primo, quello sino ad ora analizzato.

Premetto che nell’anno 2016 sono state presentate al tribunale Lombardo quindici richieste di processus brevior, solo quattro delle quali sono state ammesse. Nel corso dell’anno 2017 se sono state presentate cinque, delle quali una sola ammessa.

1. Il primo dato che colpisce è che in una buona parte dei casi che hanno dovuto essere inviati al processo ordinario nel corso del 2016 il fondamento stesso della domanda principale (la richiesta di dichiarazione di nullità del matrimonio) appariva come molto debole, in alcuni di essi addirittura al limite della mancanza del fumus boni iuris, mentre era presente il consenso originario delle parti alla forma breve del processo. Evidentemente, nei casi ai quali si è fatto cenno, si confidava nella sola richiesta congiunta delle parti, sopravvalutandola e dimenticando quella che è la ragione più propria del processo breve: la qualità manifesta della nullità e il fatto – chiaramente condiviso dalla dottrina – che le due condizioni poste dal rinnovato can. 1683 sono indisgiungibili, come più sopra già ricordato. Anzi, in uno di tali casi, parlando in seguito con l’avvocato che aveva proposto la causa e quasi rammaricandomi con lui di non aver potuto farla svolgere con il processo breve, mi sono sentito dire – con mia grande meraviglia – che la mia decisione era perfettamente giusta, perché non c’erano le caratteristiche per il processo breve e che la relativa domanda era stata da lui fatta solo per insistenza delle parti. La mia meraviglia deriva dalla presupposizione che l’avvocato dovrebbe aiutare le parti ad agire ragionevolmente e secondo le effettive possibilità loro offerte dal diritto, non invece accettando di farsi mero propugnatore dei loro desideri, magari suscitati da informazioni poco precise rispetto al contenuto effettivo della disciplina canonica.

Invece, nel corso del 2017, le cinque domande di processo breve proposte sono risultate mediamente meglio ponderate, anche se in tre casi si è ritenuto che mancasse la seconda delle condizioni richieste, quella del can. 1683, 2° MIDI, risultando quindi più prudente l’avvio alla forma ordinaria del processo. In una delle due domande meritevoli di accoglimento quanto alla condizione prevista dal can. 1683, 2° MIDI, l’utilizzo della forma breve del processo non ha potuto però essere accordato per mancanza di risposta della parte convenuta che, secondo la linea interpretativa sopra illustrata, non è stata intesa alla stregua di un (tacito) consenso. Peraltro, l’avvio della causa al processo ordinario è risultato per così dire provvidenziale, in quanto l’istruttoria ha presentato una prova testimoniale molto al di sotto delle aspettative prospettate nel libello. Infatti – la causa verteva sull’errore ai sensi del can. 1098 avente come oggetto la tossicodipendenza dell’attore – per quanto l’uso di cocaina da parte di lui fosse attestato per il periodo di qualche mese successivo alla celebrazione nuziale da una cartella clinica di una struttura sanitaria, la convenuta e i testi hanno detto di ignorare quando esattamente l’uso di droga fosse incominciato, se subito prima o subito dopo le nozze. Tale risultanza della prova orale ha resto necessario un supplemento istruttorio, cercando di ottenere notizie anamnestiche più precise da parte di una comunità di recupero nella quale il soggetto era stato ospitato a partire da poco meno di un anno dopo le nozze.

2. Si è detto che il consenso dell’altra parte al processo breve deve essere esplicito. Ma tale consenso, per essere vero, deve anche essere informato, ossia consapevole di cosa sia il processo breve e di quali siano le implicazioni della sua scelta[38]. Anche qui una esperienza concreta: per curiosità, ho eseguito personalmente – ai sensi del can. 1418, quindi in rogatoria – l’interrogatorio di una parte convenuta e di una teste in un processo breve pendente presso un altro tribunale italiano. Prescindo qui dal quesito se l’uso della rogatoria sia compatibile con il processo breve, soprattutto nel caso di una parte[39]. Quello che voglio sottolineare è che alla fine del libello si trovavano tre firme della convenuta, con le quali confermava tre precise dichiarazioni: di essere favorevole alla causa; di essere concorde coi capi di nullità proposti; di essere d’accordo con l’utilizzo del processo breve. Ebbene, nell’interrogatorio la donna, pur confermandosi favorevole alla causa, fece anzitutto vacillare il capo di nullità che la concerneva, né apportò nulla di sicuro per quello che concerneva il marito. Ma, soprattutto, quando alla fine dell’udienza le spiegai che avremmo trasmesso le deposizioni raccolte al tribunale rogante, il quale avrebbe proseguito la causa nella forma breve alla quale ella stessa aveva dato il consenso, la donna mi disse candidamente di non sapere nulla sullo svolgimento del processo breve; le era stato chiesto di mettere quelle firme e lei lo aveva fatto. A quel punto, feci mettere a verbale tale dichiarazione della signora, come anche che ella prendeva atto che le veniva (solo) in quel momento spiegato in cosa consista il processo brevior.

Non molto tempo dopo, nella nostra Cancelleria, si è presentato un signore per far autenticare la sua firma su un libello da presentare allo stesso tribunale e con le medesime caratteristiche, ossia la triplice firma di adesione della quale appena sopra. Alla domanda della (molto professionale) responsabile della Cancelleria del nostro tribunale se si rendesse conto di cose stesse firmando e se sapesse cosa sia il processo breve, il soggetto ha risposto di non saperlo e anzi di non volerlo nemmeno sapere: l’unica cosa che gli interessa è che il processo sia breve. Questi episodi mi fanno sorgere dei dubbi su come si sia svolta nel caso la tanto giustamente sottolineata pastorale pregiudiziale e su come sia possibile che qualche tribunale non sorvegli adeguatamente circa quella che a me sommessamente sembrerebbe una corretta modalità di svolgimento delle cause, ossia nella chiarezza e nella informazione delle parti.

3. Una delle quattro cause ammesse nel 2016 al processo breve non si presentava con una espressa richiesta in merito. Tuttavia, il libello proponeva il caso di un matrimonio molto breve, ossia della durata di soli tre mesi, circostanza che si è ritenuta degna di considerazione alla stregua dell’art. 14 § 1 RP. Inoltre il libello affermava in modo molto chiaro l’esclusione dell’indissolubilità da parte della donna e indicava nominativamente due testimoni (disponibili a deporre) come perfettamente a conoscenza della riserva della donna circa l’indissolubilità. Un’altra circostanza narrata appariva significativa: ossia che la donna avesse fatto fallire in pratica sul nascere una terapia psicologica di coppia, proprio perché irrevocabilmente determinata a lasciare il marito. Infine, al libello era allegata una dichiarazione della donna convenuta, la quale affermava: di essere a conoscenza della domanda dell’attore, di ritenere che essa corrispondesse alla verità e che ella stessa era disponibile a partecipare al giudizio.

Considerato tutto ciò, in qualità di Vicario giudiziale e ai sensi dell’art. 15 RP, prendevo l’iniziativa di proporre l’attuazione del processo brevior. Pertanto, il decreto di ammissione del libello chiedeva esplicitamente alla convenuta la disponibilità a tale rito processuale (ottenendone risposta affermativa); il decreto chiedeva altresì alle parti di produrre quanto prima delle referenze di sacerdoti (cf il can. 1678 § 1 MIDI) a loro proposito, nonché una relazione della psicologa, confermativa della circostanza indicata in libello, ossia il rifiuto della donna ad avvalersi di tale tipo di aiuto.

Purtroppo però l’istruttoria – fissata tempestivamente e concentrata in un solo giorno (parti al mattino e testi al pomeriggio) – ha portato a un radicale ridimensionamento non solo della evidenza della nullità, ma persino ha posto in dubbio la fondatezza della domanda, basata come detto sulla ipotesi di esclusione della indissolubilità da parte della convenuta. Infatti: nella sua deposizione nulla ha addotto l’attore in merito; la donna ha detto che – affaticata per un cambio di lavoro e sentendosi poco sostenuta dal fidanzato – temeva che il loro rapporto potesse non durare, ma che si era sposata fidando che le cose andassero bene come nei dieci anni di fidanzamento, dei quali gli ultimi cinque di convivenza. Negò inoltre di aver voluto interrompere la terapia della psicologa, spiegando che era stata la stessa a dir loro, dopo qualche incontro, che essendo molto giovani e sposati da un paio di mesi dovevano provare ad affrontare le loro difficoltà: semmai la terapia sarebbe stata ripresa più avanti. I due testi, poi, invece che confermare la riserva della donna (come affermato nel libello), si limitarono a dire che negli ultimi tempi prima delle nozze la vedevano meno entusiasta. Nessuna relazione della psicologa venne esibita, così come nessuna testimoniale a favore della convenuta, pretesa autrice della esclusione, la cui dichiarazione giudiziale riveste quindi una importanza del tutto particolare.

A questo punto il Patrono che aveva proposto la causa – dopo aver inizialmente manifestato l’intenzione di mandare comunque il caso alla valutazione del vescovo – nel tempo fissatogli ai sensi del can. 1686 MIDI per la presentazione delle difese ha proposto una domanda di supplemento istruttorio, consistente nella richiesta di audizione di due nuovi testi. Tale domanda è stata ammessa e – prescindendo qui dalla questione se ciò sia possibile in un processo breve, oppure se ciò rappresenti la pratica ammissione della qualità non manifesta dalla nullità del matrimonio[40] – ha apportato elementi di nessun rilievo probatorio. Passata poi al vescovo per la decisione, la causa è stata rimessa al processo ordinario.

Ho addotto questo esempio per spiegare meglio quanto dicevo più sopra (al punto 1 delle osservazioni di carattere dottrinale) circa il fatto che vedo opportuno che l’iniziativa del Vicario giudiziale sia limitata a una funzione piuttosto di integrazione che di sostituzione della iniziativa della parte, che si può ad esempio estrinsecare stimolando il consenso dell’altro coniuge ma solo in presenza di una specifica richiesta della parte attrice. La facoltà attribuita al Vicario giudiziale dall’art. 15 RP andrà in altre parole esercitata con molta prudenza: sia per non recare pregiudizio alla causa, ad esempio avviando al processo breve una causa non chiara, destinata poi ad essere rinviata dal vescovo al processo ordinario, con notevole aggravio finale di tempo; sia per non stravolgere la logica stessa del processo, sostituendosi troppo pesantemente alle scelte delle parti. Acutamente è stato osservato che il Vicario giudiziale dovrà evitare in merito un atteggiamento di ingiustificato paternalismo[41].

III.      Seconda Condizione: il Presupposto Materiale: can. 1683, 2° MIDI

Riflessioni dottrinali

La dottrina ha commentato e suddiviso variamente la presentazione e l’analisi di questo secondo numero del canone. Alla luce di essa, si possono evidenziare in esso quattro elementi, dei quali l’ultimo sarebbe il requisito chiave, quello effettivamente legittimante l’utilizzo del processo breve[42]. Per questo, nella presente esposizione lo si tratta come primo, perché gli altri hanno una funzione per così dire strumentale in relazione ad esso. E, in effetti, è stata proposta la distinzione fra questo requisito – che avrebbe valore sostanziale – e le altre prescrizioni del canone, che avrebbero invece valore processuale, ossia probatorio[43].

1. Il requisito cardine è dunque che la nullità del matrimonio appaia manifesta (can. 1683, 2° MIDI), ovvero sostenuta da argomenti particolarmente evidenti, come li definisce il principio IV, prima parte, della sezione introduttiva del mp MIDI.

La qualità manifesta della nullità o la sua evidenza sono concetti definiti dalla dottrina come indeterminati e particolarmente impegnativi[44], costituendo un presupposto processuale di non facile verificazione, soprattutto in limine litis[45]; concetti non definiti in diritto e che sarebbero affidati «al ragionamento di ogni uomo razionale»[46]. A questo proposito appare forse un po’ troppo ottimistica la pur autorevole opinione che «in non poche cause la fondatezza della richiesta di nullità emerge con chiarezza sin dall’esposizione della vicenda matrimoniale delineata nel libello introduttivo»[47]. In merito a tale affermazione, appare chiaro che l’investigazione previa, prevista dai primi articoli della RP, rivestirà un ruolo di particolare importanza[48]: essendo destinata ad evidenziare tutti gli elementi utili da porre a fondamento non solo di una ragionevole richiesta di dichiarazione di nullità, ma anche di una tale evidenza da poter aspirare a poterla ottenere nella forma breve.

Su un piano strettamente concettuale, ci si potrebbe peraltro domandare se i concetti di evidenza e dell’essere manifesta della nullità non vadano persino al di là della stessa esigenza della certezza morale, pure ribadita come necessaria nella sua accezione propria dall’art. 12 RP. Nemmeno per il processo documentale (la cui ratio è la più prossima a quella del processo breve) si chiede un grado di certezza così elevato. Il can. 1688 MIDI prevede infatti, ribadendo la disciplina precedente, la possibilità di una sentenza affermativa si certo constet della nullità. Ma un conto è la certezza morale, un altro conto sono l’evidenza o la qualità manifesta[49]: in particolare queste ultime si presentano come situazioni che non richiederebbero ulteriore dimostrazione, bensì che si impongono in modo incontrovertibile e indubitabile, senza necessitare di altri supporti probatori o argomentativi. Non va però sottaciuta la posizione dottrinale secondo la quale, proprio con riferimento al processo documentale e alla sua storia, si sostiene che l’evidenza concerna per sé la sola circostanza (come nel processo documentale concerne il documento) che renderebbe procedibile il processo breve, mentre per la sua definizione finale non potrebbe essere richiesta più che la certezza morale, come appunto anche nel processo documentale, peraltro dopo aver sottoposto il documento evidente alle altre verifiche che la legge richiede, ad esempio la non avvenuta dispensa dall’impedimento attestato dal documento[50]. Così come non va ignorata la interpretazione secondo la quale il grado di certezza richiesto per l’ammissione al processo breve non sarebbe superiore alla certezza morale. Anzi si tratterebbe di valutare una nullità inizialmente manifesta e con un grado di certezza solo provvisorio, nel senso che deve essere presente «tutto ciò che è necessario per assicurarsi che le circostanze certe che hanno consentito il ricorso al processo più breve non si siano verificate per ragioni del tutto estranee al motivo di nullità invocato, che dovrà trovare comunque un complessivo e adeguato riscontro nella fase istruttoria, a sostegno dell’eventuale decisione pro nullitate»[51].

Comunque sia, per chi ha una certa esperienza di prassi processuale e si è abituato a giudicare senza fermarsi all’apparenza e senza superficialità – come ad esempio se si ragionasse alla luce di teoremi sociologici generalizzanti – penso sia piuttosto facile rendersi conto come non sia così agevole raggiungere nella fase di ammissione della causa e senza necessità di ulteriori chiarimenti e approfondimenti un grado di certezza così elevato, sia quanto al fatto principale, sia quanto a circostanze particolarmente significative, tutto concedendo a questa seconda interpretazione. Sempre chi ha esperienza effettiva di prassi processuale avrà peraltro spesso constatato come cause che all’inizio apparivano chiare si siano in seguito rivelate molto meno semplici di quanto sembrassero; mentre cause che apparivano incerte si sono chiarite allo svolgersi dell’istruttoria, magari anche solo dopo la audizione delle parti.

In ogni modo, il fatto che il Legislatore abbia fatto ricorso a concetti così impegnativi fa intendere che il processo breve non potrà che rappresentare un’eventualità abbastanza eccezionale, soprattutto per difetti e vizi del consenso, che richiedono accertamenti complessi e spesso risalenti nel tempo. Pertanto, pur non potendo certo escludere casi possibili anche in questo ambito[52], soprattutto per difetti e vizi del consenso il processo ordinario resterà lo strumento normale di accertamento della nullità matrimoniale[53]. Tale opinione viene rafforzata dalle parole di Sua Santità Francesco nel già ricordato discorso in data 25 novembre 2017 ai partecipanti a un corso promosso dalla Rota Romana. In esso il Papa ha detto infatti che il processo breve sarebbe procedibile soltanto laddove ricorra la condizione imprescindibile della «assoluta evidenza dei fatti comprobanti la presunta nullità del coniugio»: l’aggiunta al concetto (evidenza) di un aggettivo di tale peso (assoluta) appare singolarmente rilevante.

In concreto si trovano in dottrina le seguenti posizioni che cercano di dare un contenuto processualmente praticabile ai concetti di nullità manifesta o evidente: a) da un lato si propone l’identificazione della nullità manifesta con la presenza di un fumus boni iuris particolarmente forte[54], convincente, chiaro; b) dall’altro si ipotizza che debba trattarsi di qualcosa di più rispetto al detto fumus[55], ossia la possibilità «de un conociminento muy superior al mero fumus boni iuris»[56], ad esempio richiedendo che si tratti di circostanze coerenti con il capo di nullità proposto, non contestate dall’altra parte e facilmente provabili[57]: in sostanza «pruebas contundentes»[58], soprattutto desumibili da testimonianze o documenti; oppure ancora «pruebas ciertas, claras, patentes, indudables»[59].

Personalmente aderisco a questa seconda posizione e vorrei sottolineare come non possano confondersi o sovrapporsi due concetti che appaiono molto diversi: da un lato, la non manifesta infondatezza della causa (appunto il fumus boni iuris); dall’altro, la sua manifesta ed evidente fondatezza[60]. Tenere ferma questa distinzione sostanziale sarà un elemento importante per ammettere le cause di nullità matrimoniale al processo breve in modo non superficiale ed eversivo delle stesse finalità e cautele dichiarate dal Legislatore.

Messa in luce quella che è propriamente la seconda condizione legittimante l’utilizzo del processo breve, occorre approfondire lo studio di quelle che lo stesso can. 1683, 2° MIDI propone per così dire come mezzi o strumenti di verifica della qualità evidente o manifesta della nullità.

2. Il primo mezzo è la presenza di circostanze di fatti o di persone (rerum personarumque adiuncta) che confermino la qualità manifesta della nullità[61].

Si pone immediatamente a questo proposito la questione del valore dell’elenco contenuto nell’art. 14 della RP, che è stato uno degli aspetti più discussi[62] della riforma.

Lo stesso Sussidio applicativo della Rota Romana[63] precisa che non si tratta di nuovi capi di nullità[64], ma di «elementi sintomatici di invalidità del consenso nuziale», dandone poi una spiegazione illustrativa alle pp. 33-35 del testo fatto circolare.

Si tratta dunque di dati di fatto, già noti alla giurisprudenza rotale, che vanno valutati caso per caso, in relazione sia al loro valore indiziario in sé, sia alla loro idoneità ad essere effettivamente prodromici all’utilizzo del processo breve[65].

Fermo quanto appena detto, con una certa serenità si potrebbe anche sostenere che la “apertura” dell’elenco che tanto ha fatto discutere ([…] exempli gratia […] etc.) potrebbe proprio essere interpretata così: nel senso cioè che le circostanze di ogni singolo caso (più o meno felicemente esemplificate nell’art. 14, ma anche al di là di esse) vanno esaminate con cura e senza pregiudizi nella fase della scelta della forma processuale, in una visione armonica e complessiva del caso. Come pure precisa uno dei membri della Commissione di preparazione dei testi della riforma, tali circostanze vanno assunte senza alcun automatismo e senza che possano essere considerate «in blocco alla stregua di presunzioni a favore della nullità del matrimonio»[66]. In merito si sono ormai già prodotti degli studi molto validi che analizzano con equilibrio le circostanze esemplificate nell’art. 14, sia in generale[67], sia concentrandosi specificamente su qualcuna di esse[68]. In ogni modo, la dottrina sottolinea la relativa eccezionalità della presenza sicura di tali circostanze sin dall’inizio del processo[69].

Nella linea di quanto sin qui sostenuto, ho trovato molto utile la riflessione sul concetto di circostanza, che il Legislatore avrebbe usato nel can. 1683, 2° MIDI in senso generico. Nel contesto di tale riflessione, si procede anzitutto a un tentativo di definizione, per cui «circustancias serían […] la condiciones o accidentes que reflejarían la existencia de un hecho sustancial o principal en cuanto verdad históricamente demonstrable por medios lícits y racionales»; nonché alla deduzione della logica conseguenza che – dovendo le circostanze consistere in fatti reali – le circostanze non potranno consistere in mere valutazioni o congetture, in sospetti o in alcun tipo di presunzione[70].

3. Le circostanze personali o storiche che dovrebbero indicare la qualità manifesta della nullità dovrebbero a loro volta essere avallate da testimonianze o documenti (nel testo latino si dice che esse devono essere testimoniis vel instrumentis suffulta). Riferendosi tale parte della norma in esame ai mezzi di prova, alcuni in dottrina sostengono che – già nella fase di ammissione del libello e di scelta della forma processuale – il Vicario giudiziale dovrebbe esaminare utilità, liceità, autenticità e integrità delle prove proposte[71], un filtro molto esigente e che forse non sarà sempre del tutto possibile attuare nella fase di ammissione del libello e della scelta della forma processuale.

Quanto al contenuto della indicazione normativa, deve anzitutto essere rilevato come – facendosi espresso riferimento a testimonianze e documenti – si deve ritenere escluso che l’uso legittimo del processo breve possa essere fondato sulla sola dichiarazione delle parti[72]. Anche a tale proposito occorre evitare confusioni: un conto è il valore probatorio delle dichiarazioni delle parti nella dinamica del processo (cf i cann. 1536 § 2 e 1678 § 1 MIDI)[73]; un conto è invece la sufficienza della (sola) dichiarazione delle parti per rendere manifesta la nullità del loro matrimonio e, quindi, eo ipso, per assicurare la procedibilità del processo breve.

Quanto invece alle testimonianze che dovrebbero confermare le circostanze autorizzative del processo breve, sembra anche sotto forma di scritti che offrano già un loro contributo[74]; alcuni ritengono invece che esse siano da considerarsi rigorosamente come delle prove conficiendae[75], ossia da acquisirsi comunque in istruttoria ai sensi del can. 1684, 2° MIDI. Il libello dovrebbe indicare perciò con chiarezza identità e conoscenze specifiche dei testimoni da escutere, i quali dovrebbero essere disposti a comparire puntualmente nella sede nella quale si svolge l’istruttoria: per questo, la necessità di ricorrere a una commissione rogatoriale sarebbe una circostanza contraria alla praticabilità del processo breve[76].

Alla luce di quanto appena osservato, ci si dovrebbe quindi interrogare sulla liceità e sul valore di dichiarazioni scritte di eventuali testimoni, predisposte in precedenza ed allegate al libello: nate, in una parola, al di fuori del contraddittorio processuale e delle sue garanzie, con il conseguente rischio «di “precostituire” la prova, rendendo sospetta la testimonianza e quindi indebolendone il valore»[77]. Forse, potranno essere utili degli scritti il più possibile spontanei nei quali i testi anticipino sommariamente l’oggetto della loro eventuale testimonianza e che potranno essere nel corso di essa confermati ed approfonditi; maggiori perplessità lascerebbe invece a mio avviso la presentazione di risposte puntuali ai quesiti per loro proposti, in questo modo anticipando in toto la loro deposizione al di fuori dell’ordinaria dinamica del contraddittorio processuale.

Quanto poi ai documenti[78] – da allegarsi al libello ai sensi del can. 1684, 3° MIDI, come peraltro già saggiamente suggerito a suo tempo dall’art. 117 DC[79] – alcuni tendono ad escludere documenti notarili precostituiti (i cosiddetti affidavit), relazioni di detective privati, e-mail, e anche perizie private[80], soprattutto laddove queste ultime non apparissero coerenti con tutti i criteri canonici di valutazione in merito, necessitando quindi ulteriori approfondimenti[81]. Per queste ultime si fa osservare che, per le cause relative al can. 1095, resta comunque in generale obbligatoria una perizia d’ufficio, come ribadito dal can. 1678 § 3 MIDI (cf can. 1680*), a meno che essa risulti evidentemente inutile alla stregua dei documenti medici richiamati dall’art. 14 § 2 RP, fra i quali possono certo annoverarsi anche eventuali perizie stragiudiziali, acquisite al giudizio canonico ai sensi del can. 1575[82]. È stato in sintesi osservato: «Non risponderebbero […] al requisito voluto dalla disposizione legislativa una perizia medica, un carteggio fra le parti, un diario personale tenuto da uno dei coniugi: documenti che richiedono un’opera di verifica e di valutazione che non può essere immediata»[83]. Un’attenzione peculiare andrà poi riservata alle prove generate dalla tecnologia digitale, che presentano problemi peculiari di verifica: sia della loro autenticità, sia della loro non interpolazione, sia dell’accertamento dell’esatto momento della loro confezione[84]; nonché infine che prospettano la ineludibile necessità di accertare che i loro contenuti corrispondano a fatti reali ed effettivamente sussumibili in uno dei motivi di nullità previsti dall’ordinamento[85]. Per tale complessità relativa a questi tipi di documento, la loro presenza – se determinante ai fini della pretesa qualità manifesta della nullità matrimoniale – sconsiglierebbe l’avvio della causa al processo breve.

Personalmente, nella linea che ho indicato più sopra, più che alla confezione per così dire aprioristica di un elenco che stabilisca quali documenti e testimonianze possano essere idonei a consentire o meno l’attivazione del processo breve, sarei propenso – pur senza dimenticare le utili cautele sin qui richiamate – ad effettuare una valutazione caso per caso, che consideri con attenzione le testimonianze e i documenti proposti. Come illustrerò più sotto, in un caso sono stati ad esempio determinanti (per quanto non da soli) dei messaggi di posta elettronica allegati al libello.

4. Infine, alla stregua degli elementi fin qui recensiti, ai fini della possibilità dell’utilizzo del processo breve, le prove prospettate o presenti in allegato alla domanda dovrebbero consentire di escludere la necessità di una più accurata investigazione e discussione (ossia proporsi come mezzi di prova quae accuratiorem disquisitionem aut investigationem non exigant), cosa che non escluderebbe comunque una istruttoria, la quale dovrebbe tuttavia essere caratterizzata dalle note della rapidità e della facilità[86].

Alcuni fanno notare quella che potrebbe apparire come una contraddizione interna al testo normativo: ossia quella per cui – pur in presenza di una nullità che si afferma come evidente o manifesta, ovvero comprovata da fatti di assoluta evidenza – il canone richieda comunque una ulteriore istruzione della causa e una sua discussione, per quanto non particolarmente accurate. Non saprei però dire se la distinzione fra circostanze e indizi e la limitazione solo a questi ultimi della istruttoria sia davvero idonea a superare la detta difficoltà[87]. Forse, la spiegazione più realistica potrebbe essere quella che il Legislatore abbia utilizzato in senso improprio i concetti di evidenza e di natura manifesta della nullità: ad indicare un grado di verosimiglianza della tesi più forte del mero fumus boni iuris, ma non necessariamente già assurto al livello di certezza morale e, tanto meno (come le parole usate potrebbero però indurre a pensare) della certezza assoluta, di una dimostrazione palmare, indiscutibile, incontrovertibile: appunto in senso proprio (assolutamente) evidente.

Anche qui, la serietà e la iuris peritia del Vicario giudiziale dovranno trovare un equilibrio, ossia una via media, fra il mero fumus boni iuris (necessario per l’ammissione di una qualsiasi causa alla trattazione processuale) e la certezza morale (anche se non addirittura un grado di certezza maggiore, come i concetti di evidenza e di qualità manifesta della probanda nullità parrebbero esigere): una valutazione non così facilmente formulabile nella fase introduttiva del giudizio, prima dello sviluppo complessivo del processo.

Prospettiva esperienziale

Anche in merito a questo secondo requisito per la procedibilità del processo brevior e con le finalità dichiarate all’inizio di questo contributo, desidero sottoporre alla attenzione e alla critica alcune decisioni assunte in merito alla scelta della forma processuale in questo primo anno e mezzo di esperienza, sia laddove l’utilizzo del processo breve è stato ritenuto giustificato, sia invece laddove esso è stato ritenuto impraticabile.

1. Per quanto concerne i casi nel quali il processo breve è stato ritenuto possibile, può essere interessante sottolineare che in alcuni di questi casi non vi è stata per sé domanda congiunta dei due coniugi (anche) quanto alla forma processuale, ma solo acconsentita, acquisendo il Vicario giudiziale – ex art. 15 RP e secondo quella lettura integrativa della iniziativa della parte, che ritengo più prudente – il consenso esplicito dell’altro coniuge. Ciò appare a mio avviso interessante perché consente di ribadire che l’elemento più propriamente giustificante la forma breve del processo non è già il mero consenso delle parti quanto piuttosto la evidenza del motivo di nullità proposto.

Un primo caso vide un libello corredato da ventiquattro documenti di varia natura, dai quali si desumeva l’incapacità soprattutto del convenuto ai sensi del can. 1095, 2° e 3°. Fra tali documenti: dichiarazioni spontanee di testi su quanto da loro conosciuto della vicenda; documentazione dei servizi sociali sulla situazione familiare delle parti, soprattutto con riferimento dell’affido delle loro figlie a un ente pubblico; documentazione clinica relativa ai gravi problemi del convenuto; documentazione circa la di lui inconsistenza lavorativa. Tali documenti e la oggettiva gravità delle problematiche (soprattutto) da parte del convenuto hanno convinto della possibilità di applicare il processo breve, previa l’adesione dell’uomo – su richiesta del Vicario giudiziale – a tale forma processuale. La causa è stata poi decisa affermativamente (con una istruttoria che ha previsto comunque l’audizione di sei testi ma l’omissione di una perizia) e può essere interessante segnalare che, per consentire al vescovo una lettura più completa della documentazione clinica allegata, in qualità di Assessore è stato nominato un perito del tribunale (psichiatra e psicoterapeuta) mentre l’Istruttore era un canonista.

Il secondo caso, al quale abbiamo accennato a proposito dei documenti di natura informatica, appare alquanto istruttivo. Il libello, in questo caso congiunto, riferiva anzitutto di un vita matrimoniale brevissima, circoscritta all’arco di poche settimane, dando così un significato davvero rilevante alla brevità di essa evocata dall’art. 14 § 1 RP. Inoltre, fra i documenti allegati al libello, si trovavano delle e-mail inviate dalle parti e dai contenuti coerenti con il tema di causa, ossia possibili moventi di una esclusione della indissolubilità da parte loro. Tale esclusione non poggiava peraltro su un motivo ideologico (le parti condividevano infatti i contenuti del matrimonio così come intesi dalla Chiesa), bensì su loro contrasti, tanto gravi da aver condotto la donna a una cura prima psicologica e poi psichiatrica e a mettere più volte in discussione la celebrazione della nozze. Non ostante le remore sopra richiamate circa stampe di e-mail e simili, nel presente caso tali documenti sono stati ritenuti rilevanti allo scopo tenendo conto sia della loro datazione, sia dei loro contenuti, sia del loro destinatario. Infatti, il loro destinatario era il sacerdote assistente alle nozze, indicato come teste e dunque in grado di confermare quei documenti nonché l’epoca della loro ricezione. In secondo luogo essi apparivano come tempo collocati nei giorni immediatamente precedenti le nozze, ossia nell’arco di una settimana prima di esse. Infine, quanto ai contenuti, le parti pochi giorni prima del rito nuziale avvertivano il sacerdote di non presentarsi alle nozze, avendo essi deciso di rinunciare a sposarsi a causa delle gravi incertezze della donna; nell’arco di un paio di giorni, però, lo pregavano di voler intervenire, avendoci ripensato. La velocità di tale mutamento di idee e la gravità dei dubbi della donna (chiaramente illustrati nel libello) fece fondatamente pensare che tali incertezze non fossero state davvero superate, cosa del resto confermata dallo svolgimento successivo della vicenda. Il fatto di aver ritenuto nel caso rilevanti per l’ammissione al processo breve dei documenti che normalmente lo sconsiglierebbero ribadisce la personale convinzione che non si debba affrontare tale decisione con rigidità, bensì valutando attentamente – certo sempre senza ingenuità, faciloneria o pregiudizi ideologici di alcun tipo – la questione della scelta della forma processuale. La causa ha in seguito ottenuto sentenza affermativa nella forma breve.

2. Quanto invece alle cause non ammesse alla forma breve del processo, si ritiene meno utile riportare esempi specifici, rinviando a un contributo nel quale sono riportati tutti i passi essenziali dei decreti che hanno disposto la non ammissione del richiesto processo breve nel corso del 2016[88], mentre si ritiene più utile presentare una sintesi complessiva delle motivazioni più rilevanti che hanno condotto alla non ammissione al processo breve. Gli elementi che sono emersi come più significativi per la non ammissione al processo breve appaiono i seguenti:

a) L’enfatizzazione – avvenuta soprattutto nel primo anno di applicazione – della condizione di cui al can. 1683, 1° MIDI, quasi che il mero accordo delle parti sulla domanda principale o almeno sulla forma processuale possa per così dire esentare dall’adempiere al requisito di cui al can. 1683, 2° MIDI, mentre è chiaro che per il processo breve «no depende su “activación” de la mera voluntad de las partes manifestada en la demanda y/o en la respuesta a la citación»[89].

b) La genericità del libello proposto, ad esempio senza chiara indicazione di circostanze significative o delle specifiche conoscenze dei testi indotti; oppure la mancanza di allegazioni concludenti, quali documenti pubblici o privati, dichiarazioni scritte spontanee di possibili testi, quesiti puntuali da proporre ai testi indicati[90]: tutte cose che sono apparse in difformità da quanto chiaramente previsto dal nuovo can. 1684.

c) Al contrario, sono risultate sfavorevoli delle allegazioni dal contenuto problematico, quali una dichiarazione del convenuto praticamente ripetitiva del libello: nella struttura (divisa nello stesso numero di paragrafi numerati), nei contenuti (a ogni paragrafo corrispondeva uno stesso argomento) e persino nelle parole, spesso identiche[91]; oppure verbali preconfezionati della deposizione dei testimoni, che già rispondono puntualmente alle domande loro predisposte dal Patrono, dichiarazioni peraltro redatte in modalità grafiche assolutamente coincidenti ed acquisite fuori della sede processuale e dalla possibilità di contraddittorio che la caratterizza.

d) Elementi sfavorevoli sono state anche considerate alcune circostanze relative alla vita coniugale, quali la sua durata nel tempo o la procreazione di figli, che vengono intese come circostanze da meglio chiarire in una istruttoria (ordinaria).

Così come la presenza di motivi di fallimento del matrimonio di origine solo successiva alle nozze, che introducono un novum nella vicenda e che rendono ulteriormente da indagare il loro rapporto con il motivo di nullità dedotto. Non si intende certo dire che motivo di nullità del matrimonio e motivo del suo fallimento debbano necessariamente coincidere; bensì solo che un elemento assolutamente nuovo ed eventuale (ad esempio una relazione adulterina insorta dopo anni di vita comune) è un dato da indagare e spiegare (nel successivo giudizio), non però immediatamente coerente con una pretesa evidenza del motivo di nullità.

e) Elemento per sé sfavorevole è stato ritenuto anche il cumulo di capi di nullità[92], inteso come la spia del fatto che la situazione non sia qualificabile in modo univoco e manifesto, come dovrebbe invece essere per il processo breve. Che un motivo di nullità matrimoniale possa apparire manifesto fin dal momento iniziale della causa appare essere – sia per la dottrina già più sopra richiamata, ma anche per l’esperienza di chi lavora sul campo – una circostanza abbastanza eccezionale, proprio per la complessità delle situazioni umane o per la necessità della verifica dei diversi elementi costitutivi che le singole fattispecie normative richiedono. Che nello stesso caso tre, quattro o più capi di nullità siano tutti manifesti appare invece una circostanza piuttosto inverosimile.

Un suggerimento che può derivare da ciò è che, laddove si ambisca a ottenere la trattazione di una causa di nullità nella forma breve, ci si concentri su un solo capo, quello che effettivamente appare presentare le condizioni previste della normativa.

f) Si è altresì ritenuto che le mere dichiarazione delle parti – per sé non prive di spessore probatorio nel contesto del successivo svolgimento del processo (in qualsiasi sua forma) – non possano essere considerate, da sole, elemento sufficiente per ottenere la trattazione della causa col processo breve. Se così fosse, basterebbe la concorde dichiarazione delle parti, contenuta nel libello, di aver escluso una proprietà o un elemento essenziale del matrimonio per andare senz’altro al processo breve, con una conseguenza che appare alquanto paradossale.

g) Così, come anche la dottrina non ha mancato nel frattempo di segnalare, è stato considerato che una perizia cosiddetta previa – per quanto certo idonea a rappresentare la non manifesta infondatezza della causa (e non priva poi di eventuale valenza probatoria nel corso della causa stessa) – non sia invece idonea a rappresentarne la evidente e manifesta fondatezza. Ciò ordinariamente e da sé sola, a meno che la perizia non si appoggi su documentazione clinica coeva o comunque vicina all’epoca delle nozze che ne accresca il valore di prova, costituendo un elemento rilevante ai sensi dell’art. 14 § 2 RP. In questo specifico caso – l’essere basata su documenti clinici vicini al momento del consenso dei quali dà anche una adeguata spiegazione – una perizia previa potrebbe concorrere a rappresentare in modo manifesto il fondamento della domanda[93].

IV.       Accenno (necessario) ad Alcune Questioni qui non Approfondite

Nel presente contributo, non prendo in esame le questioni della possibilità di impugnazione della decisione di non ammettere una causa alla forma breve del processo; così come della decisione invece di ammetterla; o, ancora, della possibilità di revoca ex officio di tale ammissione[94].

Nemmeno prendo in esame i complessi problemi relativi alla istruttoria del processo breve quali le modalità di interrogatorio di parti e testi; nonché la possibilità di utilizzare strumenti di prova quali perizie o rogatorie oppure anche quella di ammettere supplementi di istruttoria. Nemmeno affronto la questione della mancanza della pubblicazione degli atti e di come la conoscenza delle prove possa essere assicurata nei confronti delle parti che non abbiano voluto o potuto prendere parte alla raccolta delle prove[95]. Richiamo però esplicitamente tali questioni perché mi preme sottolineare la serietà e la prudenza con le quali vanno accompagnate sia l’ammissione sia lo svolgimento della forma brevior del processo di nullità matrimoniale.

V.        Il Ruolo del Vescovo nella Fase Decisoria del Processo Breve

Uno degli aspetti di maggiore novità del processo breve è che la decisione viene assunta direttamente dal vescovo[96], attenuando – solo per le cause matrimoniali, ma in modo propriamente vincolante soltanto per questa sola forma processuale – il suggerimento offerto dall’art. 22 § 2 DC (e in precedenza sia dal can. 1578 del Codice pio-benedettino sia dall’art. 14 § 3 della Istruzione Provida mater del 1936).

Si deve a questo proposito evidenziare che il munus giudicante  del vescovo è nel processo breve esclusivo e infungibile[97]. Infatti, se a decidere la causa non fosse il vescovo – e proprio il vescovo diocesano, non qualsiasi altro soggetto da lui delegato, ancorché insignito della qualità episcopale – assai difficilmente si potrebbe dire rispettata la ratio della riforma di Papa Francesco[98], che peraltro nel can. 1683 MIDI offre un dato testuale oltremodo chiaro: Ipsi Episcopo dioecesano competit iudicare causas de matrimonii nullitate processu breviore […]. Nel già ricordato discorso di Sua Santità Francesco in data 25 novembre 2017 ai partecipanti a un corso di aggiornamento promosso dalla Rota Romana si leggono queste parole: «Nel processo breviore sono richieste, ad validitatem, due condizioni inscindibili: l’episcopato e l’essere capo di una comunità diocesana di fedeli (cfr can. 381 § 2). Se manca una delle due condizioni il processo breviore non può avere luogo. L’istanza deve essere giudicata con il processo ordinario. […] la decisione da pronunciare coram Domino, è sempre e solo del Vescovo diocesano»[99].

Dunque – e attenendoci alla ipotesi più normale – appare chiaro come il solo vescovo della diocesi che dà titolo alla causa sia da ritenersi competente a prendere la decisione[100], senza possibilità di delega ad altri né de iurede facto: «L’esercizio della funzione giudiziaria è personale e non delegabile»[101]. Sarebbe peraltro ben strano che – dopo aver tanto sottolineato la funzione di giudice del vescovo, proprio in quanto pastore di una diocesi, nonché la opportunità che, almeno in alcuni casi, egli eserciti anche personalmente la giurisdizione, non lasciandola esclusivamente in carico a persone pure fornite in merito di potestà ordinaria ancorché vicaria – un vescovo decida un processo breve non personalmente ma attraverso un semplice delegato, magari non fornito di una specifica preparazione canonica, e quando appunto ha a disposizione soggetti forniti di potestà ordinaria giudiziale. Non sembra proprio una prassi rispettosa dei valori che la riforma ha inteso promuovere, come anche si evince dal Sussidio applicativo della Rota Romana che chiaramente sottolinea: «È il vescovo diocesano che deve pronunciare la sentenza e tale competenza esclusiva non può essere delegata»[102].

Questo comporta che il vescovo diocesano decida effettivamente lui la causa. Per farlo, dovrà leggere completamente gli atti, formandosi un proprio e personale parere, perché «la considerazione critica del materiale raccolto è il primo e indispensabile incarico riservato alla funzione decisoria»[103], che non potrà essere svolta se non dopo «lo studio e l’analisi critica dell’intero fascicolo»[104]. Anzi si suggerisce che il vescovo dovrebbe leggere i pareri di istruttore e assessore (ma anche le eventuali memorie delle parti e le osservazioni del difensore del vincolo) solo dopo aver letto gli atti della causa ed essersi fatto in merito un proprio indipendente parere[105]. Se il vescovo si limitasse a firmare una decisione già formulata da altri; oppure se leggesse i soli pareri di assessore e istruttore, adeguandosi ad essi se concordi o scegliendone uno di essi; oppure se si accontentasse di una discussione orale con assessore e istruttore, ascoltandone le posizioni e approvandone le conclusioni[106]: non si potrebbe dire che avrebbe deciso veramente la causa come vero giudice e che quindi avrebbe davvero adempiuto la ratio che presiede alla forma brevior del processo, che gli attribuisce «la responsabilità diretta e personale dell’accertamento giudiziario»[107]. In altre parole, quella che deve emergere alla fine del processo breve deve essere la decisione propria del vescovo: laddove si agisse in altro modo, si osserva, «verrebbe vanificato uno degli scopi prioritari della riforma, espresso nel quarto dei criteri fondamentali»[108] ossia assicurare – tramite appunto il coinvolgimento diretto del vescovo – decisioni che non pongano a rischio il principio della indissolubilità del matrimonio.

Prospettare poi addirittura che la decisione del vescovo si debba configurare alla stregua di un’autorizzazione a nuove nozze a fronte dell’intima convinzione del fedeli – nel contesto di una crescente privatizzazione (anche in ambito ecclesiale?) della materia matrimoniale – al punto che la «sua pronuncia quindi, più che una dichiarazione di nullità, avrà la natura di un provvedimento di dispensa, di un atto che sana una situazione, come dicevano gli antichi, nutritiva peccati»[109] appare andare al di là delle intenzioni dichiarate dal Legislatore e del testo stesso delle norme, che anche nel caso del vescovo-giudice e del processo breve presuppongono la natura dichiarativa e giudiziale dell’accertamento, salva la indissolubilità del vincolo matrimoniale valido. Si tratta di una posizione che – con tutto il rispetto e direi anche la stima affettuosa per chi la sostiene – non ci si sente di condividere.

Invece, nulla osta che il vescovo si faccia aiutare dall’istruttore o dall’assessore nella redazione della sentenza affermativa[110], beninteso a condizione che essa venga costruita sulla base degli argomenti da lui segnalati e a condizione di una sua personale revisione e approvazione della stessa prima della firma.

Resta invece – almeno per me – più oscuro il significato della prescrizione dell’art. 20 § 1 RP: Episcopus dioecesanus pro sua prudentia statuat modum pronuntiationis sententiae, affermazione che secondo alcuni andrebbe riferita alla notifica della stessa[111], mentre altri attirano l’attenzione sul fatto che la norma preveda sì un tempo per la notifica della sentenza alle parti (cf art. 20 § 2 RP) ma non invece un termine entro il quale il vescovo debba decidere la causa una volta ricevuti gli atti[112].

Nel caso invece della rimessione della causa al processo ordinario – la cui natura è quella di attestare il non (ancora) raggiungimento della certezza morale e di proseguirne la ricerca nella modalità più completa del processo ordinario[113] – un problema che non ho trovato molto affrontato nella dottrina è quello se – nel caso in cui l’istruttore e l’assessore fossero giudici del tribunale che deciderà la causa – essi dovranno o non dovranno essere membri del Collegio che proseguirà e poi definirà la causa  stessa. Uno stimatissimo Collega Vicario giudiziale afferma in merito: «per economia processuale, nel collegio che verrà formato per il processo ordinario sarà opportuno nominare come giudici sia l’istruttore che l’assessore nel processo brevior»[114]. Personalmente, nell’unico caso capitato al tribunale Lombardo, ho preferito provvedere alla costituzione di un Collegio di giudici con persone del tutto diverse rispetto alle due che avevano funto da istruttore ed assessore, onde eliminare nelle parti qualsiasi possibile timore che alla decisione finale del caso potessero concorrere persone che si fossero già formate in precedenza un’opinione loro sfavorevole[115]. Appare invece piuttosto sicuro che la decisione di rimessione al processo ordinario non sia soggetta a impugnative, in specie ad appello[116].

Infine, per quanto sia del tutto prudente che, nel processo breve, non si proponga un cumulo di capi di nullità – e, anzi, come già detto ritengo che tale prassi almeno normalmente sia un ostacolo alla sua procedibilità, perché implicitamente tradisce la non facile e non univoca qualificazione giuridica del fatto – ci si potrebbe trovare di fronte all’eventualità che il vescovo raggiunga la certezza morale soltanto su uno o su alcuni dei motivi di nullità dedotti. La normativa rinnovata nulla dice in merito a come procedere in tale caso. Appare ragionevole, ispirandosi analogicamente alle precisazioni che l’art. 265 § 6 aveva apportato al can. 1682 § 2*, la seguente soluzione: il vescovo dovrebbe dichiarare la nullità del matrimonio per il capo o per i capi circa i quali ha conseguito la certezza morale, tacendo del tutto in merito agli altri, lasciandoli cioè non decisi[117]. Una rimessione della causa – per i capi non provati – al processo ordinario in primo grado di giudizio non avrebbe alcun senso, mancando l’interesse a veder dichiarata la nullità di un matrimonio già riconosciuto invalido. I capi non decisi potrebbero invece essere ripresi – però tamquam in prima instantia – laddove la decisione affermativa del vescovo venisse impugnata e, ammesso l’appello, la causa venisse instradata all’esame ordinario in secondo grado di giudizio ai sensi del can. 1687 § 4 MIDI.

VI.       Conclusione

Le considerazioni sin qui offerte mettono in luce l’impegnativa sfida proposta dalla riforma processuale di Papa Francesco, che spinge gli operatori del diritto a interpretare con prudenza ed attenzione le nuove possibilità ad essi consegnate e a svilupparne tutte le implicazioni. Tale opera di interpretazione e di sviluppo comporta anche che si affrontino le domande e le inevitabili difficoltà che una riforma (che si presenta per così dire a modo di una legge quadro) del tutto prevedibilmente potrebbe far sorgere e che anzi di fatto ha già fatto sorgere. Tale impegno (quello cioè di non nascondere, ma di affrontare le difficoltà e i problemi) è a mio giudizio l’unica forma ragionevole di applicazione e – per usare una parola divenuta ormai di moda – di implementazione delle innovazioni apportate dal mp MIDI all’interno della struttura di un processo che si vuole comunque dichiarativo e orientato alla ricerca della verità[118]; nonché che non contravvenga alla tutela della indissolubilità del matrimonio, tutti aspetti che il Papa ha chiaramente indicato di voler conservare[119].

La corretta applicazione del processo breve – anche quanto alle condizioni di sua procedibilità e quanto al ruolo del vescovo (soprattutto) nella fase di decisione, delle sole quali ci siamo occupati in questo contributo – sarà un banco di prova importante di questo percorso. Il sottoporre alla discussione (e alla libera critica) le considerazioni e la prassi sopra riportate può essere uno strumento per aiutarsi ad affrontare questo cammino impegnativo.



[1] Quanto ad eventuali sigle: mp = motu proprio; MIDI = Mitis Iudex Dominus Iesus, che si farà seguire ai canonici rinnovati dal mp, mentre i canoni abrogati o derogati saranno invece seguiti dal simbolo *; RP = Ratio procedendi allegata al mp; SA = Sussidio applicativo a cura della Rota Romana.

[2] In P. Bianchi, Criteri per l’accettazione del “processus brevior”, in H. Franceschi-M.A. Ortiz, Ius et matrimonium II. Temi processuali e sostanziali alla luce del Motu proprio Mitis Iudex Dominus Iesus, Roma 2017, 359-361 ho espresso delle riserve sulla concreta opportunità (non già sulla possibilità in astratto) che sia lo stesso vescovo diocesano ad effettuare la scelta della forma processuale: alle argomentazioni svolte in quella sede faccio senz’altro rimando. Nello stesso senso G.P. Montini, Gli elementi pregiudiziali del processus brevior; consenso delle parti e chiara evidenza della nullità, 2 (relazione tenuta il 22 marzo 2017 in una riunione di formazione presso i tribunali del Vicariato di Roma e di prossima pubblicazione. Citerò dal testo provvisorio, pro manuscripto): per questo autorevole studioso, è un dato pacifico la «attribuzione al Vicario giudiziale competente alla verifica dell’esistenza dei requisiti de quibus, senza comunque che la verifica da parte del Vescovo diocesano per se vel per alios dei medesimi requisiti possa essere ritenuta invalida, pur rimanendo almeno contro lo spirito della legge». Purtroppo – anche per interventi non conformi a livello centrale – si è in alcuni luoghi creata una situazione paradossale, ossia la esistenza nello stesso territorio di tribunali (o persino altre soluzioni istituzionali) competenti per la stessa materia, ma distinti funzionalmente solo per l’applicazione di un certo tipo di processo: una situazione che certo non giova né alla chiarezza né a un trattamento omogeneo e paritario fra i fedeli: cf in merito A. Giraudo, La scelta della via processuale, 5, relazione tenuta al convegno annuale (3-7 luglio 2017) del Gruppo Italiano Docenti di Diritto canonico, di prossima pubblicazione (cito dal testo provvisorio). La situazione alla quale si è accennato comporta anche incertezza circa l’individuazione del Vicario giudiziale competente a scegliere la forma processuale. A scanso di equivoci, si precisa che laddove fosse lo stesso vescovo diocesano a operare la scelta della forma processuale, questi agirebbe senza dubbio validamente. Così come appare una interpretazione logica della normativa l’affermazione che «l’istanza va sempre indirizzata al Vescovo diocesano», in quanto conseguente alla consapevolezza di chi dovrà decidere in concreto la causa (cf il discorso di Sua Santità Francesco in data 25 novembre 2017 ai partecipanti a un corso di aggiornamento promosso dalla Rota Romana). Ciò sarebbe utile soprattutto laddove mancasse il Vicario giudiziale; oppure laddove, in un tribunale interdiocesano, vi fossero più vescovi competenti: in tal modo sarebbe subito chiaro da quale vescovo il fedele vorrebbe vedere giudicato il proprio caso. Tuttavia, appare difficilmente contestabile che il Legislatore abbia attribuito per sé la scelta della forma processuale al Vicario giudiziale, per quanto l’istanza possa essere “indirizzata” al vescovo. Analogamente avviene nelle cause di scioglimento del matrimonio non consumato, dove spesso il libello è indirizzato al Santo Padre – al quale spetta la decisione ultima – ma che non si occupa personalmente di tutte le fasi della causa.

[3] Meno condivisibile mi pare l’affermazione che il can. 1683 MIDI proponga tre condizioni per l’attivazione del processo breve: il consenso delle parti, la nullità manifesta, la disponibilità immediata delle prove, come propone E. Frank, Juger ou faire juger: l’évèque diocésain dans le procès plus bref et le nouveau rôle du vicarie judiciaire à la lumière du motu proprio Mitis Iudex Dominus Iesus, in «Revue de droit canonique» 67 (2017) 123. Infatti, non solo il testo del canone suddivide chiaramente in due le condizioni richieste; ma soprattutto, come vedremo più avanti, la disponibilità immediata delle prove appare essere un elemento strumentale al poter considerare manifesta la nullità del matrimonio. L’autore propone di distinguere fra nullità chiara in sé e prove subito disponibili (133-134); ma, in un giudizio estremamente concreto quale quello che il Vicario giudiziale deve assumere quanto alla forma processuale, ci si domanda come la nullità possa essere ritenuta evidente senza tener in conto le prove già esibite o da acquisirsi con facilità, per cui le pretese due condizioni sul fronte oggettivo confluiscono in una. Per la verità, parla di tre elementi integranti l’ammissione di una causa al processo breve anche M. del Pozzo, Il processo matrimoniale più breve davanti al Vescovo, Roma 2016, 133, suddivisione in merito alla quale si ribadiscono le osservazioni appena fatte.

[4] Concorda la dottrina. Ad esempio cf M. del Pozzo, Il processo…, 132-133; C. M. Moran Bustos, El proceso “brevior” ante el Obispo Diocesano, in M.E. Olmos Ortega (Ed.), Processo de nulidad matrimonial tras la reforma del Papa Francisco, Madrid 2016, 153; L. Sabbarese, Nuove norme per la dichiarazione di nullità del matrimonio, Bologna 2016, 27; C. Peña García, El nuevo proceso “breviore coram episcopo” para la declaración de la nulidad matrimonial, in «Monitor Ecclesiasticus» 130 (2015) 575; G. Boni, Problemi, criticità, dubbi a proposito della recente riforma del processo di nullità matrimoniale, articolo consultabile on line, su www.statochiese.it, 62 (cito però da un testo continuo fornitomi dalla Autrice); A. Zambon, Il motu proprio Mitis Iudex Dominus Iesus. Prima presentazione, testo on line aggiornato al 9 novembre 2015, 12; P. Moneta, La dinamica processuale nel m.p. “Mitis Iudex”, in «Ius Ecclesiae» 28 (2016) 46: J. Ros Córcoles, El vicario judicial y el istructor en los procesos de nulidad matrimonial tras el motu proprio Mitis Iudex, in «Ius canonicum» 56 (2016), 95; L. Sabbarese, Il processo più breve: condizioni per la sua introduzione, procedura, decisione, in E.B.O. Okonkwo-A. Recchia, Tra rinnovamento e continuità. Le riforme introdotte dal motu proprio Mitis Iudex Dominus Iesus, Roma 2016, 44; G.P. Montini, Gli elementi pregiudiziali del processus brevior, 2; A. Giraudo, La scelta della via processuale, 1-2.

[5] Alcuni vi vedono il rischio di una privatizzazione della materia matrimoniale anche nel diritto canonico: cf gli articoli di E. Peters e M.G. Ferrante citati alle note 232 e 233 in G. Boni, Problemi, criticità, dubbi …, 55-56. Privatizzazione nel senso di demandare di fatto alle parti la scelta della forma processuale, facendo altresì dipendere il trattamento processuale dal loro accordo (processo più breve) o meno (processo ordinario). Aiutano a superare un tale timore le considerazioni di E. Di Bernardo, Problemi e criticità della nuova procedura, in AA.VV., La riforma del processo matrimoniale ad un anno dal motu proprio Mitis Iudex Dominus Iesus, Città del Vaticano 2017,126-130 che illustra come il processo breve non possa essere equiparato a una sorta di giurisdizione volontaria. C. Peña García, El nuevo proceso…, 575-576 evidenzia come il fatto che questa condizione di procedibilità non sia la sola dovrebbe togliere il timore che «pueda interpretarse esta vía como una nulidad “de mutuo acuerdo”, cuya concesión dependa dal interés de ambas partes en obtenerla».

[6] Cf in particolare C. M. Moran Bustos, El proceso…, 136-138, il quale illustra che nel litisconsorzio attivo proprio le parti condividono petitum e causa petendi. In quello improprio condividono solo il petitum, mentre propongono causae petendi diverse, per quanto non incompatibili.

[7] Così anche J. Llobell, Alcune questioni comuni ai tre processi per la dichiarazione di nullità del matrimonio previsti dal M.P. “Mitis Iudex”, in: www.consociatio.org/repository/Llobell_Lumsa.pdf. Ora pubblicato (da qui effettueremo le citazioni) anche – con l’arricchimento delle note – in «Ius Ecclesiae» 28 (2016) 27-28, che parla espressamente di litisconsorzio attivo. Cf anche A. Giraudo, La scelta della via processuale, 2 che esplicita che oggetto della domanda delle parti dovrà però essere anche la condivisione della forma processuale.

[8] In questo senso cf F. Heredia Esteban, El proceso más breve ante el obispo, in «Anuario de derecho canónico» ottobre 2016, 106-106. C. M. Moran Bustos, El proceso…, 137-138, nt. 17 approfondisce il tema della incompatibilità dei capi di nullità matrimoniale con esempi concreti e referenze di dottrina e giurisprudenza.

[9] Più avanti si farà un esempio concreto, richiamando anche della dottrina. Quanto alla natura esplicita della richiesta dell’uso del processo breve non basteranno – come invece mi è capitato di vedere – una proposta orale dell’avvocato al Vicario giudiziale, oppure un appunto manoscritto sulla prima pagina del libello.

[10] Con la fissazione del dubbio di causa si avrebbe dunque anche la fermezza del rito, come si esprime M. del Pozzo, Il processo…,163. Analogamente anche A. Giraudo, La scelta della via processuale, 9-10, che prende in esame (critico) anche la risposta privata del 1° ottobre 2015 (prot. 15138/2015) del PCTL.

[11] F. Heredia Esteban, El proceso más breve…, 107.

[12] M. del Pozzo, Il processo…, 133.

[13] M.K. Adam, “Processus brevior” davanti al vescovo, in AA.VV., Ius et Iustitia XVIII. Acta XVIII symposii iuris canonici anni 2016 (Associazione Canonistica Slovacca), 59.

[14] C. M. Moran Bustos, El proceso…, 143.

[15] Diversi autori fanno rilevare la frequente ambiguità della posizione assunta dalla parte convenuta in causa, ad esempio nella forma della rimessione alla giustizia del tribunale, passibile di diverse interpretazioni: ad esempio C. Peña García, La reforma de los procesos canónicos de nulidad matrimonial: el motu proprio “Mitis Iudex Dominus Iesus”, in «Estudios eclesiásticos» 90 (2015) 648 e 664-665; cf anche C. M. Moran Bustos, El proceso…, 140-141, nota 22; P. Moneta, La dinamica processuale…, 47-48. Così anche Peña García, El proceso ordinario de nulidad matrimonial en la nueva regulación procesal, in M.E. Olmos Ortega (Ed.), Procesos de nulidad matrimonial tras la reforma del Papa Francisco, Madrid 2016, 98 e G. Nuñez, El proceso brevior: exigencias y estructura, in «Ius canonicum» 56 (2016) 142-143, che pure conclude per la non applicabilità di tale prescritto al fine di ritenere attuata la condizione prevista dal can. 1683, 1° MIDI. Cf anche M. Canonico, Il nuovo processo matrimoniale canonico tra innovazioni legislative ed incertezze applicative, in «Il diritto ecclesiastico» 125 (2015) 567. Analizza le possibili risposte dell’altra parte anche A. Giraudo, La scelta della via processuale, 2-4.

[16] Cf P. Moneta, La dinamica processuale…, 47-49. Ne segue l’impostazione J. Ros Córcoles, El vicario judicial…, 95-96.

[17] Concordano M. del Pozzo, Il processo…, 109; C. M. Moran Bustos, El proceso…, 141-143; W.L. Daniel, The Abbreviated Matrimonial Process before the Bishop in Cases of “Manifest Nullity” of Marriage, in «The Jurist» 75 (2015) 578-579; C. Peña García, El nuevo proceso…, 577; C. Peña García, La reforma…, 648. Sembra invece considerare in senso diverso (ma meno, a mio avviso, coerentemente con la ratio di tale tipo di processo e con gli studi più approfonditi che abbiamo citato) L. Sabbarese, Nuove norme …, 27.

[18] Affronta la questione del loro valore giuridico R. Rodriguez Chacón, Antecedentes, estructura y valor jurídico en el sistema normativo canónico de los dos motu proprio de 15 agosto 2015 y sus normas anejas, in M.E. Olmos Ortega (Ed.), Processo de nulidad matrimonial tras la reforma del Papa Francisco, Madrid 2016, 52-55: secondo tale autore le risposte particolari rese pubbliche dal PCTL avrebbero il valore di cosiddetti pareri-nota, senza valore vincolante diretto, ma costituenti una fonte sussidiaria del diritto canonico precisamente a titolo di prassi della Curia romana, alla quale rinvia il can. 19.

[19] Analizza minuziosamente le problematiche relative all’applicazione dell’art. 11 § 2 RP G. Boni, Problemi, criticità, dubbi…, 59-61. Nega la possibilità di confondere non opposizione del convenuto e sua adesione alla domanda attrice anche J. Llobell, Alcune questioni…, 28; così come A. Giraudo, La scelta della via processuale, 4.

[20] C. M. Moran Bustos, El proceso…, 143, ragiona analogicamente a partire dai cann. 1674 § 3 MIDI e 1518, distinguendo se il venir meno dell’accordo avvenga prima o dopo la conclusio in causa; nel secondo caso il processo breve potrebbe proseguire sino alla sua conclusione.

[21] Così L. Sabbarese, Il processo più breve…, 49.

[22] Che in questo caso si dovrebbe verosimilmente far coincidere con il decreto di cui il can. 1686 MIDI, dal momento che una formale conclusione in causa non è prevista nella dinamica del processo breve.

[23] Anche E. Di Bernardo, Problemi e criticità…, 132 si esprime sfavorevolmente ad un passaggio automatico della causa al processo ordinario nel caso venga meno il consenso di una delle parti. Le due possibili soluzioni che vede in tale eventualità sono la rinuncia (al processo breve) o la presentazione comunque della causa al vescovo, che la invierà eventualmente al processo ordinario.

[24] Peraltro fra la revoca del consenso a una specifica forma processuale e il venire meno di una delle parti per morte appare esservi una differenza piuttosto sensibile.

[25] Il vescovo dovrà valutare attentamente non solo l’influenza della revoca del consenso al processo breve sulla prova del motivo di nullità, ma anche le ragioni di detta revoca. Peraltro, se la revoca del consenso dell’altro coniuge alla forma brevior del processo fosse possibile in ogni momento della causa (con gli effetti della improcedibilità della stessa anche dopo il momento della scelta della forma processuale ai sensi del can. 1676 § 2 MIDI), tale fatto potrebbe trasformarsi persino in uno strumento dilatorio del processo: prestando maliziosamente il consenso all’inizio e poi revocandolo in limine decisionis.

[26] Cf G.P. Montini, L’accordo dei coniugi quale presupposto del processus matrimonialis brevior (can. 1683, 1° MIDI), in «Periodica de re canonica» 105 (2016) 395-415 e G.P. Montini, Gli elementi pregiudiziali del processus brevior, 2-3. Appare sposare questa particolare lettura L. Sabbarese, Il processo più breve…, 47.

[27] Rileva la sussistenza di «una disparità di vedute in dottrina circa il contenuto del consenso richiesto nel processus brevior» M. del Pozzo, L’impatto della riforma sul diritto processuale vigente, in AA.VV., La riforma del processo matrimoniale ad un anno dal motu proprio Mitis Iudex Dominus Iesus, Città del Vaticano 2017, 60.

[28] A. Giraudo, La scelta della modalità con cui trattare la causa di nullità: processo ordinario o processo più breve, in Redazione di «Quaderni di diritto ecclesiale» (a cura di), La riforma dei processi matrimoniali di Papa Francesco. Una guida per tutti, Milano 2016, 52.

[29] G.P. Montini, Gli elementi pregiudiziali del processus brevior, 3. Anche il fatto che il processo breve possa essere proposto ex art. 15 RP dal Vicario giudiziale porterebbe chiaramente a distinguere domanda di merito e consenso alla forma processuale brevior.

[30] Cf ad esempio C. Peña García, El nuevo proceso…, 579 e 591, la quale si domanda appunto come mai, in presenza di una nullità patente, non si possa fare a meno del consenso dell’altro coniuge circa l’uso del processo breve. Argomenti che la studiosa ribadisce anche in C. Peña García, La reforma…, 666 e C. Peña García, El proceso ordinario…, 99, nota 22.

[31] Talvolta, nel passato (soprattutto prima dell’art. 102 DC) si è fatto osservare – a favore della possibilità di un ricorso congiunto dei coniugi in una causa di nullità matrimoniale – che il pretendere che uno di essi risulti per forza convenuto sarebbe un formalismo, laddove egli condividesse la domanda principale. Altrettanto formalistico sarebbe però oggi pretendere che l’altro coniuge debba essere senz’altro co-attore, ossia condivida la domanda principale, per l’applicazione del processo breve, laddove egli accetti comunque questa specifica forma processuale.

[32] Cf G. Boni, Problemi, criticità, dubbi …, 55-56 che riferisce l’opinione di E. Peters alla nota 232 e quella di M.G. Ferrante alla nota 233.

[33] Così anche W.L. Daniel, The Abbreviated Matrimonial Process…, 580-581.

[34] La segnala per esempio R. Rodriguez Chacón, Antecedentes…, 38.

[35] Cf M. del Pozzo, Il processo…, 149 e 166; E. Napolitano, Il processus brevior nella Lettera Apostolica motu proprio datae Mitis Iudex Dominus Iesus, in «Monitor Ecclesiasticus» 130 (2015) 559, che cita l’intervento di N. Schöch in occasione della presentazione del mp l’8 settembre 2015. In maniera conforme C. Peña García, El nuevo proceso…, 583. A. Giraudo, La scelta della modalità…, 47 dà per pacifica l’acquisizione del parere del Difensore del vincolo quanto alla scelta processuale e in 53 e 62 sviluppa ulteriormente l’argomento.

[36] C. M. Moran Bustos, El proceso…, 138-139 paventa infatti che il ricorso congiunto possa in qualche caso coprire un patto fittizio, che non corrisponde cioè alla sostanza delle cose (ossia a una vera condivisione della domanda giudiziale), ma che integri solo una mera tattica processuale, volta ad ottenere la dichiarazione della nullità matrimoniale secondo una forma processuale ritenuta più facile e volta «a conseguir la nulidad a toda costa». Per qualche esperienza fatta nel frattempo sono del parere che tale timore del Decano della Rota Spagnola sia tutt’altro che infondato.

[37] Molto opportunamente A. Giraudo, La scelta della modalità…, 54 precisa che, per poter presentare le sue osservazioni anche quanto alla scelta della forma processuale, il Difensore del vincolo dovrà poter prendere visione non solo del libello, ma anche dei suoi allegati, così come delle eventuali integrazioni chieste alle parti dal Vicario giudiziale ai sensi dell’art. 15 RP; posizione ribadita in A. Giraudo, La scelta della via processuale, 6.

[38] Lo sottolinea opportunamente A. Giraudo, La scelta della via processuale, 2.

[39] Ne ho trattato in P. Bianchi, Lo svolgimento del processo breve: la fase istruttoria e di discussione della causa, in Redazione di «Quaderni di diritto ecclesiale» (a cura di), La riforma dei processi matrimoniali di Papa Francesco. Una guida per tutti, Milano 2016, 73-74 e in una relazione dal titolo Lo svolgimento del processus brevior, tenuta nell’annuale convegno del Gruppo Italiano Docenti di Diritto Canonico (3-7 luglio 2017), di prossima pubblicazione.

[40] Anche di ciò ho trattato in P. Bianchi, Lo svolgimento del processo breve…, 82-83 e nella relazione al convegno del Gruppo Italiano Docenti di Diritto Canonico (3-7 luglio 2017).

[41] Per queste osservazioni mi rifaccio, condividendo pienamente, a quanto esposto da C. Peña García, El nuevo proceso…, 584; C. Peña García, La reforma …, 649; e C. Peña García, El proceso ordinario…, 99-100. G.P. Montini, Gli elementi pregiudiziali del processus brevior, 3 mette in luce come la necessità del consenso dei coniugi all’utilizzo della forma breve del processo rappresenti comunque «un argine alla tentazione di abusi da parte di Vicari giudiziali che con leggerezza potrebbero ritenere adempiuto il n. 2 e avviare il processus brevior».

[42] Così C. M. Moran Bustos, El proceso…, 152; così anche C. Peña García, El nuevo proceso…, 575, che indica appunto come elemento determinante che la nullità del matrimonio si deduca con certezza dagli elementi apportati. Cf anche F. Heredia Esteban, El proceso más breve…, 108.

[43] Cf P. Moneta, La dinamica processuale…, 50.

[44] Cf M. del Pozzo, Il processo…, 136 e 138.

[45] Cf C. M. Moran Bustos, El proceso…, 144 e 146.

[46] M.K. Adam, “Processus brevior”…, 61. Interessante lo sforzo dell’autore nel ricavare il contenuto (giuridico) di detti concetti dall’analisi delle occorrenze del termine manifesto nel Codice.

[47] P. Moneta, La dinamica processuale…, 46.

[48] Come si esprime C. Peña García, El nuevo proceso…, 578: «La finalidad de esta investigación previa será la presentación de una demanda sólida, acompañada de todas las pruebas posibles». Su questa fase di indagine pregiudiziale si possono consultare P.A. Moreno García, El servicio de indagación prejudicial: aspectos jurídico-pastorales, in «Ius canonicum» 56 (2016) 65-85; E. Zanetti, La consulenza previa all’introduzione di una causa di nullità matrimoniale, in Redazione di «Quaderni di diritto ecclesiale» (a cura di), La riforma dei processi matrimoniali di Papa Francesco. Una guida per tutti, Milano 2016, 9-27; M.J. Arroba Conde, La pastoral Judicial y la preparación de la causa en el motu proprio Mitis Iudex Dominus Iesus, in in M.E. Olmos Ortega (Ed.), Processo de nulidad matrimonial tras la reforma del Papa Francisco, Madrid 2016, 74-76; C. Bargun, Le motu proprio: Le cadre unitaire de la pastorale familiale, lieu de l’énquête préliminaire o pastorale, in C. Dounot-F. Dussaubat (a cura di), La réforme des nullités de mariage. Une étude critique, Paris 2016, 143-163; G. Nuñez, La fase preliminar del nuevo proceso de nulidad, in «Ius Canonicum» 57 (2017) 9-44; F.J. Regordán Barbero, La investigación preliminar en las nuevas normas procesales del m.p. Mitis Iudex Dominus Iesus, in «Anuario de derecho canónico» Supplemento 5, ottobre 2016, 39-52; C.M. Fabris, Indagine pregiudiziale o indagine pastorale nel motu proprio Mitis Iudex Dominus Iesus. Novità normative e profili problematici, in «Ius Ecclesiae» 28 (2016) 479-504.

[49] Uno dei più facilmente consultabili dizionari on line della lingua italiana (Olivetti), così definisce il concetto di evidenza: «carattere di ciò che è evidente; inoppugnabilità, chiarezza, certezza, immediata comprensibilità di una cosa, tale da renderla innegabile». L’enciclopedia della Filosofia Garzanti (1999), alla voce evidenza, dopo un excursus storico circa come tale concetto sia stato inteso nel tempo, conclude: «Solo Husserl, nel nostro secolo, ha rinnovato il tema della evidenza: ricollegandosi al pensiero di Cartesio, egli la considera caratteristica dei contenuti ideali (“eidetici”), che si danno nella loro obiettività apodittica allorché si sia fatta astrazione dall’esistenza del mondo fisico e del soggetto psicologico» (360).

[50] Cf G.P. Montini, Gli elementi pregiudiziali del processus brevior, 6-8.

[51] E. Di Bernardo, Problemi e criticità…, 134, che cita anche un contributo conforme del prof. M.J. Arroba Conde, Aspectos pastorales de la recente reforma procesal, in Commentarium pro religiosis et missionariis» 97 (2016) 98.

[52] Anche gli autori più prudenti verso le riforme lo ammettono: cf W.L. Daniel, The Abbreviated Matrimonial Process…, 579-580. A solo titolo di esempio: i cinque processi brevi finora svolti al tribunale Lombardo hanno riguardato proprio difetti del consenso. Tre vedevano proposte ipotesi di esclusione (can. 1101 § 2), uno l’incapacità psichica (can. 1095, 2° e 3°) e uno l’errore doloso ai sensi del can. 1098.

[53] Cf W.L. Daniel, The Abbreviated Matrimonial Process…, 563-568 e C. M. Moran Bustos, El proceso…, 144 e 153-154. Più sfumato M. del Pozzo, Il processo…passim, che oscilla fra un atteggiamento di “promozione” del processo breve e ripetuti richiami alla cautela e a un suo uso non superficiale ed abusivo.

[54] Appunto «strong» lo definisce W.L. Daniel, The Abbreviated Matrimonial Process…, 576; invece «reforzado» (pur non considerandolo coincidente con la nullità manifesta) lo definisce J. Ferrer Ortiz, Valoración de las circunstancias que pueden dar lugar al proceso abreviado, in «Ius Canonicum» 56 (2016) 188. M. Canonico, Il nuovo processo…, 567 si esprime invece in termini di «un principio di prova». L. Sabbarese, Il processo più breve…, 49-50 sostiene che il testo avrebbe potuto essere più preciso riferendo la qualità manifesta non alla nullità, ma al fondamento della domanda di nullità, cosa che sembra appunto da riferirsi a una forza particolare del cosiddetto fumus boni iuris.

[55] Cf C. M. Moran Bustos, El proceso…, 144 («mucho más que fumus boni iuris»), cf anche 152, dove rispetto al detto fumus si richiede «una fundamentación fáctica mucho major»; alla luce della quale risulti «lo contrario (la no nulidad del matrimonio) como algo improbable, inverosímil» e M. del Pozzo, Il processo…, 137.

[56] F. Heredia Esteban, El proceso más breve…, 110.

[57] Cf A. Giraudo, La scelta della modalità…, 59.

[58] J. Ferrer Ortiz, Valoración de las circunstancias…, 164.

[59] F. Heredia Esteban, El proceso más breve …, 104.

[60] Sottolinea questa distinzione anche J. Ferrer Ortiz, Valoración de las circunstancias…, 167-168 e 188.

[61] Se non comprendo male e come già più sopra segnalato, G.P. Montini, Gli elementi pregiudiziali del processus brevior, 3-4 vedrebbe tale riferimento alle circostanze del caso in una maniera per così dire più essenziale e non invece solo strumentale alla ostensione della qualità manifesta del motivo di nullità dedotto. Tale qualità concernerebbe, secondo il Promotore di giustizia del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, non già il fatto principale (che è possibile per alcuni identificare con il capo di nullità e che è comunque il fatto giuridico che rileva per la invalidità del patto nuziale), bensì la circostanza (si porta l’esempio della brevità della coabitazione) sulla quale si basa la richiesta del processo breve. Ed è proprio a tale circostanza che si riferirebbero le clausole successive, ossia l’essere provata da testimonianze e documenti e il non necessitare di una istruttoria più approfondita. Personalmente aderisco in questo caso alla lettura (prevalente) proposta: il can. 1682, 2° richiede – per la procedibilità del processo breve – di trovarsi di fronte a nullitatem manifestam, mentre gli altri elementi (circostanze comprese) sono gli strumenti per questo (difficile) giudizio prognostico.

[62] Particolarmente critico R. Pagé, Questions Regarding the Motu Proprio Mitis Iudex Dominus Iesus, in «The Jurist» 75 (2015) 607-617, che teme il risorgere di quel tipo di presunzioni generalizzanti già a suo tempo riprovate dalla Segnatura Apostolica (cf «Periodica de re canonica» 85 [1996] 531-534): ossia le cosiddette presumptions of fact, anche denominate presunzioni di El Paso. Non sono da leggersi in questo senso secondo L. Sabbarese, Nuove norme …, 28, ossia non come «presunzioni di fatto in base alle quali stabilire con certezza una nullità provata». Da parte sua M. del Pozzo, Il processo…, 139-140 giudica le «ipotesi previste dall’art. 14 come molto disparate ed eterogenee», bisognose di un’attenta considerazione per evitare interpretazioni che scardinino l’attuale impianto delle nullità matrimoniali, che il Legislatore non ha inteso mutare nella sostanza. G. Boni, Problemi, criticità, dubbi …, 63-66 riporta nelle (come sempre) ricche note altre voci critiche di autori ai lavori dei quali non abbiamo avuto diretto accesso. J. Ferrer Ortiz, Valoración de las circunstancias…, 170-171 condivide le preoccupazione della studiosa bolognese, ossia che le circostanze elencate nell’art. 14 possano surrettiziamente trasformarsi in presunzioni pro nullitate e mette in luce la «heterogeneidad y falta de sistemática» nella loro esposizione, dove si frammischiano fatti e categorie giuridiche (170 e 189). Mette in luce la presenza nell’elenco di elementi diversi (dati di fatto e cause di nullità) ed analizza i singoli elementi dell’elenco contenuto nell’art. 14 § 1 RP J.I. Bañares, El artículo 14 de las Reglas de Procedimiento del M.P. Mitis Iudex. Supuestos de hecho y causas de nulidad, in «Ius canonicum» 57 (2017) 45-81. Decisamente critico anche C. Dounot, La réforme de la procédure des nullités de mariage au regard des principes iuridiques, in C. Dounot-F. Dussaubat (a cura di), La réforme des nullités de mariage. Une étude critique, Paris 2016, 70, che legge l’art. 14 RP come sbilanciato sul fronte del diritto sostanziale. Secondo P. Toxé. La réforme des procés de nullité de mariage en Droit canonique latin selon le motu proprio “Mitis Iudex Dominus Iesus”, in C. Dounot-F. Dussaubat (a cura di), La réforme des nullités de mariage. Une étude critique, Paris 2016, 131 l’art. 14 DC sarebbe causa di confusione e complicazione.

[63] Alla p. 32 dell’originale e in L. Sabbarese, Nuove norme …, 97.

[64] Anche se giustamente è stato fatto notare che l’elenco contiene sia effettive circostanze di fatto sia invece veri e propri motivi (già noti e previsti dall’ordinamento) di nullità matrimoniale: cf in questo senso J. Kowal, in un intervento svolto il 15 dicembre 2015 alla Pontificia Università Gregoriana ma non ancora pubblicato sulla rivista «Periodica de re canonica», ma anche altri autori quali Ferrer Ortiz e Bañares citati nelle note precedenti.

[65] Così, in modo condivisibile, W.L. Daniel, The Abbreviated Matrimonial Process…, 568-571. Cf  in senso analogo A. Giraudo, La scelta della modalità…, 58, che vede le fattispecie indicate nell’art. 14 come indizi o elementi di prova di un motivo di nullità. Così anche C. M. Moran Bustos, El proceso…, 152-153, il quale fa presente che si tratta di indicazioni non di carattere sostanziale (e come tali istitutive di nuovi motivi di nullità matrimoniale), ma solo di indicazioni di carattere processuale, ossia esemplificative delle condizioni nelle quali è possibile attivare il processo brevior. Molto equilibrata la presentazione di C. Peña García, El nuevo proceso…, 579-582, che invita a una valutazione diversificata per ogni singolo caso delle situazioni esemplificate nell’elenco dell’art. 14, le quali in nessun caso costituiscono una riforma del diritto matrimoniale sostantivo vigente. Così anche C. Peña García, El nuevo proceso…, 666-669, non senza aver rilevato aspetti di problematicità quanto alla estensione e al contenuto dell’elenco dell’art. 14 § 1 RP (667). G. Nuñez, El proceso brevior…, 144 nega che le circostanze elencate all’art. 14 RP possano essere considerate presunzioni in senso proprio, né legali né giudiziali, al di là del loro stesso «no venir expresamente indicadas como tales». Anche M. Canonico, Il nuovo processo…, 568 considera quelli elencati nell’art. 14 § 1 RP solo come «elementi di fatto potenzialmente idonei a determinare un vizio del consenso o una incapacità», non invece come nuovi motivi di nullità matrimoniale. Un orientamento analogo in M. Gas-Aixendri, La dimensión jurídica del matrimonio canónico a la luz del magisterio reciente. Observaciones a propósito de la reforma del proceso de nulidad realizado por el motu proprio Mitis Iudex, in «Ius Canonicum» 57 (2017) 118: si tratta dell’elencazione di fatti con valenza eterogena, che non costituiscono di per sé prova della nullità del matrimonio, ma che si presentano come esempi di situazioni che potrebbero rappresentare degli indizi di una nullità manifesta. R.E. Jenkins, Appling Article 14 of Mitis Iudex Dominus Iesus to the Processus Brevior in Light of the Church’s Constant and Common Jurispudence on Nullity of Consent, in «The Jurist» 76 (2016) 231-265 pone in luce come le fattispecie indicate nell’art. 14 RP devono essere lette alla luce della costante giurisprudenza della Rota Romana.

[66] P. Moneta, La dinamica processuale…, 51.

[67] Cf i due citati studi di J. Ferrer Ortiz, Valoración de las circunstancias…, 157-192 e di J.I. Bañares, El artículo 14…, 45-81. Si vedano anche A. D’Auria, Mitis Iudex Dominus Iesus. Alcune considerazioni sull’art. 14 delle Regole procedurali, in E.B.O. Okonkwo - A. Recchia, Tra rinnovamento e continuità. Le riforme introdotte dal motu proprio Mitis Iudex Dominus Iesus, Roma 2016, 59-104; H. Franceschi, La riforma e il regime delle nullità matrimoniali, in AA.VV., La riforma del processo matrimoniale ad un anno dal motu proprio Mitis Iudex Dominus Iesus, Città del Vaticano 2017, 31-41.

[68] Cf l’articolo, di prossima pubblicazione su «Apollinaris», di F. Catozzella, La durata della convivenza coniugale. Valore probatorio alla luce della giurisprudenza rotale: è un contributo di molto equilibrio, che rifugge da ogni generalizzazione. In particolare, il valore probatorio della circostanza oggetto dello studio è rapportato alle ipotesi di esclusione della indissolubilità del vincolo e di incapacità ai sensi del can. 1095, 2 e 3.

[69] Cf C. M. Moran Bustos, El proceso…, 146. Secondo C. Peña García, El nuevo proceso…, 579, per i valori in gioco, il processo breve rivestirebbe un «carácter notablemente exceptional». E. Frank, Juger o faire juger…, 136 paventa che il processo breve rimanga un fenomeno marginale nella pratica dei tribunali ecclesiastici. Ma ciò appare del tutto logico viste le condizioni molto severe previste dal Legislatore per l’attivazione di un tale processo. In ogni modo, sommessamente appare che la soluzione proposta sia assai peggiore del male paventato. Essa consisterebbe nel sostenere che il ruolo del vescovo come giudice sarebbe soltanto simbolico, mentre nella realtà esso dovrebbe concretizzarsi in una delega al Vicario giudiziale (che sarebbe invece il vero protagonista della riforma) della facoltà di decidere i processi brevi (138). Tale soluzione, però, comporterebbe lo svuotamento di uno dei principi che si sono in essa solennemente affermati; inoltre – laddove questa delega fosse soltanto de facto, firmando cioè il vescovo una decisione in realtà non presa da lui – si incorrerebbe in un grande inganno: C.M. Moran Bustos, El proceso…, 164 avverte assai efficacemente che, se ciò avvenisse, ci si troverebbe di fronte al pericolo di «insitucionalizar el mayor de los formalismos: que la sentencia no sea real y materialmente de quien resulta ser».

[70] F. Heredia Esteban, El proceso más breve.., 109.

[71] Cf A. Giraudo, La scelta della modalità…, 55-56.

[72] Cf P. Moneta, La dinamica processuale…, 52-53: tali dichiarazioni richiedono infatti una valutazione complessa, come emerge da una piana lettura del can. 1678 § 1 MIDI. In senso analogo G. Nuñez, El proceso brevior…, 145.

[73] Non è questa la sede per discutere se e in quale misura la sostituzione del can. 1679* con il can. 1678 § 1 abbia modificato (soprattutto in maniera sostanziale) il valore probatorio delle dichiarazioni delle parti. A nostro sommesso avviso la risposta non può che essere negativa, cosa ad esempio condivisa da M. del Pozzo, L’impatto della riforma…, 62 e 78. Solo si vuole segnalare un contributo in quanto molto realistico (alla luce della concreta prassi giudiziale) in materia e che rifugge da alcune presentazioni enfatizzate che si sono fatte del nuovo can. 1678 § 1: A. Bamberg, Justice, vérité et miséricorde au risque du mensonge, in «Revue de droit canonique» 67 (2017) 171-187.

[74] Cf C. M. Moran Bustos, El proceso…, 147.

[75] Cf M. del Pozzo, Il processo…, 136.

[76] Cf P. Moneta, La dinamica processuale…, 53. C. Peña García, El nuevo proceso…, 578, ritiene che la necessità di esperire la prova periziale sia un elemento tendenzialmente contrario alla procedibilità del processo breve; così come la necessità di eseguire rogatorie, ossia la raccolta di prove delegate da parte di altri tribunali, ma senza alcuna rigidità e soluzione preconfezionata. G. Boni, Problemi, criticità, dubbi …, 70-71 evidenzia (con indicazione in nota di diverse posizioni dottrinali) alcuni interrogativi inerenti l’individuazione delle prove idonee a consentire l’attivazione del processo breve.

[77] A. Giraudo, La scelta della modalità…, 59. A. Zambon, Il motu proprio…, 13 ipotizza invece che «si tratti di presentare quanto i singoli testi sanno, magari proponendo dei quesiti specifici a seconda dei testi e del loro livello di conoscenza» della vicenda. Nello stesso senso A. Giraudo, La scelta della via processuale, 7

[78] È stata anche fatta notare una scelta terminologica singolare, per cui mentre nel can. 1683, 2° MIDI si parla di instrumenta (concetto alquanto ampio), nel can. 1684, 3° MIDI si torna al più usuale documenta: cf A. Giraudo, La scelta della modalità…, 59-60 e A. Giraudo, La scelta della via processuale, 7-8. Una diversità terminologica che non favorisce del tutto la chiarezza. Cf anche P. Hubert, “Ad certitudinem moralem iure necessariam…”. La question de preuves à la lumière du motu proprio Mitis Iudex Dominus Iesus, in «Revue de droit canonique» 67 (2017) 113.

[79] A. Giraudo, La scelta della via processuale, 9 fa notare anche che la necessità di una ulteriore ricerca documentale nella fase istruttoria (ad esempio dalla documentazione clinica, da raccogliere e interpretare) non sarebbe un elemento favorevole alla ammissione della causa al processo breve.

[80] Cf C. M. Moran Bustos, El proceso…,148.

[81] Cf G. Nuñez, El proceso brevior…, 145.

[82] Cf C. M. Moran Bustos, El proceso…, 149-151. Anche G. Boni, Problemi, criticità, dubbi …, 71-72 si orienta per la difficile ammissibilità di cause relative all’incapacità psichica al processo breve, sia per l’ordinaria necessità di una perizia d’ufficio, sia per la scarsa affidabilità di perizie confezionate in altri contesti. Così anche A. Zambon, Il motu proprio…, 13. Non si comprende bene invece come si possa affermare che il mp abbia conservato l’obbligatorietà della perizia solo per i casi concernenti il can. 1095, 3°: P. Hubert, “Ad certitudinem moralem iure necessariam…”…, 118.

[83] P. Moneta, La dinamica processuale…, 52.

[84] Cf A. Giraudo, La scelta della modalità…, 56 e 60-61. Su questo tema, più ampiamente, cf R. Palombi, Valore probatorio dei mezzi di comunicazione elettronica nel processo matrimoniale canonico, in G. Dalla Torre-C. Gullo-G. Boni (a cura di), Veritas non auctoritas facit legem. Studi di diritto matrimoniale in onore di Piero Antonio Bonnet, Città del Vaticano 2012, 375-388; e anche A. Giraudo, Prove e nuove tecnologie nel processo canonico, in AA.VV., Matrimonio e processo: la sfida del progresso scientifico e tecnologico, Città del Vaticano 2016, 273-293. Più possibilista sull’uso di tali strumenti di prova al fine della praticabilità del processo breve è P. Moneta, La dinamica processuale…, 53: ma l’accenno è fatto in modo assai rapido e senza forse considerare adeguatamente l’intrinseca complessità di tale tipo di documenti.

[85] Avverte A. Giraudo, La scelta della via processuale, 8: «Non è da sottovalutare neppure il fatto che anche il contenuto di tali file digitali presenta una forte ambiguità nel linguaggio e nelle finalità e modalità con cui le persone consegnano a tali strumenti istanti, emozioni, sentimenti, avvenimenti della propria vita». A chiunque sia capitato di dover analizzare scambi di e-mail, messaggi sms o testi del genere sarà balzata all’occhio la frequente imprecisione e non chiarezza di tali scritti, la forte emotività che caratterizza risposte immediate e poco ponderate, un linguaggio talvolta fuori controllo nella foga di reagire all’interlocutore.

[86] Cf M. del Pozzo, Il processo…, 134-135.

[87] Cf in questo senso C. M. Moran Bustos, El proceso…, 146-147.

[88] Cf P. Bianchi, Il processus brevior coram episcopo. Le prime esperienze di un tribunale locale, in AA.VV., Studi in onore di Carlo Gullo, volume III, Città del Vaticano 2017, 799-826.

[89] C. M. Moran Bustos, El proceso…, 135.

[90] Al contrario, la prospettazione di numerosissime domande (fino a più di trenta), uguali per tutti i testi e spazianti su tutta la vita delle parti sono state ritenute la spia della necessità di una istruttoria più completa e della non evidenza del motivo di nullità proposto.

[91] Nel suo interrogatorio, nel processo ordinario, la parte attrice ammise candidamente che quello scritto era stato confezionato da lei e dall’avvocato mandandolo poi da firmare al convenuto. Una cosa, peraltro, non difficile da indovinare, visto che nel testo alcuni particolari relativi al convenuto (ad esempio il suo attuale domicilio) erano inseriti a mano in spazi lasciati in bianco. Era piuttosto inverosimile che se il convenuto fosse stato il vero autore di quel testo non sarebbe stato in grado di inserire direttamente il suo domicilio attuale nel redigerlo a computer, dovendo lasciare uno spazio bianco per poi inserirlo a mano.

[92] Concorda con questa valutazione M.K. Adam, “Processus brevior”…, 64: «con più capi di nullità difficilmente potremmo immaginare un processo breve».

[93] In merito alla perizia previa rimando a un mio studio di prossima pubblicazione (una relazione tenuta a Brno il 19 settembre 2017, nel contesto di un corso di aggiornamento promosso dalla associazione dei canonisti della Repubblica Ceca), nel quale si tratta appunto del valore probatorio di tale tipo di perizia, nonché della sua idoneità a essere in alcuni casi circoscritti prodromica all’utilizzo del processo breve nei termini esposti nel testo.

[94] Ne tratto in un articolo di prossima pubblicazione sulla rivista «Ius Communionis» della Facoltà di diritto canonico della Università di San Damaso a Madrid, dal titolo: La scelta della forma processuale brevior, che per altri versi ho invece utilizzato in questo studio.

[95] Ne ho trattato ampiamente in più di un contributo. Quello più aggiornato è di prossima pubblicazione è quello già richiamato e consistente in una relazione fatta nel luglio 2017 nel contesto della settimana annuale di studio promossa dal Gruppo Italiano Docenti di Diritto Canonico. Il titolo del contributo è: Lo svolgimento del processus brevior.

[96] Uno studio assai utile su tale aspetto è quello di M. Mingardi, Il ruolo del vescovo diocesano, in Redazione di «Quaderni di diritto ecclesiale» (a cura di), La riforma dei processi matrimoniali di Papa Francesco. Una guida per tutti, Milano 2016, 91-105. Così anche si veda P. Malecha, La responsabilità del vescovo diocesano nel processo giudiziale dopo la promulgazione del “motu proprio” Mitis Iudex di Papa Francesco, in Ius et iustitia XVIII, Acta XVIII Symposii Iuris Canonici anni 2016 (senza luogo, ma nella Repubblica Slovacca), 99-125. Interessanti le riflessioni di B.A. Hebda, Reflections on the Role of the Diocesan Bishop Envisioned by Mitis Iudex Dominus Iesus, in «The Jurist» 76 (2016) 137-157: l’autore stesso è vescovo e contestualizza MIDI nella sensibilità di Papa Francesco di andare incontro alle persone ferite e marginalizzate a seguito di un fallimento matrimoniale. Anche in questo sforzo, però, il vescovo deve restare garante dell’unità sia della dottrina sia anche della disciplina (148).

[97] Cf M. del Pozzo, Il processo matrimoniale più breve…, 202.

[98] Concordo perfettamente con quanto sostenuto in merito dal prof. M.J. Arroba Conde, Giusto processo e peculiarità culturali del processo canonico, Roma 2016, 47, nota 15 e 57. Nello stesso senso cf C. Peña García, El nuevo proceso…, 587; E. Napolitano, Il processus brevior…, 562; E. Di Bernardo, Problemi e criticità…, 143-144, che ritiene una delega della potestà di decidere contraria alla ratio legis e sottolinea come «la circostanza che il Vescovo diocesano sia giudice di questo nuovo tipo di processo sembra essere un elemento proprio e costitutivo del processus brevior, al punto che l’eventuale radicalizzazione di un modus operandi che disattenda il suo coinvolgimento personale nel munus iudicandi potrebbe significare uno stravolgimento interpretativo della portata della norma» (144).

[99] Ci si potrebbe tuttavia domandare se, essendo l’episcopato presentato come condizione ad validitatem per la procedibilità del processo breve (inscindibile da quella di essere capo di una comunità diocesana di fedeli), detta forma processuale non sia possibile laddove le figure pur richiamate con la citazione del can. 381 § 2 non siano vescovi: ossia il prelato, l’abate territoriale, il vicario apostolico, il prefetto apostolico o l’amministratore apostolico (cf i can. 370-371). Infatti non necessariamente tali figure sono caratterizzate dalla qualità episcopale.

[100] Con l’eccezione delle figure a lui equiparate ai sensi del can. 381 § 2 e delle disposizioni relative alla sede impedita o vacante: lo precisano anche M.K. Adam, “Processus brevior”…, 57 e P. Malecha, La responsabilità del vescovo diocesano…, 101. Tali autori, che scrivono prima del discorso del Santo Padre del 25 novembre 2017, non affrontano la questione della qualità episcopale come condizione inscindibile ad validitatem per la definizione di un processo breve.

[101] F. Heredia, L’istruzione e la decisione nel processus brevior, in H. Franceschi-M.A. Ortiz, Ius et matrimonium II. Temi processuali e sostanziali alla luce del Motu proprio Mitis Iudex Dominus Iesus, Roma 2017, 384. Negano la possibilità di delega anche M.K. Adam, “Processus brevior”…, 58 e P. Malecha, La responsabilità del vescovo diocesano…, 111.

[102] SA, 40. Ribadisco pertanto il mio prendere decisamente le distanze da posizioni quali quella rappresentata da E. Frank, Juger ou faire juger:…, che tende a ipotizzare una delegabilità della decisione al Vicario giudiziale, che assumerebbe nella riforma del 2015 un ruolo di particolare protagonismo. Si condivide invece che è il vescovo diocesano il responsabile della decisione nel processo breve come sottolinea – oltre agli autori già richiamati – anche B. Gonçalves, La responsabilitè des évêques dans le motu proprio “Mitis Iudex Dominus Iesus”, in C. Dounot-F. Dussaubat (dirs.), Le réforme des nullités de mariage. Une étude critique, Paris 2016, 184.

[103] M. del Pozzo, Il processo …, 199.

[104] F. Heredia, L’istruzione e la decisione…, 382; anzi poco dopo si afferma che il vescovo avrebbe «l’inderogabile dovere […] di studiare attentamente tutta la causa».

[105] Cf M. Mingardi, Il ruolo del vescovo…, 102.

[106] Paventa un rischio del genere G. Boni, Problemi, criticità, dubbi…, 84; mentre C. M. Moran Bustos, El proceso “brevior”…, 164 avverte assai efficacemente – come già richiamato, ma come si ritiene opportuno espressamente ribadire – che, se ciò avvenisse, ci si troverebbe di fronte al pericolo di «insitucionalizar el mayor de los formalismos: que la sentencia no sea real y materialmente de quien resulta ser».

[107] M. del Pozzo, Il processo …, 196.

[108] M. Mingardi, Il ruolo del vescovo…, 102-103, dove si invita molto opportunamente a riflettere sulla diversità fra il voto del vescovo a conclusione della fase diocesana della causa di scioglimento di un matrimonio non consumato (parere solo interinale e non decisorio) e la sentenza nel processo (breve) di nullità matrimoniale, provvedimento decisorio e definitivo del grado di giudizio.

[109] P. Moneta, Il ruolo dell’avvocato nel nuovo ordinamento processuale, in AA.VV., La riforma del processo matrimoniale ad un anno del motu proprio Mitis Iudex Dominus Iesus, Città del Vaticano 2017, 169.

[110] Cf SA, 40; cf anche F. Heredia, L’istruzione e la decisione…,  385, che suggerisce una analogia con l’art. 48 § 2 della Lex propria del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica. Sulla forma e sulla motivazione della sentenza nel processo breve cf M. del Pozzo, Il processo …, 211-215. Cf anche M.K. Adam, “Processus brevior”…, 68.

[111] Così ad esempio C. M. Moran Bustos, El proceso “brevior”…, 171. Il SA (40) ipotizza invece la pronuncia della sentenza «in udienza pubblica», dopo aver indicato che il vescovo dovrebbe determinare le modalità per pronunciare la sentenza «tenendo conto della volontà espressa in merito dalle parti».

[112] E. Zanetti, in Redazione di «Quaderni di diritto ecclesiale» (a cura di), Codice…, 1334 nel commento al can. 1687 § 2. Aggiungo che ciò dipenderà anche dalla grandezza della diocesi e dalle contingenze dell’attività pastorale del vescovo in quel momento, se si deve ritenere – cosa che, si ribadisce, è l’unica ipotesi veramente coerente con il senso della riforma – che il vescovo non possa essere davvero ritenuto giudice se non studiando integralmente e personalmente la causa, decidendola in prima persona e indicando le motivazioni da porre alla base della decisione, anche se la loro redazione scritta verrà magari svolta da terzi.

[113] Per la natura di tale provvedimento cf M. del Pozzo, Il processo …, 205-207.

[114] A. Zambon, Il motu proprio…, 16.

[115] Per una conoscenza – dal punto di vista processuale – del caso cui faccio cenno, cf P. Bianchi, Lo svolgimento dinamico del processo breve: l’esperienza di un tribunale locale, in «Monitor Ecclesiasticus» 131 (2016) 289-308.

[116] Cf ad esempio F. Heredia, L’istruzione e la decisione…, 384, o anche E. Zanetti, in Redazione di «Quaderni di diritto ecclesiale» (a cura di), Codice…, 1334 nel commento al can. 1687 § 2 MIDI.

[117] C. M. Moran Bustos, El proceso “brevior”…, 168-169, pur dando atto della sostenibilità di questa soluzione, preferirebbe un rinvio di tutta la causa al processo ordinario, in quanto il lasciare dei capi non decisi potrebbe essere visto come il rendere una pronuncia infra petita e come una compromissione del diritto di difesa delle parti.

[118] Per quanto concerne la ricerca della verità nelle cause di nullità matrimoniale, mi permetto il rinvio a P. Bianchi, Il servizio alla verità nel processo matrimoniale, in «Ius Canonicum» 57 (2017) 83-104. Interessante l’accenno che si trova in R. Minnerath, Les références doctinales dans le motu proprio Mitis Iudex Dominus Iesus, in «Revue de droit canonique» 67 (2017) 106, secondo il quale saremmo oggi di fronte a due opposte filosofie della conoscenza: quella sostanzialmente idealistica, molto diffusa nella società, che vede la realtà come una costruzione e una proiezione del nostro spirito; e la filosofia realista – che sarebbe quella propria della Chiesa – per la quale la realtà (e quindi la verità più profonda) è insita nello stesso essere delle cose, che il nostro spirito sì scruta e scopre, ma che non crea.

[119] Cf in merito H. Franceschi, La riforma e il regime delle nullità…, 26-29.

 

Inaugurazione dell’Anno Giudiziario 06.03.2018

del Tribunale Ecclesiastico Interdiocesano Umbro

Relazione del Vicario Giudiziale P. Cristoforo Pawlik OFM Cap.

sull’Attività del Tribunale Ecclesiastico Interdiocesano Umbro nel 2017

 

Eminenza Reverendissima Cardinale Gualtiero BASSETTI

Eccellentissimi Arcivescovi e Vescovi,

Mons. Paolo BIANCHI Vicario Giudiziale del TER Lombardo,

Onorevoli Autorità Civili,

Signori Avvocati e Illustri Operatori Giudiziari del Tribunale,

Cari Signore e Signori


Buongiorno e Pace e Bene a Tutti!

Rivolgo un cordiale saluto e ringraziamento a Voi tutti intervenuti che, accogliendo il nostro invito, onorate con la Vostra presenza, la celebrazione dell’Inaugurazione dell’Anno Giudiziario 2018 del nostro Tribunale.

Consentitemi di ringraziare gli Eccellentissimi Arcivescovi e Vescovi della Regione Ecclesiastica Umbra: abbiamo bisogno della Vostra vicinanza per continuare a fornire un sollecito e puntuale servizio.

È con particolare gratitudine che mi rivolgo a Sua Eminenza Reverendissima Cardinale Gualtiero BASSETTI, Moderatore del nostro Tribunale, che il 24/05/2017 è stato nominato Presidente della CEI, e comunque accompagna con premura la nostra attività.

Vogliamo complimentarci con S. Ecc. Rev.ma Mons. Renato Boccardo, Arcivescovo di Spoleto-Norcia, per la sua recente elezione (8/09/2017) a Presidente della CEU.

Inoltre, vogliamo dare il nostro più cordiale benvenuto a S. Ecc. Rev.ma Mons. Luciano Paolucci Bedini, nuovo Vescovo di Gubbio, che per la prima volta partecipa al nostro Dies annualis.

Un grazie caloroso rivolgo al Mons. Paolo BIANCHI Vicario Giudiziale del TER Lombardo, insigne esperto di Diritto processuale canonico, che ha accettato di partecipare a questa solenne Inaugurazione dell’Anno giudiziario.

Mons. Paolo BIANCHI ha accolto il nostro invito e ci terrà una preziosa prolusione sul tema: “Le Condizioni di Ammissione al Processo Breviore e il Ruolo del Vescovo in tale Forma Processuale”, la vera novità del MP Mitis Iudex Dominus Iesus con cui Papa Francesco nel 2015 ha riformato il processo di nullità matrimoniale. Sono convinto che la Sua relazione per tutti noi sarà un vero arricchimento.

Con viva cordialità porgo il mio benvenuto a Mons. Roberto Malpelo, Vicario Giudiziale del Tribunale Ecclesiastico Regionale Etrusco - per noi il Tribunale ordinario d’appello - e a Don Pedro Daniel Dalio venuti da Firenze.

Un saluto a Don Mario Colabianchi nuovamente nominato Vicario Giudiziale del Tribunale Ecclesiastico Regionale Piceno e altri venuti dalle Marche.

Benvenuto a Mons. Pasquale Larocca, Vicario Giudiziale del Tribunale Ecclesiastico Regionale Pugliese.

Sono grato a tutti i miei collaboratori che nei vari ruoli: Cancelliere, Giudici, D.V. Patroni stabili, Periti e personale dipendente, che si impegnano per il buon andamento del Tribunale. Ringrazio il Signore per avermeli affiancati, perché grazie a loro si sono potuti ottenere i risultati che esporrò.

SINTESI DELL’ATTIVITÀ DEL TEIU NELL’ANNO 2017

È mio gradito compito, ora, riferire sull’attività svolta dal nostro Tribunale Ecclesiastico Interdiocesano Umbro di prima istanza, competente per le cause di nullità matrimoniale per le Arcidiocesi e le Diocesi in Umbria, nell’anno 2017:

A pag. 5 del libretto: Cause di nullità pendenti al 31/12/2016 erano 93.

Nel corso dell’anno 2017 sono state introdotte n. 106 cause di N.M. e nessun Super Rato. NB. Tra le cause di nullità trattate dal TEIU 1 è stata introdotta e trattata con rito breviore e 1 documentale.

Nel 2017 sono state portate a termine n. 104 cause di N.M., compresa breviore e documentale, di cui 102 con sentenza affermativa, 1 con sentenza negativa e 1 causa è stata archiviata per la morte della Parte convenuta.

Al 31/12/2017 risultavano pendenti 95 cause NM e nessuna richiesta di dispensa super rato, di cui: 9 = prossime alla sentenza, 14 = in fase dibattimentale; 35 = giacenti presso i Periti; 36 = in fase istruttoria e 1 sospesa.

Ora, vogliamo brevemente soffermarci sui CAPI DI NULLITÀ ACCUSATI, CON I RISPETTIVI PRONUNCIAMENTI:

 

CAPI DI NULLITÀ

Ex can.

Aff.

Neg.

Esclusione indissolubilità 1101 § 2 5 -

Esclusione della prole

1101 § 2

5

8

Esclusione della fedeltà

1101 § 2

1

1

Incapacità

1095 n. 2

44

1

Incapacità

1095 n. 3

1

-

Incapacità

1095 nn. 2 e 3

55

9

Difetto di forma canonica

1108§1   1111§2

1

-


Come ben noto la causa di nullità matrimoniale può essere presentata per più capi, che comunque devono essere trattati singolarmente, in quanto basta che sia provato un solo capo di nullità per dichiarare nullo il matrimonio. Così complessivamente abbiamo avuto nel 2017 ben 112 decisioni affermative e 19 negative che complessivamente danno 131 decisioni, che vanno ben oltre le statistiche riferite al numero delle cause introdotte e decise. Questo confronto rende meglio l’opera del nostro Tribunale nel 2017.


Durata del processo di 1a istanza

N. cause

Meno di sei mesi

6

Da sei mesi ad un anno

64

Da un anno ad un anno e mezzo

29

Da un anno e mezzo a due anni

3

Oltre due anni

2

È importante rilevare che oltre alla breve durata del processo di nullità si è raggiunta anche una rapida stesura delle sentenze a conferma che si è tenuto a dare risposte puntuali alle domande, nell’arco di un mese nel rispetto dei cann. 1453 e 1610 §3.

Dobbiamo invece migliorare i tempi delle perizie per evitare il protrarsi delle cause oltre i tempi canonici. Qui il mio appello a tutti i periti di rispettare i termini di quattro mesi per l’espletamento delle perizie che partono dalla data della nomina. A tal proposito aggiungo che negli altri Tribunali Ecclesiastici Italiani il tempo concesso per la perizia va da 2 a 3 mesi dalla nomina.

I COSTI DELLE CAUSE E ATTIVITÀ DEI PATRONI

Nonostante come tante volte ripetuto da diverse autorevoli fonti e in questa sede, purtroppo ancora oggi circolano notizie infondate riguardo ai costi delle cause per ottenere la dichiarazione di nullità matrimoniale. Per questo tante persone sono scoraggiate, diffidenti fino a rinunciare in partenza ad accostarsi al Tribunale Ecclesiastico per introdurre la causa, pur avendone diritto e motivi validi.

Per questo motivo torno a ricordare e ribadire con fermezza, perché ne siano informati tutti i qui presenti e altri che potranno leggere questa nota esplicativa, che il contributo delle parti alle spese processuali è il seguente:

  • la parte attrice che invoca il ministero del Tribunale, è tenuta a versare €525,00 al momento della presentazione del libello;
  • la parte convenuta non è tenuta ad alcun contributo, ove partecipi all’istruttoria e SOLO nel caso in cui si costituisce è tenuta a versare €262,50.

Ricordo che nella Chiesa la giustizia è accessibile a tutti senza distinzione, tanto è vero che anche quest’anno tante persone, trovandosi in difficoltà hanno chiesto ed ottenuto la riduzione o l’esonero dal contributo dovuto per le spese processuali. Ne è la prova: (47 sono stati gli esonerati totali; 22 le riduzioni; 37 P.A. e 3 P.C. hanno contribuito regolarmente).

Questo ci è possibile perché siamo finanziati dall’otto per mille. Qui l’appello che rivolgo a tutti di scegliere, nella prossima e successive dichiarazioni dei redditi, la destinazione dell’otto per mille per la Chiesa Cattolica, per contribuire anche al nostro servizio.

Circa il numero delle CAUSE INTRODOTTE NEL 2017 (a pag. 6 del libretto) si nota che ben 97 sono state patrocinate dai Patroni stabili (dove le parti non hanno dovuto sborsare neppure un centesimo per l’avvocato, che è totalmente retribuito dal Tribunale); e solo 9 sono state introdotte dai Patroni di fiducia.

Per chiarezza ritengo utile ricordare che, per le Norme CEI, l’onorario complessivo per il patrocinio dell’avvocato di fiducia nel primo grado: va dal min. di € 1575,00 – al max. di € 2.992,00 e nel processo di appello ai suddetti onorari si aggiungono: da un min. di € 604,00 – ad un max. di € 1.207,00, che non sono cifre impossibili per chi lavora e ha uno stipendio. A scanso di equivoci aggiungo che gli avvocati di fiducia, sono obbligati a presentare la nota spese, giustificando le voci e le cifre, che vengono da noi inviate ai loro assistiti, per avere la conferma, e per vigilare sulle richieste che non eludano i criteri di buon senso e l’honesta mercede, un principio irrinunciabile della morale cattolica cristiana, che prevede per chi lavora il diritto alla giusta ricompensa.

A pag. 19 del libretto: Troverete in dettaglio l’attività dei Patroni stabili


Riepilogo dell’attività dei Patroni stabili nel 2017

 

Nr. casi

Consulenze effettuate

668

Casi esaminati

184

Cause di nullità:

Pendenti al 31.12.2016 = 23 + 49

72

Introdotte nel 2017 = 44 + 53

97

Patrocinio alla P.C

1

Trattate = 67 + 102

169

Definite = 26 + 59

85

Pendenti al 31.12.2017 = 41 + 43

84

Il confronto numerico riportato ci ricorda la gravità della crisi economica della nostra società, che nonostante i proclami della campagna elettorale alla quale abbiamo recentemente assistito, non migliora. Di fronte alla vera emergenza devo elogiare l’impagabile impegno dei nostri due Patroni stabili, che non si risparmiano, anzi con ammirevole dedizione e abnegazione vengono incontro alle numerosissime richieste di consulenza e patrocinio dei fedeli.

Allo stato attuale non ci sono norme o disposizioni che definiscano o limitino il ricorso ai patroni stabili. Da una parte ne soffrono i patroni di fiducia, avvocati ecclesiastici che hanno investito tempo e denaro per servire i fedeli con situazioni matrimoniali fallite, e oggi non hanno “clienti”, vivendo anch’essi un grave disagio economico. Dall’altra, però, i patroni stabili sono l’esempio e la testimonianza della gratuità dei procedimenti matrimoniali, accessibili a tutti, indigenti e benestanti, senza distinzione. Grazie carissimi Patroni Stabili perché con il Vostro operato e l’esempio date viva testimonianza della gratuità, dell’ascolto e dell’accoglienza della Chiesa ai fedeli bisognosi di verità sul loro matrimonio.

RIFLESSIONI E CONSIDERAZIONI PRATICHE:

Quest’anno, nel suo tradizionale Discorso alla Rota Romana (ndr invito tutti alla lettura integrale del testo), papa Francesco ha posto l’attenzione sull’importanza della coscienza nel dichiarare la nullità o la validità del vincolo matrimoniale. «L’ambito della coscienza è stato molto caro ai Padri degli ultimi due Sinodi dei Vescovi, ricorda Papa Francesco – ed è risuonato in modo significativo nell’Esortazione apostolica post-sinodale Amoris laetitia. Ciò è derivato dalla consapevolezza che il Successore di Pietro e i Padri sinodali hanno maturato circa l’impellente necessità di ascolto, da parte dei Pastori della Chiesa, delle istanze e delle attese di quei fedeli i quali hanno reso la propria coscienza muta e assente per lunghi anni e, in seguito, sono stati aiutati da Dio e dalla vita a ritrovare un po’ di luce, rivolgendosi alla Chiesa per avere la pace della loro coscienza.

La fede è luce che illumina – precisa il Papa – non solo il presente ma anche il futuro: matrimonio e famiglia sono il futuro della Chiesa e della società. È necessario pertanto favorire uno stato di catecumenato permanente, affinché la coscienza dei battezzati sia aperta alla luce dello Spirito. L’intenzione sacramentale non è mai frutto di un automatismo, ma sempre di una coscienza illuminata dalla fede, come il risultato di una combinazione tra umano e divino. In questo senso, l’unione sponsale può dirsi vera solo se l’intenzione umana degli sposi è orientata a ciò che vogliono Cristo e la Chiesa». (Cfr. Allocuzione alla Rota Romana, 29/01/2018).

NB. Mentre negli altri Sacramenti il Ministro celebrante è il vescovo o il sacerdote, invece per il Matrimonio i celebranti sono gli stessi sposi nel momento in cui manifestano e si scambiano il consenso[1]; il sacerdote accoglie il consenso e celebra la Messa Nuziale, ma non è lui a “sposare”. Infatti nel Rito del Matrimonio il sacerdote non pronuncia frasi che “sposano”, ma “assiste” e ratifica le dichiarazioni dei coniugi.

Alla luce dell’insegnamento Pontificio, la mancanza della fede, la lontananza dalla pratica religiosa e la vita vissuta nell’opposizione ai principi morali cristiani, ecc. (elementi che in buona parte possono essere verificati e provati con l’istruttoria canonica), incidono o almeno possono incidere gravemente sul consenso matrimoniale, che non può più essere inteso – come insegna Papa Francesco – come un “automatismo (=ex opere operato[2]), ma esige sempre per la sua validità «una coscienza illuminata dalla fede (ossia l’intenzione di fare davvero ciò che fa la Chiesa[3]), come il risultato di una combinazione tra umano e divino».

A queste condizioni risulta ovvio che «la coscienza assume un ruolo decisivo nelle scelte impegnative che i fidanzati devono affrontare per accogliere e costruire l’unione coniugale e quindi la famiglia secondo il disegno di Dio».

Di conseguenza la mancanza della fede può costituire una causa simulandi, dove gli sposi formalmente compiono un rito nuziale, senza però (ac)cogliere tutti i beni e le proprietà del matrimonio e così, di fatto, simulano il consenso matrimoniale. In tal caso le persone compiono un atto solo per iocum = per gioco (dal latino iocus = scherzo, burla, gioco), simulando e fingendo di sposarsi, ma di fatto non producono alcun effetto. In altre parole, alla luce dell’insegnamento di Papa Francesco, non si può pretendere che l’intenzione umana generale nel consenso matrimoniale sia identificata automaticamente “a ciò che vogliono Cristo e la Chiesa”.

Ovviamente bisogna approfondire e comprendere bene il livello della fede minima e necessaria, cosa assai difficile, per dar vita al sacramento del matrimonio, che non possiamo affrontare e risolvere in questa sede. Speriamo che la dottrina e la giurisprudenza, in un breve lasso di tempo, ci diano aiuti e indicazioni certe per applicare bene la Legge canonica e gli insegnamenti pratici sul matrimonio di Papa Francesco.

«In ordine alla dichiarazione di nullità o validità del vincolo matrimoniale, – ricorda ancora Papa Francesco – voi (ndr giudici) vi ponete, in certo senso, come esperti della coscienza dei fedeli cristiani. In questo ruolo, siete chiamati ad invocare incessantemente l’assistenza divina per espletare con umiltà e misura il grave compito affidatovi dalla Chiesa, manifestando così la connessione tra la certezza morale, che il giudice deve raggiungere ex actis et probatis, e l’ambito della sua coscienza, noto unicamente allo Spirito Santo e da Lui assistito. Grazie alla luce dello Spirito vi è dato, infatti, di entrare nell’ambito sacro della coscienza dei fedeli

Cari giudici della Rota Romana, la stretta connessione tra l’ambito della coscienza e quello dei processi matrimoniali di cui quotidianamente vi occupate, – insiste il Sommo Pontefice – chiede di evitare che l’esercizio della giustizia venga ridotto a un mero espletamento burocratico. Se i tribunali ecclesiastici cadessero in questa tentazione, tradirebbero la coscienza cristiana. (…) Tale opera deve svolgersi nella sapienza e nella ricerca della verità: solo così la dichiarazione di nullità produce una liberazione delle coscienze». (Cfr. Allocuzione alla Rota Roman, c.a.).

Alla luce delle parole del Sommo Pontefice abbiamo la consapevolezza che le procedure canoniche eseguite con equità garantiscono la Giustizia, la Verità, la Carità ai fedeli che chiedono una risposta autorevole e autentica che dia le soluzioni ai loro fallimenti matrimoniali e non semplicemente risposte sbrigative, affermazioni che non portano la pace desiderata e auspicata, non “liberano le coscienze” – così come si è espresso il Santo Padre –, ma lasciano lo spazio ai dubbi, timori e perplessità di non essere stati trattati seriamente. Le vigenti procedure canoniche non sono cavillose e «l’esercizio della giustizia non è ridotto a un mero espletamento burocratico», non perseguitano la gente e non impediscono di ottenere la Giustizia con la “G” maiuscola nei tempi ragionevoli.

Vi assicuro che, chi lavora nel Tribunale ecclesiastico non è prevenuto né insensibile alle sofferenze dei fedeli, anzi è molto attento e aperto alle indicazioni del Magistero Autentico, ma nello stesso tempo non può fingere e applicare soluzioni solo apparenti, (il c.d. buonismo) che non risolvono il problema di fondo, ovvero la Fede in Dio e nella Chiesa, con i suoi Sacramenti che sono e rimangono fonte genuina di Grazia.

CONCLUSIONE

Mi permetto, in conclusione, di ribadire che, noi Giudici e tutti gli operatori di QNT, nell’arduo e delicato compito di giudicare, abbiamo cercato di farlo sempre guidati dal senso della carità pastorale, attenti, secondo le indicazioni pontificie, affinché la Fede della Chiesa nel Sacramento del Matrimonio non venga disattesa.

Voglio, infine, riaffermare la piena collaborazione di tutti gli Operatori del Tribunale con i nostri Vescovi e con tutti coloro che nelle varie diocesi, sotto la guida dei Pastori, si dedicano alla preparazione dei nubendi e al sostegno delle famiglie.

A tutti: Giudici, Difensori del Vincolo, Cancelliere, Notai, Periti, Avvocati, la più viva gratitudine e l’augurio di buon lavoro. Grazie!

Ora chiediamo a S. Em. Rev.ma Card. Gualtiero BASSETTI, Moderatore del Tribunale Ecclesiastico Interdiocesano Umbro, di voler benedire il nostro lavoro e dichiarare Solennemente Aperto l’Anno Giudiziario 2018 del nostro Tribunale.



[1] Cfr. CCC n. 1623: Secondo la tradizione latina, sono gli sposi, come ministri della grazia di Cristo, a conferirsi mutuamente il sacramento del Matrimonio esprimendo davanti alla Chiesa il loro consenso. (v. Papa Francesco, Es. Ap. Amoris Laetitia, n. 75).

[2] Cfr. CCC, n. 1128: “È questo il significato dell’affermazione della Chiesa: i sacramenti agiscono ex opere operato (lett. «per il fatto stesso che l’azione viene compiuta»), cioè in virtù dell’opera salvifica di Cristo, compiuta una volta per tutte. Ne consegue che «il sacramento non è realizzato dalla giustizia dell’uomo che lo conferisce o lo riceve, ma dalla potenza di Dio». Quando un sacramento viene celebrato in conformità all’intenzione della Chiesa, la potenza di Cristo e del suo Spirito agisce in esso e per mezzo di esso, indipendentemente dalla santità personale del ministro. Tuttavia i frutti dei sacramenti dipendono anche dalle disposizioni di colui che li riceve”.

[3] La sana teologia insegna che l’intenzione oggettiva del Ministro, per rendere valido il sacramento, consiste nel fare ciò che fa la Chiesa (Concilio di Trento, DS 1611). [Questa formula era già stata usata dal 1414 al 1418 nel Concilio di Costanza (DS 1262), dal 1438 al 1445 nel Concilio di Firenze, e dopo il Concilio tridentino sarà usata nel 1690 nel Decreto contro i Giansenisti (DS 2328) ed infine da LEONE XIII nella Lettera Apostolicae curae del 1896 (DS 3318)] e non consiste nel credere ciò che essa crede e insegna, cosa che renderebbe la validità dei sacramenti soggetta a una miriade di dubbi negativi e soggettivi, i quali porterebbero allo scrupolo universale. Quindi dalla premessa, realmente fondata, dei suddetti teologi non si può dedurre la conclusione, indebita, della invalidità in sé dei nuovi Riti dei sacramenti, ma al massimo si può arguire che la nozione teologica dei Ministri post-conciliari riguardo ai sacramenti non sempre sia in sintonia con quella della Chiesa, il che, però, non invalida di per sé il sacramento, anche se può portare il Ministro al peccato grave contro la fede e all’eresia personale. In breve il sacramento è valido in sé, ma potrebbe essere gravemente illecito da parte del ministro.

 

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
IN OCCASIONE DELL'INAUGURAZIONE DELL'ANNO GIUDIZIARIO
DEL TRIBUNALE DELLA ROTA ROMANA

Sala Clementina
Lunedì, 29 gennaio 2018


http://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2018/january/documents/papa-francesco_20180129_annogiudiziario-rotaromana.html


Cari Prelati Uditori,

vi saluto cordialmente, ad iniziare dal Decano, che ringrazio per le sue parole. Insieme con voi saluto gli officiali, gli avvocati e tutti i collaboratori del Tribunale Apostolico della Rota Romana. Vi auguro ogni bene per l’Anno giudiziario che oggi inauguriamo.

Oggi vorrei riflettere con voi su un aspetto qualificante del vostro servizio giudiziale, cioè sulla centralità della coscienza, che è nello stesso tempo quella di ciascuno di voi e quella delle persone dei cui casi vi occupate. Infatti, la vostra attività si esprime anche come ministero della pace delle coscienze e richiede di essere esercitata in tutta coscienza, come bene esprime la formula con la quale le vostre Sentenze vengono emanate ad consulendum conscientiae o ut consulatur conscientiae.

In ordine alla dichiarazione di nullità o validità del vincolo matrimoniale, voi vi ponete, in certo senso, come esperti della coscienza dei fedeli cristiani. In questo ruolo, siete chiamati ad invocare incessantemente l’assistenza divina per espletare con umiltà e misura il grave compito affidatovi dalla Chiesa, manifestando così la connessione tra la certezza morale, che il giudice deve raggiungere ex actis et probatis, e l’ambito della sua coscienza, noto unicamente allo Spirito Santo e da Lui assistito. Grazie alla luce dello Spirito vi è dato, infatti, di entrare nell’ambito sacro della coscienza dei fedeli. È significativo che l’antica preghiera dell’Adsumus, che veniva proclamata all’inizio di ogni sessione del Concilio Vaticano II, si reciti con tanta frequenza nel vostro Tribunale.

L’ambito della coscienza è stato molto caro ai Padri degli ultimi due Sinodi dei Vescovi, ed è risuonato in modo significativo nell’Esortazione apostolica post-sinodale Amoris laetitia. Ciò è derivato dalla consapevolezza che il Successore di Pietro e i Padri sinodali hanno maturato circa l’impellente necessità di ascolto, da parte dei Pastori della Chiesa, delle istanze e delle attese di quei fedeli i quali hanno reso la propria coscienza muta e assente per lunghi anni e, in seguito, sono stati aiutati da Dio e dalla vita a ritrovare un po’ di luce, rivolgendosi alla Chiesa per avere la pace della loro coscienza.

La coscienza assume un ruolo decisivo nelle scelte impegnative che i fidanzati devono affrontare per accogliere e costruire l’unione coniugale e quindi la famiglia secondo il disegno di Dio. La Chiesa, madre tenerissima, ut consulatur conscientiae dei fedeli bisognosi di verità, ha ravvisato la necessità di invitare quanti operano nella pastorale matrimoniale e famigliare ad una rinnovata consapevolezza nell’aiutare i fidanzati a costruire e custodire l’intimo santuario della loro coscienza cristiana. In proposito, mi piace rimarcare che nei due Documenti in forma di motu proprio, emanati per la riforma del processo matrimoniale, ho esortato a istituire l’indagine pastorale diocesana così da rendere non solo il processo più sollecito, ma anche più giusto, nella dovuta conoscenza di cause e motivi che sono all’origine del fallimento matrimoniale. D’altra parte, nell’Esortazione apostolica Amoris laetitia, sono stati indicati percorsi pastorali per aiutare i fidanzati ad entrare senza paure nel discernimento e nella scelta conseguente del futuro stato di vita coniugale e familiare, descrivendo nei primi cinque capitoli la straordinaria ricchezza del patto coniugale disegnato da Dio nelle Scritture e vissuto dalla Chiesa nel corso della storia.

È quanto mai necessaria una continua esperienza di fede, speranza e carità, perché i giovani tornino a decidere, con coscienza sicura e serena, che l’unione coniugale aperta al dono dei figli è letizia grande per Dio, per la Chiesa, per l’umanità. Il cammino sinodale di riflessione sul matrimonio e la famiglia, e la successiva Esortazione apostolica Amoris laetitia, hanno avuto un percorso e uno scopo obbligati: come salvare i giovani dal frastuono e rumore assordante dell’effimero, che li porta a rinunciare ad assumere impegni stabili e positivi per il bene individuale e collettivo. Un condizionamento che mette a tacere la voce della loro libertà, di quell’intima cella – la coscienza appunto – che Dio solo illumina e apre alla vita, se gli si permette di entrare.

Quanto è preziosa e urgente l’azione pastorale di tutta la Chiesa per il recupero, la salvaguardia, la custodia di una coscienza cristiana, illuminata dai valori evangelici! Sarà un’impresa lunga e non facile, che richiede a vescovi e presbiteri di operare indefessamente per illuminare, difendere e sostenere la coscienza cristiana della nostra gente. La voce sinodale dei Padri Vescovi e la successiva Esortazione apostolica Amoris laetitia hanno così assicurato un punto primordiale: il necessario rapporto tra la regula fidei, cioè la fedeltà della Chiesa al magistero intoccabile sul matrimonio, così come sull’Eucaristia, e l’urgente attenzione della Chiesa stessa ai processi psicologici e religiosi di tutte le persone chiamate alla scelta matrimoniale e familiare. Accogliendo gli auspici dei Padri sinodali, ho già avuto modo di raccomandare l’impegno di un catecumenato matrimoniale, inteso come itinerario indispensabile dei giovani e delle coppie destinato a far rivivere la loro coscienza cristiana, sostenuta dalla grazia dei due sacramenti, battesimo e matrimonio.

Come ho ribadito altre volte, il catecumenato è per sé unico, in quanto battesimale, cioè radicato nel battesimo, e al tempo stesso nella vita necessita del carattere permanente, essendo permanente la grazia del sacramento matrimoniale, che proprio perché grazia è frutto del mistero, la cui ricchezza non può che essere custodita e assistita nella coscienza dei coniugi come singoli e come coppia. Si tratta in realtà di figure peculiari di quell’incessante cura animarum che è la ragion d’essere della Chiesa, e di noi Pastori in primo luogo.

Tuttavia, la cura delle coscienze non può essere impegno esclusivo dei Pastori, ma, con responsabilità e modalità diverse, è missione di tutti, ministri e fedeli battezzati. Il Beato Paolo VI esortava alla «fedeltà assoluta per salvaguardare la “regula fidei”» (Insegnamenti XV [1977], 663), che illumina la coscienza e non può essere offuscata e scardinata. Per fare ciò – dice ancora Paolo VI – «occorre evitare gli estremismi opposti, sia da parte di chi si appella alla tradizione per giustificare la propria disobbedienza al supremo Magistero e al Concilio ecumenico, sia da parte di quanti si sradicano dall’humus ecclesiale corrompendo la genuina dottrina della Chiesa; entrambi gli atteggiamenti sono segno di indebito e forse inconscio soggettivismo, quando non sia purtroppo di ostinazione, di caparbietà, di squilibrio; posizioni queste che feriscono al cuore la Chiesa, Madre e Maestra» (Insegnamenti XIV [1976], 500).

La fede è luce che illumina non solo il presente ma anche il futuro: matrimonio e famiglia sono il futuro della Chiesa e della società. È necessario pertanto favorire uno stato di catecumenato permanente, affinché la coscienza dei battezzati sia aperta alla luce dello Spirito. L’intenzione sacramentale non è mai frutto di un automatismo, ma sempre di una coscienza illuminata dalla fede, come il risultato di una combinazione tra umano e divino. In questo senso, l’unione sponsale può dirsi vera solo se l’intenzione umana degli sposi è orientata a ciò che vogliono Cristo e la Chiesa. Per rendere sempre più consapevoli di ciò i futuri sposi, occorre l’apporto, oltre che dei vescovi e dei sacerdoti, anche di altre persone impegnate nella pastorale, religiosi e fedeli laici corresponsabili nella missione della Chiesa.

Cari giudici della Rota Romana, la stretta connessione tra l’ambito della coscienza e quello dei processi matrimoniali di cui quotidianamente vi occupate, chiede di evitare che l’esercizio della giustizia venga ridotto a un mero espletamento burocratico. Se i tribunali ecclesiastici cadessero in questa tentazione, tradirebbero la coscienza cristiana. Ecco perché, nella procedura del processus brevior, ho stabilito non solo che sia reso più evidente il ruolo di vigilanza del Vescovo diocesano, ma anche che egli stesso, giudice nativo nella Chiesa affidatagli, giudichi in prima istanza i possibili casi di nullità matrimoniale. Dobbiamo impedire che la coscienza dei fedeli in difficoltà per quanto riguarda il loro matrimonio si chiuda ad un cammino di Grazia. Questo scopo si raggiunge con un accompagnamento pastorale, con il discernimento delle coscienze (cfr Esort. ap. Amoris laetitia, 242) e con l’opera dei nostri tribunali. Tale opera deve svolgersi nella sapienza e nella ricerca della verità: solo così la dichiarazione di nullità produce una liberazione delle coscienze.

Rinnovo a ciascuno la mia gratitudine per il bene che fate al popolo di Dio, servendo la giustizia. Invoco la divina assistenza sul vostro lavoro e di cuore vi imparto la Benedizione Apostolica.

 

Joaquín LLOBELL
Pontificia Università della Santa Croce

La “par condicio” fra l’impugnazione delle
sentenze
affermative e
negative
nelle cause di nullità del matrimonio ex M.p. “Mitis Iudex”
*

Indice

1.       La trattazione omogenea delle sentenze e delle loro impugnazioni nelle cause di nullità del matrimonio, siano affermative o negative della nullità del matrimonio. 3

2.       La qualificata e numerosa impostazione, dottrinale e giurisprudenziale, favorevole all’affievolimento della “par condicio” di alcuni elementi essenziali dell’appello, quale la sottomissione ai termini perentori, in dipendenza dal fatto che la sentenza affermi o neghi la nullità del matrimonio. 8

3.       L’obbligo della doppia sentenza conforme e dell’appello del difensore del vincolo alla radice della diversità dell’“appello” avverso la sentenza a favore o contro la dichiarazione di nullità del matrimonio. 14

4.       Cenni su alcune “quaestiones disputatae” riguardanti la diversità normativa fra le sentenze affermative e negative. 16

4.1.   La duplicità di regime per il giudizio d’appello a seconda che la sentenza sia a favore o contro la nullità del matrimonio. 16

4.2.   Il riferimento riguardante l’esecutività della sola sentenza affermativa escluderebbe ipso facto la sentenza negativa dall’ambito del “giudicato”. 18

4.3.   Il passaggio in giudicato della doppia sentenza conforme e della sentenza inappellabile ex can. 1641, nn. 2-4, indipendentemente dal tenore del suo dispositivo, e l’“exceptio iudicati” ex can. 1642 § 2. 19

4.4.   Il diritto alla possibilità di una doppia sentenza conforme: l’appello contro la sentenza di seconda istanza difforme da quella di primo grado. 20

4.5.   La “nova causae propositio” ex MI can. 1681 è il mezzo d’impugnazione contro la sentenza negativa passata in giudicato ex can. 1641. 21

4.6.   L’abrogazione della “retractatio” (PME art. 217 § 1) e della dichiarazione della Segnatura Apostolica (3-6-1989) 22

4.7.   “... et alia huiusmodi”. 25

5.       Breve conclusione interlocutoria. 26

1.     La trattazione omogenea delle sentenze e delle loro impugnazioni nelle cause di nullità del matrimonio, siano affermative o negative della nullità del matrimonio

Nel riflettere sulle principali innovazioni del sistema normativo del M.p. “Mitis Iudex” [citato MI] vorrei tornare a considerare alcuni aspetti riguardanti, in particolare, l’impugnabilità delle sentenze negative delle cause matrimoniali, ossia delle sentenze che concludono con la dichiarazione «non constare de nullitate matrimonii in casu». Infatti, i molti fedeli che attendono la sentenza pro nullitate, che potrebbe consentire loro la celebrazione di un nuovo matrimonio, potranno ricevere il relativo provvedimento come veramente pastorale nella misura in cui saranno convinti della sua veridicità e giustizia:

«Una sola Parola – Vangelo – che nell’atto di essere annunciato diventa gioiosa e misericordiosa verità.

Che nessuno cerchi di separare queste tre grazie del Vangelo: la sua Verità – non negoziabile –, la sua Misericordia – incondizionata con tutti i peccatori – e la sua Gioia – intima e inclusiva –. Verità, Misericordia e Gioia: tutte e tre insieme»[1].

A tale proposito appare utile proteggere l’uguaglianza formale, la par condicio, fra le sentenze affermative e negative della nullità del matrimonio, come uguale deve essere, in un processo penale, la tutela giudiziale di chi sostiene l’accusa e dell’accusato, a prescindere dal fatto che costui sia colpevole o innocente.

La lettura di questi aspetti del MI fatta dalla dottrina e giurisprudenza prevalenti forse dipende troppo dalla diversità legislativa introdotta da Benedetto XIV con la Const. ap. Dei miseratione, 3-11-1741[2], forse affievolendo il presupposto, anche nelle diverse quaestiones disputatae a cui accennerò, che il MI più che una riforma radicale abbia operato «una vera e propria rifondazione del processo matrimoniale canonico», come affermò Mons. Pinto all’indomani della pubblicazione del MI (9-9-2015) e fu successivamente sottolineato dal Proemio del Rescritto 8-11-2015[3].

Ho sostenuto tale par condicio sin dal mio primo commento al MI (30-10-2015)[4]. Anche se detta interpretazione era implicita, era altrettanto evidente, perché mi sembrava (allora, ma anche adesso) conseguenza diretta dell’affermazione della natura perentoria senza eccezioni dei termini per l’appello in seguito all’abrogazione dell’obbligo della doppia sentenza conforme; perciò l’ho riproposta esplicitamente in altre occasioni [5].

Queste considerazioni cercano di proteggere istituti direttamente provenienti dalla natura giudiziale del MI, ripetutamente affermata da Papa Francesco. A tale proposito, il Papa scriveva nei §§ 6 e 7 del Proemio del MI:

«In totale sintonia con [i] desideri [della maggioranza dei miei Fratelli nell’Episcopato, riuniti nel recente Sinodo straordinario (ottobre 2014), che ha sollecitato processi più rapidi ed accessibili (Cf. Relatio Synodi, n. 48)], ho deciso di dare con questo Motu proprio disposizioni con le quali si favorisca non la nullità dei matrimoni, ma la celerità dei processi, non meno che una giusta semplicità, affinché, a motivo della ritardata definizione del giudizio, il cuore dei fedeli che attendono il chiarimento del proprio stato non sia lungamente oppresso dalle tenebre del dubbio» (§ 6).

«Ho fatto ciò, comunque, seguendo le orme dei miei Predecessori, i quali hanno voluto che le cause di nullità del matrimonio vengano trattate per via giudiziale, e non amministrativa, non perché lo imponga la natura della cosa, ma piuttosto lo esiga la necessità di tutelare in massimo grado la verità del sacro vincolo: e ciò è esattamente assicurato dalle garanzie dell’ordine giudiziario» (§ 7).

E insisteva nell’introduzione della Ratio procedendi del MI quando sottolineava che la nuova legge offre

«alcuni strumenti affinché l’operato dei tribunali possa rispondere alle esigenze dei fedeli, che richiedono l’accertamento della verità sull’esistenza o no del vincolo del loro matrimonio fallito» (corsivo mio).

Il Papa vuole proteggere quindi il processo giudiziale affinché possa adempiere la funzione chiarificatrice della nullità o della validità del matrimonio fallito. A tale scopo è necessario che la comunità ecclesiale – ma anche quella civile, che sui temi antropologici guarda alla Chiesa con particolare attenzione – possa percepire la coerenza del sistema e la sua cristallina applicazione.

Il punto di partenza delle cause di nullità del matrimonio è la natura indissolubile del matrimonio valido e la logica presunzione, aliena da ogni formalismo, della validità dei matrimoni celebrati in forma canonica: il favor matrimonii accolto dal can. 1060. Sarebbe perciò problematico un sistema che proteggesse le sentenze affermative (“pro nullitate matrimonii”) in modo più incisivo di quelle negative (“seu non constare de nullitate matrimonii in casu”). Tuttavia, la verità va conosciuta senza pregiudizi pessimistici né ottimistici. E la realtà sul matrimonio e la famiglia è cambiata molto in poco tempo e offre dati preoccupanti che non hanno bisogno di essere ora dimostrati.

Comunque, malgrado queste manifestazioni della “scristianizzazione della vecchia Europa”, uno sbilanciamento del sistema giudiziale a favore delle sentenze affermative comporterebbe, riformulando le parole citate del Proemio del MI, che «il cuore dei fedeli che attendono il chiarimento del proprio stato» dai giudici della Chiesa potrebbe continuare ad essere oppresso «dalle tenebre del dubbio». Questi fedeli – e la comunità ecclesiale e civile, considerata la globalizzazione mediatica – finirebbero per essere consapevoli di tale sbilanciamento e, quindi, per dubitare di aver ricevuto un vero «chiarimento del proprio stato». Un sistema che favorisse le sentenze affermative a scapito di quelle negative, anziché la dichiarazione pro rei veritate del «constare (vel non constare) de nullitate matrimonii in casu», sulla quale reimpostare la propria vita, piuttosto che far parte di un programma terapeutico, benché impegnativo, teso a guarire l’anima e la volontà, potrebbe diventare (nella misura in cui i fedeli ne fossero consapevoli) una sorta di surrogato del vero intervento pastorale, che potrebbe non diradare le “tenebre del dubbio” di cui parla Papa Francesco.

Perciò, il Papa ha insistito nella valenza pastorale della verità dichiarata dalla sentenza (ad es., nei citati brani del MI), anche quando detta decisione non coincide con il convincimento di coloro che si rivolgono ai tribunali della Chiesa sollecitando la dichiarazione della nullità del proprio matrimonio. È veramente pastorale la pronuncia secondo verità, sia questa a favore o contro la validità del matrimonio, che il giudice è convinto di aver raggiunto grazie alla preparazione ricevuta e come conseguenza di una adeguata indagine istruttoria alla quale egli può dare impulso anche d’ufficio, qualora lo ritenga necessario appunto per conoscere la verità (cfr. CIC 1983 can. 1452; DC art. 71). Alla pastoralità di tale verità si riferiva il gesuita spagnolo Tomás Sánchez alla fine del XVIº secolo (a. 1550-1610), quando sosteneva che non può esistere un vero favor matrimonii che prescinda dalla verità: «l’autentico favor matrimonii implica lo scioglimento del matrimonio nullo e la tutela di quello valido»[6], diceva. E tale è stato sempre l’insegnamento della Chiesa. Ad es., in ossequio a tale principio san Giovanni Paolo II sostenne, come abbiamo visto che fa Papa Francesco, che: «Ogni sentenza giusta di validità o nullità del matrimonio è un apporto alla cultura dell’indissolubilità sia nella Chiesa che nel mondo»[7].

Nel volume del 2016 dei «Quaderni dello Studio Rotale» sono raggruppati diversi interventi di Papa Francesco per l’applicazione dei due motupropri sui processi di nullità del matrimonio (15-8-2015). Fra gli altri, un discorso del 12-3-2016, in occasione di un Corso di Formazione sul processo matrimoniale tenuto dalla Rota Romana, in cui il Santo Padre insisteva sul fatto che:

«Come ho già avuto occasione di dire, con la riforma del processo matrimoniale da me promulgata, ho voluto chiudere per sempre al processo amministrativo, perché sarebbe la porta che apre al cosiddetto “divorzio ecclesiastico”. No, mai il processo amministrativo in questa materia; sempre la procedura giudiziale. È un punto importante; i casi di nullità si trattino giudizialmente, sia nel processo breviore che in quello ordinario» [8].

Tuttavia, l’affermazione della natura giudiziale del processo non è retorica, ma ha delle precise esigenze essenziali, richieste dalla natura delle cose ancor prima che dalla legge positiva, che devono essere osservate.

Riguardo ai requisiti del cosiddetto “diritto al giusto processo” dobbiamo riconoscere che l’obbligo della doppia sentenza conforme pro nullitate matrimonii per poter celebrare un nuovo matrimonio coram Ecclesia, imposizione introdotta dalla DM, comportò diverse e importanti necessarie modifiche al processo canonico che, a motivo della “matrimonializzazione” dell’attività dei tribunali della Chiesa, hanno intaccato istituti processuali essenziali che hanno affievolito la propria identità, senza che una tale “deformazione”, dovuta all’obbligo della doppia sentenza conforme, sia stata rettificata quando tale imposizione è stata abrogata; anzi, talvolta è stata incorporata al sistema come una specificità dell’ordinamento canonico.

2.     La qualificata e numerosa impostazione, dottrinale e giurisprudenziale, favorevole all’affievolimento della “par condicio” di alcuni elementi essenziali dell’appello, quale la sottomissione ai termini perentori, in dipendenza dal fatto che la sentenza affermi o neghi la nullità del matrimonio

Sant’Agostino d’Ippona nel De civitate Dei offre una nota regola etica la cui valenza giuridica è confacente alla nostra riflessione:

«Pax omnium rerum tranquillitas ordinis. Ordo est parium dispariumque rerum sua cuique loca tribuens dispositio»[9].

Nell’ambito giuridico sembra giustificata l’identificazione tra la tranquillitas ordinis agostiniana e il ius suum cuique tribuere del diritto romano (Dig. 1, 1, 10). E non c’è bisogno di forzare i termini per collegare la pax (nel suo senso più profondo e trascendente), frutto dell’ordine, con la salus animarum scopo dell’ordinamento canonico (can. 1752)[10]. Lo ius Ecclesiae collabora alla pace eterna delle anime, alla loro salvezza, nella misura in cui l’ordine si realizzi – sempre con l’aequitas canonica (per quanto riguarda il processo, cfr. cann. 19, 221 § 2, 1752) – in tutti i suoi settori, non esclusi quegli ambiti e i relativi istituti che possono sembrare meramente “tecnici”.

Fra le branche del diritto e gli istituti giuridici certamente complessi non si dubita di annoverare il diritto processuale e, nelle fattispecie di cui intendiamo occuparci, i connotati caratteristici dell’appello contro la sentenza ritenuta “ingiusta” perché non ha concesso quanto richiesto da qualcuna delle parti (cfr. can. 1628, MI can. 1680 § 1). Fra gli aspetti essenziali dell’appello devono segnalarsi: a) l’accesso a una nuova pronuncia giudiziale sul merito della causa decisa in prima istanza, il cosiddetto diritto al doppio grado di giurisdizione (cfr. can. 1639), il quale implica normalmente l’effetto sospensivo del primo provvedimento (cfr. can. 1638); b) la necessità che tale diritto sia esercitato tempestivamente entro termini relativamente brevi e di natura perentoria (cfr. cann. 1630, 1632, 1635, DC art. 281 § 1, MI can. 1679).

In effetti, il legislatore si studia di armonizzare la ricerca della corrispondenza fra la verità della vita e la seconda sentenza sulla medesima causa, pronunciata dal tribunale d’appello, con le dovute cautele tese ad evitare un uso ostruzionistico del diritto alla seconda decisione, cautele fra cui emerge la perentorietà dei termini per l’appello stabiliti dalla legge e che difatti vengono chiamati “fatalia” anche in italiano, per ribadire che la loro scadenza comporta l’irrimediabile perdita del rispettivo diritto: «I così detti “fatalia legis”, cioè i termini costituiti dalla legge per la perenzione dei diritti, non possono essere prorogati, né possono essere validamente ridotti se non lo richiedano le parti» (can. 1465 § 1; cfr. cann. 1635, 1637 § 3).

L’equilibrata ottemperanza di questi elementi consente che l’appello contribuisca al raggiungimento di quella pace intesa come tranquillitas ordinis che comporta, in ultima analisi, la salus animarum. «Opus iustitiae pax», scrisse Isaia (32, 17), e san Tommaso d’Aquino non esitò ad abbinare tale espressione con quell’altra agostiniana testé accennata:

«omne appetens appetit tranquille et sine impedimento pervenire ad id quod appetit, in quo consistit ratio pacis quam Augustinus definit “tranquillitatem ordinis”»; «pax est opus iustitiae indirecte, in quantum scilicet removet prohibens»[11].

San Giovanni Paolo II non indugiò nell’affermare che «il diritto processuale è un fatto di Chiesa, come strumento di superamento e di risoluzione dei conflitti»[12]. E la perentorietà dei termini dell’appello appartiene agli istituti essenziali di ogni processo giusto, che può consentire puntuali eccezioni, senza però snaturarsi così come avverrebbe con la concessione della possibilità di un appello senza termine. Il Proemio del MI, a mio parere, evidenzia l’importanza di detta perentorietà quando segnala che il nuovo processo di nullità del matrimonio vuole favorire «una giusta semplicità, affinché, a motivo della ritardata definizione del giudizio, il cuore dei fedeli che attendono il chiarimento del proprio stato non sia lungamente oppresso dalle tenebre del dubbio» (MI Proemio § 6). Se la finalità del nuovo processo non è favorire «la nullità dei matrimoni, ma la celerità dei processi, non meno che una giusta semplicità» per diradare le «tenebre del dubbio» (ibidem), contraddirebbe esplicitamente detta finalità l’assunto che la nuova legge conservi un appello non circoscritto entro limiti temporali perentori, che consenta al coniuge parte attrice soccombente di adire il tribunale di appello quando lo ritenga opportuno, ancorché il permanere dell’incertezza comporti, di fatto, lasciare nelle “tenebre del dubbio” il coniuge parte convenuta. Infatti, il coniuge convinto della validità del proprio vincolo sarà privato della “luce della certezza” prodotta da una sentenza inappellabile favorevole al proprio stato di coniuge e, qualora il caput nullitatis della causa riguardi una sua incapacità o la simulazione del consenso da parte sua, anche rassicurante circa la propria capacità ed onestà.

Si potrebbe replicare che l’ordinamento canonico, almeno dalla decretale “Lator” di Alessandro III (a. 1159-1181), ha consentito l’impugnazione della sentenza senza alcun termine preclusivo, in applicazione della nota espressione della rubrica (sommario) della decretale: «Sententia lata contra matrimonium nunquam transit in rem iudicatam; unde quandocunque revocatur» [13]. E che, da allora, detto principio è stato recepito quasi ad litteram dall’ordinamento della Chiesa, fino al vigente can. 1643: «Numquam transeunt in rem iudicatam causae de statu personarum».

Tuttavia, il brano citato del De civitate Dei ci aiuta a capire l’importanza di distinguere gli elementi del brocardo in questione per poter trattare omogeneamente le cose uguali (le “res pares”) e disomogeneamente quelle disuguali (le “res dispares”) e così facendo raggiungere l’ordine e la pace: «Ordo est parium dispariumque rerum sua cuique loca tribuens dispositio». Infatti, la “Lator” non consente in modo assoluto l’appello senza termine per riparare la mera soccombenza, giacché l’impugnazione in questione consente, senza alcun termine a differenza dell’appello, la revoca della sentenza non passata in giudicato ma neanche appellabile, «purché consti il suo errore» [14]. La volontà del legislatore, Alessandro III, è quella di rimediare alla collusione fra i coniugi che ha permesso loro di ottenere una fraudolenta sentenza affermativa basata sulla frivola trattazione delle cause di nullità dei matrimoni celebrati canonicamente e il conseguente inganno alla Chiesa: “ecclesiam deceptam”. Nella fattispecie il Papa ritiene che il rimedio giusto contro la fraudolenta sentenza affermativa (inappellabile per la decorrenza dei termini perentori, considerando che era stata ottenuta mediante la collusione di entrambi i coniugi) è una sentenza negativa della nullità del matrimonio con un aggiunto severo provvedimento esecutivo, l’obbligo di ritornare alla convivenza matrimoniale: decisioni che non consentono ulteriore impugnazione[15].

La protezione ex lege della sentenza negativa mediante l’applicabilità immediata della riformabilità delle sentenze affermative – “contra matrimonii validitatem” – e solo mediatamente anche delle negative, vale a dire, “pro matrimonii validitate”, in applicazione dell’aforisma «Sententia lata contra matrimonium nunquam transit in rem iudicatam», diventerà talmente rafforzata con la DM che la dottrina e la giurisprudenza successive affievolirono sia il carattere perentorio dell’appello contro le sentenze negative, sia la proponibilità della nova causae propositio in assenza delle condizioni richieste (le “nuove e gravi prove o argomenti” di cui al can. 1644 § 1). Si è voluto evitare, nel sistema della DM, che la sentenza negativa non appellata potesse diventare nei fatti – considerata la frequente assenza di avvocati in molte diocesi della Chiesa universale – più stabile e protetta che la prima sentenza affermativa, alla quale, dalla DM al MI, era garantito il controllo di una nuova istanza, tranne che nel processo documentale (cfr. CIC 1983 can. 1687; DC artt. 298, 301 § 2).

Il Proemium del MI indica come primo “criterio fondamentale” della riforma «anzitutto, che non sia più richiesta una doppia decisione conforme in favore della nullità del matrimonio, affinché le parti siano ammesse a nuove nozze canoniche, ma che sia sufficiente la certezza morale raggiunta dal primo giudice a norma del diritto». Il MI can. 1679 precisa tale criterio: «La sentenza che per la prima volta ha dichiarato la nullità del matrimonio, decorsi i termini stabiliti nei cann. 1630-1633 [per l’appello], diventa esecutiva».

È quindi palese che il Legislatore odierno vuole evidenziare la diversità con l’abrogato can. 1684 § 1 che richiedeva che la prima sentenza pro nullitate matrimonii fosse confermata da una seconda decisione (sentenza o decreto ex CIC 1983 can. 1682 § 2). Vi era la possibilità di assolutizzare la nuova procedura applicandola solo alle sentenze pro nullitate matrimonii e non alle negative, contraddicendo la natura perentoria stricto sensu dell’appello contro la sentenza. Ma in tal modo si sarebbe venuto a creare un divario con le sentenze affermative che, benché non lo si volesse, avrebbe potuto essere interpretato facilmente come un certo affievolimento della finalità cercata dal citato Proemio del MI [§ 6], secondo cui Papa Francesco afferma di aver voluto stabilire mezzi per evitare ai coniugi (il cui matrimonio è fallito e chiedono alla Chiesa una pronuncia giudiziale sulla sua eventuale nullità) il prolungamento sull’incertezza del proprio stato personale. Difatti, detta imprescrittibilità avrebbe provocato un dubbio di coscienza, che invece non sussiste se si ammette che i termini per l’appello sono perentori anche per le sentenze negative.

Nonostante il personale dissenso – per questo ed altri motivi a cui accennerò di seguito – sulla rispondenza della nuova legislazione all’impostazione che non condivido, è doveroso riconoscere che essa è quella sostenuta dalla maggiore e più prestigiosa dottrina (che, in parte, ho potuto conoscere prima della sua pubblicazione per la gentilezza degli Autori che l’hanno messa a mia disposizione) [16], nonché dalla giurisprudenza rotale che si è occupata in modo più o meno diretto dell’appello ex MI cann. 1679 e 1680 § 2 [17]. Tuttavia, forse Moneta (qualificato membro della commissione che preparò il MI [18], nel citato studio pubblicato, appena scritto, il 12-6-2017) rende ragione della mia titubanza in un passaggio del suo articolo, dal quale potrebbe emergere una prevalenza talmente decisa della «ricerca e l’accertamento della nullità» che potrebbe finire, anche se non lo si voglia, per «favorire la nullità»:

«Da un favor matrimonii, chiaramente percepibile alla base della precedente disciplina, sembra dunque si sia passati a un favor nullitatis, ossia a un criterio preferenziale che non trova riscontro nei principi generali che tradizionalmente caratterizzano il regime matrimoniale.

«In realtà, l’intento e lo spirito che sta alla base della nuova legislazione non è quello di favorire la nullità, ma di favorire la ricerca e l’accertamento della nullità. Si è infatti sempre più chiaramente avvertito che la nullità non costituisce un evento del tutto marginale, relegato a casi eccezionali, ma una situazione che caratterizza un rilevante numero di matrimoni. E ciò sia per ragioni, per così dire, esterne, riguardanti la mentalità, lo stile di vita, le convinzioni religiose, la secolarizzazione, le acquisizioni delle scienze umane; sia per ragioni inerenti allo stesso modo di concepire il matrimonio affermatosi nell’ambito della Chiesa e ormai fatto proprio anche dall’attuale diritto canonico, ossia del matrimonio visto essenzialmente in chiave personalistica, dove assumono rilievo predominante la reciproca donazione tra gli sposi e il rapporto di comunione interpersonale che tra di essi si instaura.

«Nel contempo – ed è questo il secondo importante aspetto che va sottolineato – è cresciuta l’attenzione pastorale verso le situazioni di coloro che hanno avuto un’infelice esperienza di vita coniugale e che spesso sono portati a vivere in una situazione personale che non è conforme alla disciplina della Chiesa. Situazione questa che va sempre più diffondendosi anche nell’ambito della comunità dei credenti, essendo anch’essi inevitabilmente coinvolti nella crisi del matrimonio e della famiglia che caratterizza questa nostra età contemporanea.

«Questo insieme di fattori porta ad avvertire come esigenza prioritaria (a partire dagli stessi vertici della Chiesa, da papa Francesco e dal Sinodo dei vescovi) quella di rendere il più possibile accessibile e praticabile l’accertamento dell’eventuale nullità del matrimonio. In secondo piano – anche se pur sempre doverosamente presente – è l’esigenza di condurre tale accertamento in modo rigoroso, di porlo al riparo da eventuali abusi, superficialità, se non falsità o artificiose ricostruzioni.

«La preferenza per la prima delle esigenze ora accennate, oltre a essere chiaramente esplicitata, come abbiamo prima ricordato, nel Proemio dello stesso motu proprio pontificio, trova conferma in diverse innovazioni da esso apportate»[19].

Proprio perché condivido l’analisi del contesto descritto da Moneta con la chiarezza che lo caratterizza, ritengo che sostenere l’omogeneità dell’appello e della nova causae propositio contro le sentenze affermative e contro quelle negative – che non è vietata esplicitamente dalla legge, anzi la rende possibile e auspicabile – aiuterebbe efficacemente ad evitare che «Da un favor matrimonii, chiaramente percepibile alla base della precedente disciplina, sembra dunque si sia passati a un favor nullitatis» (Moneta cit.).

3.     L’obbligo della doppia sentenza conforme e dell’appello del difensore del vincolo alla radice della diversità dell’“appello” avverso la sentenza a favore o contro la dichiarazione di nullità del matrimonio.

È ben noto che la DM (§ 11), oltre a stabilire l’obbligo della doppia sentenza conforme pro nullitate matrimonii, promosse la preparazione e la scelta di giudici idonei e istituì il munus del difensore del vincolo. Questi doveva appellarsi necessariamente contro la prima sentenza pro nullitate e aveva il diritto di fare appello pro sua conscientia anche contro la seconda sentenza conforme pro nullitate, senza la necessità di quei nuovi e gravi argomenti o prove richiesti invece per la nova causae propositio, impugnazione – quest’ultima – esperibile sia da parte del coniuge convenuto contro la doppia decisione affermativa, sia da parte del coniuge parte attrice contro la doppia sentenza negativa. Questo doppio diritto di appello del difensore del vincolo fu accolto nel can. 1987 del CIC 1917 e nell’art. 220 dell’Instr. Provida Mater Ecclesia del 1936[20], ma poi fu ridimensionato dal M.p. Causas matrimoniales (del 1971)[21], che conservò l’obbligo della parte pubblica di fare appello contro la prima sentenza affermativa (cfr. CM n. IX § 1), ma equiparò il difensore del vincolo al coniuge parte convenuta, consentendo a entrambi non l’appello ma soltanto la nova causae propositio (con le condizioni testé ricordate) contro la doppia sentenza conforme pro nullitate matrimonii[22]. Il CIC 1983, poi, abrogò l’obbligo del difensore del vincolo di appellare contro la prima sentenza pro nullitate matrimonii e lo sostituì con l’obbligo del tribunale che emetteva la prima sentenza pro nullitate d’inviare gli atti della causa, la sentenza e gli appelli qualora ci fossero al tribunale superiore (cfr. CIC cann. 1432, 1644; 1682 § 1; DC artt. 56 § 3, 290; MI can. 1681).

Secondo il CM (cfr. n. VIII § 3) il tribunale di seconda istanza poteva ratificare detta sentenza con decreto avente valenza di sentenza sul merito, tramite quello che era chiamato processus brevior (da ben distinguere da quello attuale, istituito coram il Vescovo diocesano ai sensi del MI), solo se si trattava di una sentenza di prima istanza e il tribunale di appello aveva raggiunto la rispettiva certezza morale sulla base dell’insieme degli atti di prima istanza e delle osservazioni del difensore del vincolo e dei coniugi. Altrimenti il tribunale di secondo grado doveva riaprire l’istruttoria adottando la normativa sul processo ordinario (cfr. CIC 1983 can. 1682 § 2; DC artt. 264-266)[23].

Non vi è alcun dubbio sul fatto che i diversi obblighi del difensore del vincolo di appellare mirassero a proteggere il favor matrimonii (cfr. can. 1060), cioè la presunzione della validità del matrimonio. Ciononostante, benché ciò possa sorprendere, senza tale obbligo del difensore del vincolo la prima sentenza pro nullitate matrimonii non avrebbe potuto conseguire l’esecutività per mancanza della possibilità della doppia sentenza conforme. Infatti, qualora non avessero appellato né il coniuge parte convenuta soccombente né il difensore del vincolo, la parte attrice non sarebbe stata legittimata ad appellare per mancanza del presupposto della soccombenza. E di conseguenza, non sarebbe stato possibile giungere alla seconda o ulteriore istanza né alla doppia decisione conforme pro nullitate.

4.     Cenni su alcune “quaestiones disputatae” riguardanti la diversità normativa fra le sentenze affermative e negative

Il fatto che l’obbligo dell’appello del difensore del vincolo contro la sentenza pro nullitate matrimonii diventi strumentale per poter ottenere la seconda decisione conforme, cioè il contrario di quanto formalmente chiede l’appellante, aiuta a capire l’intima distorsione di questo mezzo d’impugnazione, che è un istituto essenziale di ogni sistema giudiziale di tutela dei diritti.

4.1.   La duplicità di regime per il giudizio d’appello a seconda che la sentenza sia a favore o contro la nullità del matrimonio

Tale allontanamento dell’appello, nelle cause di nullità del matrimonio, dai parametri dell’appello del processo ordinario, protrattosi per diversi secoli (certamente dal 1741 con la DM), potrebbe essere uno dei motivi per cui tanti e prestigiosi Autori e Giudici[24] mettano seriamente in discussione, anzi neghino che, in seguito all’entrata in vigore del MI l’8-12-2015, l’appello contro le sentenze negative del processo “ordinario di nullità del matrimonio” (non del “contenzioso ordinario”) abbia un regime omogeneo con quello contro le sentenze affermative, perché l’Art. 4 del MI (cann. 1679-1682) sarebbe applicabile soltanto alle sentenze pro nullitate matrimonii, mentre per quelle negative

«la norma generale di rinvio [del MI] (can. 1691, § 3)[25] renderebbe applicabile nelle cause di nullità matrimoniale l’istituto dell’appello, stabilito di per sé nell’ambito del giudizio contenzioso ordinario, salvaguardando le peculiarità del processo di nullità matrimoniale, soprattutto sotto il profilo della sua appartenenza alle cause de statu personarum»[26].

Questa conclusione, che costituisce il nocciolo del nostro tema, Erlebach la fonda su diversi argomenti, fra cui:

a) Dall’analisi, fondata in parte sui rinvii del MI al CIC 1983, deduce la non perentorietà dei termini per l’appello delle sentenze negative perché

«non risultano ragioni per sostenere che il Legislatore abbia voluto stabilire il can. 1680, § 1 per far valere integralmente nel processo di nullità matrimoniale i cann. 1628-1640, aggirando i filtri stabiliti nel can. 1691, § 3. Se si volesse perciò intendere il can. 1680, § 1 come del tutto astratto, o isolato dal suo contesto, tale canone sarebbe come minimo manifestamente superfluo»[27].

Invero, il MI, assieme a norme nuove come l’esecutività di cui al can. 1679 o i titoli di competenza (cfr. can. 1672), ne contiene altre che dovrebbero essere qualificate pure “superflue” poiché ripetono pedissequamente norme codiciali, semmai con mere modifiche nella numerazione dei canoni o dei loro paragrafi, come la disciplina sulla legittimazione ad causam di cui al MI can. 1674. Tuttavia, l’eventuale superfluità di una norma non comporterebbe la sua inapplicabilità, semmai la rafforzerebbe.

b) Sempre nel § 1 sub a) Erlebach dice:

«non è ammissibile l’ipotesi che il can. 1680, § 1 possa costituire un’enunciazione astratta di valenza, in specie, del diritto di appello nelle cause di nullità matrimoniale perché da una parte questo canone non stabilisce alcunché di diverso rispetto a quanto già previsto sull’appello nel processo contenzioso ordinario e, dall’altra, se quel canone non ci fosse,[28] la norma generale di rinvio (can. 1691, § 3) renderebbe applicabile nelle cause di nullità matrimoniale l’istituto dell’appello, stabilito di per sé nell’ambito del giudizio contenzioso ordinario, salvaguardando le peculiarità del processo di nullità matrimoniale, soprattutto sotto il profilo della sua appartenenza alle cause de statu personarum».

Infatti, i disposti del CIC 1983 sulla natura perentoria dei termini per l’appello erano teoricamente applicabili a tutte le cause di nullità del matrimonio. Tuttavia, come testé segnalato, nel caso della prima sentenza pro nullitate matrimonii il giudizio di appello era garantito dal difensore del vincolo (dal 1741 con la DM al 27-11-1983, prima domenica d’Avvento, giorno dell’entrata in vigore del CIC 1983), e da quel giorno all’8-12-2015 (entrata in vigore del MI) lo era in virtù dell’obbligo dell’invio ex officio da parte del tribunale di prima istanza. Detti istituti non intaccavano comunque il diritto di appello del coniuge(i) soccombente(i) (completamente o parzialmente), anzi essi poteva(no) beneficiare dell’appello incidentale (cfr. can. 1637 § 3). I tribunale ad quod (ometto la considerazione della rinuncia all’istanza) era tenuto a pronunciare una decisione sul merito, con decreto nella fattispecie di cui al can. 1682 § 2, o altrimenti con una nuova sentenza. Comunque era garantito il giudizio di appello “contro” la prima sentenza pro nullitate.

Invece, la sentenza negativa poteva essere appellata dalla parte attrice, ma nessun istituto garantiva un giudizio automatico del tribunale superiore. Questa disomogeneità di trattamento fra le sentenze negative e affermative era comunque esplicitata dalla legge (CIC 1983 can. 1682), a differenza delle perplessità poste dal MI nel can. 1680 § 1, stante anche il richiamo contenuto in quest’ultimo al promotore di giustizia, il quale può essere solo parte attrice nelle cause di nullità del matrimonio (cfr. MI can. 1674 § 1, n. 2) e potrà soltanto appellarsi contro una sentenza negativa, confermando quindi la mia impostazione[29].

4.2.   Il riferimento riguardante l’esecutività della sola sentenza affermativa escluderebbe ipso facto la sentenza negativa dall’ambito del “giudicato”

Si sostiene che le sentenze negative sarebbero considerate escluse dal “giudicato” previsto per la sentenza affermativa non appellata ex MI can. 1679, perché sia questo canone che il titolo dell’Articolo 4 del MI («De sententia, de eiusdem impugnationibus et exsecutione») si riferirebbero alle sole sentenze affermative, dal momento che parlano della exsecutio sententiae, istituto che sarebbe riservato alle sole sentenze affermative.

Tuttavia, da una parte, il mero “titolo” di una legge non dovrebbe impedire che le norme contenute riguardino realtà non esplicitate dalla rubrica, come il MI che, pur intitolato «Litterae Apostolicae Motu Proprio datae ”Mitis Iudex Dominus Iesus” quibus canones Codicis Iuris Canonici de causis ad matrimonii nullitatem declarandam reformantur», o la DC («Instructio “Dignitas connubii” servanda a tribunalibus dioecesanis et interdioecesanis in pertractandis causis nullitatis matrimonii»), o il CIC 1983 («Caput I. De causis ad matrimonii nullitatem declarandam [cann. 1671-1691]») ecc. regolano il processo di nullità del matrimonio senza che per ciò la sentenza definitiva debba essere affermativa.

D’altra parte, benché le sentenze meramente dichiarative di rigetto della domanda non siano normalmente esecutive, vi sono fattispecie di decisioni negative che possono essere considerate esecutive con una esecutività non meramente cautelare, benché oggi non sembri proponibile né opportuna la imposizione di ritornare alla convivenza coniugale, prescritta invece dalla decretale “Lator[30]. Lo è ad es. il provvedimento, di natura giudiziale, con cui è revocato il “decretum exsecutivitatis” in seguito ad una nova causae propositio che modifica un precedente giudicato pro nullitate matrimonii. Non mi riferisco alla sospensione cautelare di cui al can. 1644 § 2, bensì alla revoca dell’annotazione registrale ex MI can. 1682 § 2, revoca non prevista dal CIC 1983 né dalla DC né dal MI, ma sì invece dalla Lex propria Signaturae Apostolicae nella procedura, di natura giudiziale, prevista al fine dell’ottenimento degli effetti civili della dichiarazione canonica di nullità del matrimonio [31].

4.3.   Il passaggio in giudicato della doppia sentenza conforme e della sentenza inappellabile ex can. 1641, nn. 2-4, indipendentemente dal tenore del suo dispositivo, e l’“exceptio iudicati” ex can. 1642 § 2

Le sentenze negative possono diventare cosa giudicata per i motivi stabiliti dal can. 1641. Infatti, il divieto sancito dalla decretale “Lator” di Alessandro III («Sententia lata contra matrimonium nunquam transit in rem iudicatam»), accolto dal can. 1643, ha una valenza assiologica secondo cui una sentenza, anche se passata in giudicato, non può sciogliere un matrimonio rato et consummato indissolubile ex lege divina positiva e, essendo dichiarativa e non costitutiva, potrà ancora essere impugnata, come avviene per ogni giudicato civile con la “revocazione” (cfr. Codice di procedura civile italiano, art. 395). Infatti, il prescritto «Numquam transeunt in rem iudicatam causae de statu personarum» (CIC 1983 can. 1643, ispirato nella decretale “Lator”) esclude per le cause sullo stato personale soltanto l’operatività del concetto di cosa giudicata nel senso immanentistico di atto “costitutivo” della verità, capace cioè di “trasformare” la realtà sostanziale: «res iudicata pro veritate accipitur»[32]. In effetti, per alcuni decretalisti la sentenza passata in cosa giudicata (costitutiva) aveva un potere tale da far sì che «de non ente ens, de falso verum et de albo nigrum»[33]. Il can. 1641 diventa di conseguenza pienamente applicabile alle cause di nullità del matrimonio in seguito all’abrogazione dell’obbligo della doppia sentenza conforme pro nullitate matrimonii ex MI can. 1679 che, in virtù della par condicio fra le parti in causa e della non discriminazione processuale, deve poter riguardare anche le sentenze negative, non essendo ciò vietato da alcuna norma vigente.

Ne deriva che le sentenze negative possono essere tutelate con la exceptio iudicati ex can. 1642 § 2. A tale proposito possono essere ricordate due decisioni di tribunali italiani, pubblicate e brevemente commentate tempo fa[34].

4.4.   Il diritto alla possibilità di una doppia sentenza conforme: l’appello contro la sentenza di seconda istanza difforme da quella di primo grado

Le fattispecie previste dal can. 1641 perché si verifichi il passaggio in giudicato della sentenza secondo il diritto vigente, hanno una parziale ma rilevante coincidenza con quelle sancite dal sistema delle decretali. Infatti, come manifestazione del favor veritatis canonico, in quel sistema era previsto il diritto di appellare due volte persino quando erano conformi le due prime sentenze, così da dare luogo alla possibilità di una terza decisione conforme. Quando, invece, la seconda sentenza non era conforme alla prima, l’esercizio del diritto ad un altro appello garantiva la conformità della terza decisione con una delle due precedenti. Le decretali vietavano di impugnare una sentenza di terza istanza [35], benché fosse rispettato quanto disposto nella “Lator” per le cause di nullità matrimoniale: «quandocunque revocatur, quum constat de errore». Nonostante questo sistema garantisse la possibilità di due appelli e la conformità della sentenza di terza istanza con (almeno) una delle precedenti, nelle cause di nullità matrimoniale (come nelle altre cause) la sentenza di prima istanza e quella di secondo grado non conforme con la prima, se non appellate entro i termini perentori prescritti, passavano in giudicato, fossero esse favorevoli o contrarie alla domanda attorea, poiché l’inappellabilità è elemento costitutivo della cosa giudicata. È evidente la somiglianza dello ius decretalium col disposto dall’attuale can. 1641, con la lunga parentesi di vigenza dell’obbligo della doppia sentenza conforme pro nullitate imposto dalla DM nel 1741, parentesi chiusa con il MI.

4.5.   La “nova causae propositio” ex MI can. 1681 è il mezzo d’impugnazione contro la sentenza negativa passata in giudicato ex can. 1641

Le sentenze negative non appellate, in quanto sono passate in giudicato, possono essere impugnate soltanto con la nova causae propositio ex MI can. 1681, la quale ha abrogato il can. 1644 in due precisi punti: 1) nella modalità del passaggio in giudicato attraverso le diverse fattispecie di perentorietà dell’appello e non solo in caso di doppia sentenza conforme, e 2) nel tribunale competente che deve essere sempre di terzo grado perché lo prescrive la legge, anche se la sentenza passata in giudicato è solo di prima istanza, tranne il caso in cui il giudicato sia stato raggiunto in terza istanza, fattispecie (sicuramente infrequente) che richiederà un tribunale di quarto grado.

Invece, la dottrina che commentiamo (in questo caso Moneta) afferma:

«Per le sentenze negative la NCP è invece esperibile soltanto quando vi siano due sentenze conformi. Nei confronti di un’unica sentenza rimane inalterata la possibilità di richiedere una trattazione in sede di appello presso il tribunale superiore, non essendo considerati perentori i termini e gli adempimenti previsti in via generale per questo tipo di impugnazione»[36].

Carmen Peña propone il seguente criterio ermeneutico di questa impostazione della nova causae propositio:

«favorendo in questo modo la prossimità del fedele con il giudice e la stessa possibilità di riapertura della sua causa»[37].

Condivido pienamente detta esegesi, che però si trova a fondamento della mia diversa lettura del MI al fine di far sì che la prossimità del fedele con il giudice e la semplicità processuale per facilitare l’accertamento della verità sulla nullità del matrimonio fallito siano adottate secondo la maggiore uguaglianza possibile, congrua congruis referendo, sia per le sentenze affermative che per quelle negative, come prevede il MI ai §§ 5 e 6 del Proemio, al Criterio fondamentale per la riforma, n. VI, alla Ratio procedendi, artt. 7 § 1, 19, ecc. Vorrei evitare invece che una ermeneutica poco rispettosa della par condicio, sempre che detta uguaglianza sia permessa dalla legge, possa far pensare che, da una parte, si voglia agevolare soltanto una nuova richiesta della dichiarazione di nullità prima denegata, quasi che ci fosse la presunzione di aver diritto alla sentenza affermativa, e d’altra parte si abbia l’intento di ostacolare la riforma della decisione affermativa esecutiva, impedendo di chiedere la nova causae propositio al tribunale di appello locale, quando tale sentenza è di primo grado.

4.6.   L’abrogazione della “retractatio” (PME art. 217 § 1) e della dichiarazione della Segnatura Apostolica (3-6-1989)

La dottrina da cui dissento continua ad applicare integramente il can. 1644 del CIC 1983 a tutte le sentenze negative passate in giudicato, sia se esse non sono state appellate ad normam iuris, sia se è stata pronunciata la doppia sentenza conforme. E lo fa coerentemente, applicando il can. 1644, ritenuto tuttora completamente vigente, secondo i criteri ermeneutici propri del sistema previo al MI, vale a dire quelli offerti dalla DC, dalla giurisprudenza rotale e, principalmente, da una nota dichiarazione della Segnatura Apostolica del 1989[38], la quale, in buona misura, riproponeva norme della PME[39]. Si trattava, in particolare, della ricezione normativa di un “appello tardivo”, sia ex novo, sia quando non era stato proseguito l’appello dopo essere stato interposto. Detta impugnazione era denominata “retractatio”, prendendo il nome dal “retractari” del citato art. 217 § 1 della PME. Sebbene questa espressione non sia stata formalmente accolta dal CIC 1983, né dalla DC, né dalla Declaratio SAp 3-6-1989, questo provvedimento della Segnatura, pur non utilizzando detto termine, si trattenne sul concetto dell’istituto e sul tribunale competente per giudicare la retractatio:

Declaratio SAp 3-6-1989, n. 4: «Perspecto quod tribunal appellationis eandem causam non solum pertractari debet post sententiam affirmativam in primo gradu latam (cf. can. 1682), verum etiam post sententiam negativam in eodem gradu latam sive in casu appellationis (cf. cann. 1628-1640) sive quando, appellatione omissa, deserta, perempta vel eidem renuntiata, ab eo cuius interest novum eiusdem causae examen petitur (cf. can. 1643), et attento quod in hoc ultimo casu nova et gravia argumenta non requiruntur, nam can. 1644 haec tantum exigit si duplex sententia conformis in causa de statu personarum lata sit, quod in casu non verificatur».

n. 7, a): «Eadem causa nullitatis matrimonii, postquam lata fuit sententia definitiva – etiamsi negativa –, iterum in eadem instantia pertractari nequit, nisi forte agatur de querela nullitatis».

n. 7, c): «Videre de merito huiusmodi causae nullitatis matrimonii, sive in casu appellationis sive in casu novae eiusdem propositionis, ad solum tribunal appellationis pertinet illius fori quod eam in primo gradu definivit».

La Segnatura affermò la competenza del tribunale di seconda e di terza istanza a giudicare “l’appello” contro la prima sentenza negativa (in primo o secondo grado) anche quando il diritto a detto appello non fosse stato esercitato (perché omesso o rinunciato) nei termini previsti dalla legge. Infatti, la prima sentenza negativa (di prima o di seconda istanza) non appellata non poteva ritenersi passata in cosa giudicata, fattispecie riservata prima del MI alla doppia sentenza conforme, e, quindi, poteva essere impugnata con un appello ordinario (anche se fuori termini o rinunciato) o con una nova causae propositio senza che fossero necessarie però le nuove e gravi prove o argomenti, richieste solo per il novum examen stricto sensu ex CIC can. 1644 che presuppone la doppia conforme, affermativa o negativa, a parte il caso della sentenza affermativa di prima istanza non appellata nel processo documentale (cfr. DC art. 301 § 2). La Segnatura sembra essere stata volutamente ambigua riguardo all’identificazione del mezzo d’impugnazione “snaturato” dalla retractatio: l’appello fuori dai termini o la nova causae propositio senza le nuove e gravi prove o argomenti?

La dichiarazione della Segnatura risolveva altri problemi provenienti, fra l’altro, dalla determinazione del tribunale competente per l’impugnazione della prima sentenza negativa (di prima o seconda istanza). In realtà, a mio parere, il principale problema che si voleva risolvere con la retractatio era quello di evitare una sentenza valida assolutamente inimpugnabile con i mezzi previsti dalla legge: né con la querela di nullità perché la sentenza era valida, né con l’appello perché era prescrito il termine, né con la nova causae propositio perché mancava il presupposto della doppia sentenza conforme (tranne nel processo documentale), né con la restitutio in integrum per il divieto (non assoluto, come abbiamo ricordato al § 4.3) del passaggio in giudicato stabilito dai cann. 1641 e 1643 collatis cum can. 1645 e perché le prime quattro fattispecie del can. 1645 § 2 (la quinta più che con la restitutio in integrum è impugnabile con la querela di nullità insanabile per violazione del ne bis in idem) erano a fortiori motivo di nova causae propositio. Tuttavia, mentre, prima del MI, la retractatio – per evitare una sentenza negativa la quale fosse “più inimpugnabile” che una doppia sentenza conforme – era una evidente manifestazione dell’aequitas canonica, invece essa perderebbe il suo senso nel nuovo impianto del MI, in cui “ogni” sentenza non appellata, al pari della doppia sentenza conforme, diventa giudicato impugnabile in modo omogeneo con la nova causae propositio, oltre che con la restitutio in integrum ex can. 1645 § 2, nn. 1-4, tenendo conto che «Dinanzi alla Rota Romana non è ammesso il ricorso per la “nova causae propositio”, dopo che una delle parti ha contratto un nuovo matrimonio canonico, a meno che consti manifestamente dell’ingiustizia della decisione» [40], vale a dire appunto per le qualificate ragioni che consentono la restitutio in integrum ex can. 1645 § 2, nn. 1-4 [41]. Di conseguenza, mentre la Declaratio SAp 3-6-1989 sarebbe vigente secondo la dottrina maggioritaria, essa invece, per chi cerca nel rispetto della legge la par condicio fra le sentenze affermative e quelle negative, è da ritenersi abrogata in applicazione del Rescr. 7/12-12-2015 n. I: «Le leggi di riforma del processo matrimoniale succitate abrogano o derogano ogni legge o norma contraria finora vigente, generale, particolare o speciale, eventualmente anche approvata in forma specifica».

4.7.   “... et alia huiusmodi”

Non mancano gli argomenti su cui continuare a dialogare. Ad es.: la sentenza negativa può produrre la certezza morale sulla validità del matrimonio per i capi decisi negativamente? L’assunto è molto importante e, forse, più difficile delle altre quaestiones disputatae finora accennate. Del tema (al quale risponderei affermativamente in non poche fattispecie) si è occupato Montini, come di tanti altri:

«E non è irrazionale che in questo art. 4 [MI cann. 1679-1682] vengano date norme di esemplificazione e semplificazione in riferimento alle decisioni affermative, ossia a favore della nullità matrimoniale. Lo permette sia la ovvia osservazione che una causa di nullità si attiva solo dall’interesse di chi chiede la dichiarazione, pur senza averne diritto, ovviamente. Ma ancor più lo esige lo statuto giuridico di una decisione affermativa (ove il giudice ha raggiunto la certezza morale della nullità, che esclude la probabilità del contrario) rispetto ad una decisione negativa (ove il giudice non ha raggiunto la certezza morale della nullità, ma non si esclude la probabilità della nullità stessa). Il regime semplificato per le decisioni favorevoli alla nullità del matrimonio non è una (impossibile) concessione al favor nullitatis o una ingiusta discriminazione rispetto alle sentenze negative, ma il doveroso riconoscimento della diversa natura delle decisioni affermative»[42].

La questione implica anche la possibilità della conferma mediante decreto ex MI can. 1680 § 2 delle sentenze negative[43] di prima istanza e delle sentenze di seconda istanza non conformi con quelle di primo grado. Avrei voluto approfondire le considerazioni già fatte[44], ma devo finire questo lavoro. Spero che vi sia l’occasione di rifletterci ancora e magari anche di correggere i miei errori.

5.     Breve conclusione interlocutoria

La proposizione, da parte della legge, di un istituto immediatamente riferito alle sentenze affermative nelle cause di nullità del matrimonio non implica necessariamente che la sua applicazione sia vietata per le sentenze negative, a meno che ciò sia stato indicato esplicitamente (cfr. cann. 17, 18, 20). Talvolta, il diretto riferimento alle sentenze affermative vuole sottolineare che l’innovazione introdotta coinvolge specialmente dette sentenze, senza che quelle negative, tuttavia, restino al margine di una riforma che statuisce un unico processo ordinario di nullità del matrimonio, all’interno del quale vivono tutte le cause alle quali non si applicano le altre due forme processuali per la dichiarazione di nullità del matrimonio previste dal Legislatore: il processo più breve davanti al vescovo diocesano e quello documentale. La par condicio fra le sentenze affermative e quelle negative giova anche a rendere più evidente che il MI serve per facilitare quanto più possibile lo snellimento del processo, sempre però e soltanto pro rei veritate.



* Prolusione all’inaugurazione dell’Anno giudiziario del Tribunale Ecclesiastico Interdiocesano Umbro, Perugia 20-2-2017, destinata agli Studi in onore dell’Avv. Carlo Gullo, Libreria Editrice Vaticana, Stato della Città del Vaticano 2017.

[1] Papa Francesco, Omelia alla Santa Messa Crismale, 13-3-2017.

[2] Cfr. Benedetto XIV, Const. ap. “Dei miseratione”, causarum matrimonialium judicia coram quibus, & quo ordine, ac forma peragenda sint, constituitur, 3-11-1741, § 11, in Sanctissimi Domini Nostri Benedicti Papae XIV bullarium, Editio recentior auctior & emendatior, Sumptibus Bartholomaei Occhi, Superiorum permissu, Venetiis 1777, vol. 1 / tom. 1, 69-74, e (in versione incompleta) in Petrus Gasparri, Iustinianus Serédi, Codicis Iuris Canonici fontes, Typis Polyglottis Vaticanis, Romae 1926, vol. 1, n. 318, pp. 695-701 [cit.=DM].

[3] Cfr. Pio Vito Pinto, La riforma del processo matrimoniale per la dichiarazione di nullità, Voluta e decisa da Papa Francesco, «L’Osservatore Romano» 9-9-2015, 7: http://www.osservatoreromano.va/it/news/la-riforma-del-processo-matrimoniale-la-dichiarazi#sthash.4jcn1Otf.dpuf; Giovanni Maria Vian, direttore de «L’Osservatore Romano», Speranza e non paure”. Intervista al decano della Rota romana sul nuovo processo matrimoniale, «L’Osservatore Romano» 8-10-2015, 1 e 7: http://www.osservatoreromano.va/it/news/speranza-e-non-paure; La “mens” del Pontefice sulla riforma dei processi matrimoniali, «L’Osservatore Romano» 8-11-2015, 8.

[4] Cfr. Joaquín Llobell, Alcune questioni comuni ai tre processi per la dichiarazione di nullità del matrimonio previsti dal m.p. “Mitis iudex”, Relazione al Seminario di studio «La riforma operata dal m.p. “Mitis Iudex”», organizzato da “LUMSA Università. Scuola di Alta Formazione in Diritto Canonico, Ecclesiastico e Vaticano” & dalla “Consociatio Internationalis Studio Iuris Canonici Promovendo”, alla “Sala Giubileo” della LUMSA, Roma, 30-10-2015. Versione senza note in calce, 19-20: http://www.consociatio.org/repository/Llobell_Lumsa.pdf [online 2-11-2015]. Per la versione con note cfr. «Ius Ecclesiae» 28 (2016) 30-36. Sono on-line sul Canale Youtube della Consociatio le registrazioni audio e video di tutti gli interventi al seminario di studio del Card. Francesco Coccopalmerio e dei Proff. Luis Navarro, Paolo Moneta, Giuseppe Dalla Torre e Joaquín Llobell, 30-10-2015: https://www.youtube.com/channel/UC903fkA0D1MYIAMEFxOEc7A.

[5] Ad es., in Questioni circa l’appello e il giudicato nel nuovo processo matrimoniale. Con brevi considerazioni sul “Tavolo di lavoro” per l’Italia, «Ephemerides Iuris Canonici» 56 (2016) 436-446, da dove attingo in questo scritto.

Una impostazione analoga hanno, ad es.: Massimo del Pozzo, L’impatto della riforma sul diritto processuale vigente, in Lucia Musso, Carlo Fusco (a cura di), La riforma del processo matrimoniale ad un anno dal “Motu proprio Mitis Iudex Dominus Iesus”, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2017, 63; Id., L’appello manifestamente dilatorio, § 6.1, Relazione nell’Incontro di formazione organizzato presso il Vicariato di Roma, 3-5-2017, dal Coetus Advocatorum, in corso di pubblicazione; Alessandro Recchia, I mezzi d’impugnazione: alcune considerazioni, in Ernest B. O. Okonkwo, Alessandro Recchia (a cura di), Tra rinnovamento e continuità. Le riforme introdotte dal “motu proprio Mitis Iudex Dominus Iesus”, Urbaniana University Press, Città del Vaticano 2016, 113-119; Rafael Rodríguez Chacón, La ejecutividad de las sentencias afirmativas de nulidad de matrimonio no apeladas, «Revista General de Derecho Canónico y Derecho Eclesiástico del Estado» 40 (2016) 35; Rafael Rodríguez-Ocaña, “Mitis Iudex”: Fuero competente y sistema de apelaciones, «Ius Canonicum» 56 (2016) 118, 120, 122.

[6] «Ita est matrimonii favor irritum dissoluere, ac validum tueri» (Thomas Sánchez, Disputationum de sancto matrimonii sacramento, lib. 7, disp. 100, n. 14, Tip. Iuntas, Venetiis 1625, vol. 2, 363).

[7] San Giovanni Paolo II, Discorso alla Rota Romana, 28-1-2002, n. 7b: «AAS» 94 (2002) 340-346.

[8] “Mens Legislatoris”, 12-3-2016, al Corso di Formazione sul processo matrimoniale tenuto dalla Rota Romana, «Quaderni dello Studio Rotale» 23 (2016) 49-52: «Il Santo Padre ricevendo il 12 marzo 2016 i 600 partecipanti al Corso di Formazione sul processo matrimoniale tenuto dalla Rota Romana, pronunciò il Discorso sopra riportato, aggiungendo infine e a braccio la sua mens interpretativa della legge di riforma».

Si potrebbe aggiungere il processo documentale (cfr. MI cann. 1688-1690 e MI Ratio procedendi, art. 21).

[9] De civitate Dei, L. 19, c. 13, § 1, in Corpus Christianorum. Series Latina, vol. 48, Brepols, Turnholti 1950, p. 679. San Giovanni Paolo II adoperò l’espressione tranquillitas ordinis per sintetizzare lo scopo del diritto nella Chiesa nel suo discorso di presentazione del Codex Canonum Ecclesiarum Orientalium, 25-10-1990 (cfr. n. 3), durante l’8ª Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi.

[10] Considerazioni riprese da Joaquín Llobell, Il «petitum» e la «causa petendi» nel contenzioso-amministrativo canonico. Profili sostanziali ricostruttivi alla luce della cost. ap. «Pastor bonus», «Ius Ecclesiae» 3 (1991) 124-131.

[11] Summa Theologiae, II-II, q. 29, artt. 2 e 3.

[12] San Giovanni Paolo II, Discorso alla Rota Romana, 17-2-1979, n. 3, «AAS» 71 (1979) 422-427.

[13] Alessandro III, “Lator”, X 2.27.7, rubrica / sommario. Trascrivo l’intero testo della decretale come lo propongono Aemilius Ludwig Richter, Aemilius Friedberg, Corpus Iuris Canonici, vol. 2, 2 ed. Lipsiense (1879-1881), Akademische Druck– und Verlaganstalt Graz, Graz 1955, col. 394. Il corsivo è dell’originale: a) Rubrica / sommario: «Sententia lata contra matrimonium nunquam transit in rem iudicatam; unde quandocunque revocatur, quum constat de errore». b) Testo della decretale: «Lator praesentium W. parochianus vester sua nobis insinuatione monstravit, quod, quum in facie ecclesiae quandam mulierem viduam A. nomine legitime desponsasset, et carnalis esset copula subsecuta, inter eos scandalum est subortum, cuius occasione praedictus vir debitum ei coniugale subtraxit. Consanguinei vero iam dictae mulieris hoc molestum habentes, coram vobis quaestionem moverunt proponentes, quod mulierem invitam et renitentem, nec aetatis aptae matrimonio exsistentem duxisset uxorem. Et quoniam idem vir, sicut nobis proponitur, vitam cupiebat agere dissolutam, demum, utriusque studio interveniente, fuerunt minus rationabiliter separati. Nolentes igitur matrimonia canonice contracta levitate quadam dissolvi, discretioni vestrae per apostolica scripta praecipiendo mandamus, quatenus, si vobis constiterit, eos per iudicium ecclesiae non fuisse legitime separatos, ecclesiamque deceptam, ipsos contradictione et appellatione cessante faciatis sicut virum et uxorem insimul permanere».

[14] «Sententia lata contra matrimonium nunquam transit in rem iudicatam; unde quandocunque revocatur, quum constat de errore» (“Lator”, X 2.27.7, rubrica / sommario, corsivo mio).

[15] «Et quoniam idem vir, sicut nobis proponitur, vitam cupiebat agere dissolutam, demum, utriusque studio interveniente, fuerunt minus rationabiliter separati. Nolentes igitur matrimonia canonice contracta levitate quadam dissolvi, [...] mandamus, quatenus, si vobis constiterit, eos per iudicium ecclesiae non fuisse legitime separatos, ecclesiamque deceptam, ipsos contradictione et appellatione cessante faciatis sicut virum et uxorem insimul permanere» (decretale “Lator”, testo in fine; corsivo dell’originale).

[16] Fra gli altri (chiedo scusa dalle omissioni), cfr. John P. Beal, “Mitis Iudex”. Canons 1671-1682, 1688-1691. A Commentary, «The Jurist» 75 (2015) 511; William L. Daniel, The “appellatio mere dilatoria” in causes of nullity of marriage. A contribution to the general theory of the appeal against a definitive sentence, «Studia Canonica» 50 (2016) 442; Grzegorz Erlebach, Algunas cuestiones sobre la apelación en las causas de nulidad matrimonial, «Ius communionis» 5 (2017) 67-69; Id., Appello in quanto impugnativa dopo l’entrata in vigore del Motu pr. “Mitis Iudex Dominus Iesus”, in Studi in onore dell’Avv. Carlo Gullo, Libreria Editrice Vaticana, Stato della Città del Vaticano 2017, in corso di stampa, § 1 (molto ampio); Paolo Moneta, L’appello nel nuovo processo matrimoniale, «Stato, Chiese e pluralismo confessionale. Rivista telematica» (http://www.statoechiese.it/n. 21/2017/12-6-2017), passim, in particolare, 4-7, 11-12; G. Paolo Montini, Dopo la decisione giudiziale: appello e altre impugnazioni, in Aa.Vv., La riforma dei processi matrimoniali di Papa Francesco. Una guida per tutti, a cura della Redazione di Quaderni di diritto ecclesiale, Ancora editrice, Milano 2016, 114; Id., «Si appellatio mere dilatoria evidenter appareat» (cann. 1680 §2 e 1687 §4 MIDI): alcune considerazioni, «Periodica» 105 (2016) 666, nota 7; Carmen Peña García, La reforma de los procesos canónicos de nulidad matrimonial: el motu propio “Mitis Iudex Dominus Iesus”, «Estudios Eclesiásticos» 90 (2015) 656; Id., L’appello nelle cause matrimoniali, in Héctor Franceschi, Miguel Ángel Ortiz (a cura di), “Ius et matrimonium II”. Temi processuali e sostanziali alla luce del Motu Proprio “Mitis Iudex Dominus Iesus”, Edusc, Roma 2017, 309-338, passim, in particolare 331-334; Adolfo Zambon, Esecutività della sentenza e impugnazione, in Gruppo Italiano Docenti di Diritto Canonico, 44º Incontro di Studio: “La riforma del processo canonico per la dichiarazione di nullità del matrimonio”, 3/7-7-2017 (Testo provvisorio).

[17] Mi limito a indicare le decisioni della Rota Romana richiamate da Moneta nello studio citato (L’appello nel nuovo processo matrimoniale), pubblicato il 12-6-2017: coram Salvatori, decreto, 17-2-2016, Prot. 22.774, cit. da Moneta a pp. 6 e 14, note 8 e 15; coram Todisco, decreto, 23-6-2016, Prot. 22.507, cit. da Moneta a pp. 13 e 14, note 11 e 15; coram Salvatori, decreto, 11-10-2016, Prot. 22.963, cit. da Moneta a p. 14, nota 14. Sulla natura di decisione sul merito stricto sensu dei decreti di ratifica ex MI can. 1680 § 2, oltre ai citati decreti coram Salvatori e Todisco, Moneta (p. 14, nota 15) rinvia ad altri citati da Montini in «Si appellatio mere dilatoria evidenter appareat», cit. Inoltre, Moneta cita (p. 15, nota 18) un decreto coram Jaeger (5-7-2016, B.Bis 51/2016) in cui si afferma la possibilità, ben circostanziata e condivisa da Moneta, di un decreto di reiezione dell’appello all’evidenza meramente dilatorio senza una pronuncia sul merito della sentenza appellata.

[18] Comunicato della Sala Stampa della Santa Sede, 20-9-2014.

[19] Paolo Moneta, L’appello nel nuovo processo matrimoniale, cit. 7-8.

[20] Cfr. S.C. per i Sacramenti, Instr. “Provida Mater Ecclesia”, servanda a tribunalibus dioecesanis in pertractandis causis de nullitate matrimoniorum, 15-8-1936, art. 217 § 1, «AAS» 28 (1936) 313-361 [cit.=PME].

[21] Beato Paolo VI, M.p. Causas matrimoniales, 28-3-1971, «AAS» 63 (1971) 441-446 [cit.=CM]. Per le Chiese orientali, cfr. Id., M.p. Cum matrimonialium, 8-9-1973, «AAS» 65 (1973) 577-581.

[22] «Adversus decretum collegii, sententiam primi gradus ratam habens, defensor vinculi vel pars, quae se gravatam putet, ius habent recurrendi, intra decem dies a die publicationis decreti, ad superius Tribunal, sed tantummodo prolatis novis et gravibus argumentis, quae tamen praesto sint. Huiusmodi argumenta debent exhiberi Tribunali tertii gradus intra mensem ab interposito recursu» (CM n. IX § 1).

[23] Cfr. Grzegorz Erlebach, L’impugnazione de la sentenza e la procedura «ex can. 1682», in Héctor Franceschi, Joaquín Llobell, Miguel Ángel Ortiz (a cura di), La nullità del matrimonio: temi processuali e sostantivi in occasione della «Dignitas Connubii», Edusc, Roma 2005, 247-268; Id., L’impugnazione della sentenza e l’invio «ex officio» della causa al tribunale di appello nell’istr. «Dignitas connubii», «Ius Ecclesiae» 18 (2006) 439-463.

[24] Vide supra note 16 e 17.

[25] MI can. 1691 § 3: «In ceteris quae ad rationem procedendi attinent, applicandi sunt, nisi rei natura obstet, canones de iudiciis in genere et de iudicio contentioso ordinario, servatis specialibus normis circa causas de statu personarum et causas ad bonum publicum spectantes».

[26] Grzegorz Erlebach, Appello in quanto impugnativa, cit. § 1, sub a). Questo studio, assieme a quello di Moneta, forse è quello in cui è dedicata maggiore attenzione al tema, con la consueta acribia del Giudice rotale polacco. Inoltre, essendo destinato il saggio di Mons. Erlebach al medesimo volume in cui saranno ospitate le presenti annotazioni (la raccolta degli Studi in onore dell’Avv. Carlo Gullo), diventa agevole la consultazione del contesto del brano citato. Comunque, l’impostazione di Erlebach è sostanzialmente condivisa, in modo più o meno sviluppato e esplicito, dalla giurisprudenza e dalla dottrina sopraindicate. Di conseguenza, dopo le iniziali citazioni di Erlebach e le mie riflessioni, esporrò senza richiami espliciti qualcuno dei pareri sui quali avrei qualche riserva.

[27] Grzegorz Erlebach, Appello in quanto impugnativa, cit. § 1, sub a).

[28] Come segnalato nel testo di Erlebach sopracitato in nota 26.

[29] Cfr. Joaquín Llobell, Questioni circa l’appello e il giudicato, cit. 436-440.

[30] Vide supra note 13 e 15.

[31] Cfr. Benedetto XVI, M.p. “Antiqua ordinatione”, quo Supremi Tribunalis Signaturae Apostolicae “lex propria” promulgatur, 21-6-2008, art. 120 § 2, «AAS» 100 (2008) 513-538.

[32] Dig. 1, 5, 25, Ulpianus, libro 1 ad legem Iuliam et Papiam.

[33] Panormitanus [Niccolò dè Tedeschi, Abbas Panormitanus, Catania 1386 – Palermo 1445], Commentaria super II Librum Decretalium, apud Sebast. Gryphium, Lugduni 1531, ad X 2.27.13, n. 6.

[34] Cfr. Tribunale Ecclesiastico Regionale Lombardo, coram Maragnoli, Mediolanen., sentenza interlocutoria con funzione di sentenza definitiva, 17-12-1998, Nullitatis matrimonii; incidentis: de exceptione rei iudicatae, «Il Diritto Ecclesiastico» 114/2 (2003) 201-210; Tribunale di Appello del Vicariato di Roma, coram Martín de Agar, decreto, 16-4-2002, Romana, Nullitatis Matrimonii; Praeliminar. de querela nullitatis, «Il Diritto Ecclesiastico» 116/2 (2005) 3-9. La decisione lombarda non fu confermata dalla Rota Romana, non perché il Tribunale Apostolico abbia negato la possibilità dell’exceptio iudicati ex officio nelle cause matrimoniali, bensì perché la Rota ritenne che il libello di domanda riguardasse una causa petendi diversa da quella sulla quale si era avuta una sentenza negativa in un precedente processo (cfr. Rota Romana, coram Serrano Ruiz, sentenza definitiva [11/2004], 23-1-2004, Reg. Insubris seu Mediolanen., Nullitatis matrimonii, nn. 4-10, «Ius Ecclesiae» 17 [2005] 711-742 e «RRD» 96 [2004] 66-90; Joaquín Llobell, Ancora sulla modifica «ex officio» del decreto di concordanza del dubbio, «Ius Ecclesiae» 17 [2005] 742-758). Con la stessa impostazione, cfr. Tribunale Ecclesiastico Regionale Lombardo, coram Maragnoli, 30-6-2011, Mediolanen., Nullitatis matrimonii, Prot. n. 498/2009, inedita.

[35] Cfr. Onorio III (a. 1216-1227), Sua nobis X 2.28.65; Clemente V (a. 1305-1314), Ut calumniis Clem. 2.11.1; Francesco Salerno, La terza istanza nel processo ordinario canonico latino: diritto vigente e «ius vetus», in Istituto Giuridico Sammarinese, «Miscellanea» 8 (2003) 41-87 e 91-118.

[36] Paolo Moneta, L’appello nel nuovo processo matrimoniale, cit. 12, sub f) [vi è un mero refuso perché manca il § sub d)].

[37] Carmen Peña García, L’appello nelle cause matrimoniali, cit. 334.

[38] Cfr. Segnatura Apostolica, Declaratio de foro competenti in causa nullitatis matrimonii, post sententiam negativam in prima instantia latam, 3-6-1989, «AAS» 81 (1989) 988-990, e «Ius Ecclesiae» 2 (1990) 343-345 [cit.=Declaratio SAp 3-6-1989].

[39] PME art. 217 § 1: «Cum sententiae in causis matrimonialibus numquam transeant in rem iudicatam, causae ipsae retractari poterunt coram tribunali superiori, non exceptis casibus in quibus appellatio defuerit vel deserta aut perempta fuerit». § 2: «Sed ex duplici sententia conformi in his causis consequitur ut ulterior propositio non debeat admitti, nisi novis prolatis iisdemque gravibus argumentis vel documentis (cfr. cann. 1903, 1989)». § 3 [...].

PME art. 218 § 1: «Causa matrimonialis ab uno tribunali iudicata, ab alio tribunali eiusdem gradus iterum iudicari nunquam potest, etiamsi praesto sint nova argumenta vel documenta, sed de ea videre potest iterum tantummodo tribunal superioris instantiae, praevia appellatione (Comm. Pont., 16 Iunii 1931: “AAS” 23 [1931] 353)».

[40] Papa Francesco, Rescritto sul compimento e l’osservanza della nuova legge del processo matrimoniale, 7-12-2015, n. II § 3, «Bollettino della “Sala Stampa” della Santa Sede» 11-12-2015, «L’Osservatore Romano» 12-12-2015, 8 [cit.=Rescr. 7/12-12-2015].

[41] Cfr. Joaquín Llobell, Novità procedurali riguardanti la Rota Romana: le facoltà speciali, «Stato, Chiese e pluralismo confessionale. Rivista telematica» (http://www.statoechiese.it/21-10-2013), 32/2013, 19-26; Id., Circa i motivi del M.p. “Mitis Iudex” e il suo inserimento nel sistema delle fonti, in Héctor Franceschi, Miguel Ángel Ortiz (a cura di), “Ius et matrimonium II”, cit. 58-63.

[42] G. Paolo Montini, Dopo la decisione giudiziale: appello e altre impugnazioni, 114.

[43] Possibilità esclusa dalla Segnatura Apostolica forse perché è applicato lo stesso criterio dell’abrogato can. 1682 del CIC 1983 (DC art. 266: «Causa per examen ordinarium semper pertractanda est in secundo vel ulteriore iudicii gradu, quoties agatur de sententia negativa adversus quam appellatio proposita est vel de sententia affirmativa quae in secundo aut ulteriore gradu lata est»): «Decisiones pro vinculo dari non possunt per decretum confirmationis»: Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, Lettera circolare “Inter munera” sullo stato e l’attività dei Tribunali, 30-7-2016, Prot. n. 51712/16 VT, con 3 allegati in lingua latina, tradotti in diverse lingue ma non in italiano: a) Relatio annualis de statu et activitate Tribunalium pro Ecclesia Latina; b) Relatio annualis de statu et activitate Tribunalium pro Ecclesiis Orientalibus; c) Instructiones ad relationem annualem de statu et activitate Tribunalis conficiendam: http://www.vatican.va/roman_curia/tribunals/apost_signat/index_it.htm: Pars III: De activitate tribunalis in secunda instantia; Sectio I: Causae nullitatis matrimonii per ordinarium tramitem pertractatae; Linea 33a.

[44] Cfr. Joaquín Llobell, Questioni circa l’appello e il giudicato, cit. 440-444.

 

Saluto di S. Em.za Rev.ma Sig. Card. Gualtiero BASSETTI

Arcivescovo Metropolita di Perugia – Città della Pieve

Presidente della Conferenza Episcopale Umbra

Moderatore del Tribunale Ecclesiastico Interdiocesano Umbro

 

Desidero rinnovare e confermare a tutti gli operatori del nostro Tribunale, l’apprezzamento non solo mio, ma di noi Vescovi (mi fa piacere che siamo diversi presenti della Conferenza) e in particolare al nostro vicario giudiziale, p. Cristoforo.

Soltanto poche parole, magari anche fuori tema, che mi stanno a cuore, che voglio trasmettere, prima di entrare nel merito della prolusione e degli approfondimenti.

Viviamo ancora un tempo speciale dopo la chiusura del Grande Giubileo Straordinario della Misericordia, ma lo spirito e le opere della misericordia non si sono esaurite nell’Anno giubilare: devono continuare. L’anno del Grande Giubileo della Misericordia dovrebbe essere visto e interpretato come un tempo di aggiornamento e di rinnovamento. In fondo o è un motore che muove tutte le realtà, veramente sotto questo denominatore comune della misericordia, oppure è un evento grandioso, ma noi siamo abituati agli eventi, passano: l’Anno della Fede è passato, l’Anno della Vita religiosa è passato. Non vorrei che si dicesse che il Grande Giubileo… Questo non può passare, perché deve rimanere come un motore che muove tutta la Chiesa e il grande cuore della Chiesa. Infatti, scrive Papa Francesco nella Lettera Apostolica Misericordia et misera: “La misericordia non può essere una parentesi nella vita della Chiesa, ma costituisce la sua stessa esistenza, che rende manifesta e tangibile la verità profonda del Vangelo. Tutto si rivela nella misericordia; tutto si risolve nell’amore misericordioso del Padre (n.1).

Abbiamo celebrato un Anno intenso, (anche nelle nostre diocesi) durante il quale ci è stata donata con abbondanza la grazia della misericordia. (quella Porta Santa che il Papa ha detto ora è chiusa all’interno della Chiesa, ma deve sempre rimanere aperta verso l’esterno per accogliere tutti).

In un momento particolare come il nostro, – sono ancora le parole del Papa – che tra tante crisi vede anche quella della famiglia, è importante che giunga una parola di forza consolatrice alle nostre famiglie. (ha fatto tanta tenerezza quella bambina nella carrozzina, che era un po’ diventata la figlia di tutti noi, che passavamo lì, una carezza. Stava tranquilla, dormiva, riposava…. il dono di un figlio).

Il dono del matrimonio è una grande vocazione a cui, con la grazia di Cristo, corrispondere nell’amore generoso, fedele e paziente. La bellezza della famiglia – dice il Papa – permane immutata, nonostante tante oscurità e proposte alternative: “La gioia dell’amore che si vive nelle famiglie è il giubilo della Chiesa” (è bello questo). La gioia dell’amore che si vive nelle famiglie sono il giubilo della Chiesa. Il sentiero della vita che porta un uomo e una donna a incontrarsi, amarsi, e davanti a Dio a promettersi fedeltà per sempre, è spesso interrotto da sofferenza, tradimento e solitudine. La gioia per il dono dei figli non è immune dalle preoccupazioni dei genitori riguardo alla loro crescita e formazione, riguardo a un futuro degno di essere vissuto intensamente» (n.14). Lo dicevo con alcuni di voi, bisogna veramente ritornare a quello che è stato il tema fondamentale del decennio nel quale siamo ancora coinvolti dal 10 al 20, il tema dell’Educazione: Educare alla vita buona del Vangelo. Vi ricordate. Non è tramontato questo tema. Io anche all’ultimo Consiglio Permanente della CEI ho raccomandato che si ritornasse, perché se nella Chiesa, catechisti, sacerdoti si smette di educare, se nelle famiglie si smette di educare, noi poi abbiamo le situazioni deleterie che ci stanno davanti. È irrinunciabile il compito dell’educazione. L’ho detto alla CEI, riproponetelo con forza per la fine della seconda metà di questo decennio.

Il Santo Padre Francesco, nell’Allocuzione alla Rota Romana di quest’anno – da meditare e applicare da tutti gli operatori della pastorale della famiglia – ci ha ricordato che “occorre grande coraggio a sposarsi nel tempo in cui viviamo”. E lo disse, se vi ricordate quando per la prima volta venne ad Assisi, che parlò ai giovani nella Piazza di Santa Maria. Disse proprio che occorre il coraggio per sposarsi. “Quanti hanno la forza e la gioia di compiere questo passo importante – dice il Papa – devono sentire accanto a loro l’affetto e la vicinanza concreta della Chiesa”. Anche perché “le esperienze di fede di coloro che richiedono il matrimonio cristiano sono molto diverse”: alcuni “partecipano attivamente alla vita della parrocchia”; altri “vi si avvicinano per la prima volta”; alcuni “hanno una vita di preghiera anche intensa”. Poi ci sono coloro che sono invece “guidati da un più generico sentimento religioso”, si avvicinano anch’esse al matrimonio, insieme alle persone addirittura “lontane dalla fede o carenti di fede”.

Di fronte a questa situazione, occorre trovare dei “validi rimedi”, afferma Papa Francesco. Il primo è, senza dubbio, la “formazione dei giovani, mediante un adeguato cammino di preparazione volto a riscoprire il matrimonio e la famiglia secondo il disegno di Dio”. Oggi più che mai, una preparazione del genere “si presenta come una vera e propria occasione di evangelizzazione degli adulti e, spesso, dei cosiddetti lontani”, il Papa rimarca la Familiaris consortio di S. Giovanni Paolo II sottolineando la necessità di “nuovo catecumenato”.

Di pari passo, come secondo rimedio, va fornito ai novelli sposi l’aiuto “a proseguire il cammino nella fede e nella Chiesa anche dopo la celebrazione del matrimonio. È necessario individuare, con coraggio e creatività, un progetto di formazione per i giovani sposi con iniziative volte ad una crescente consapevolezza del sacramento ricevuto”. L’accompagnamento e l’integrazione sono poi gli ultimi capitoli dell’Amoris laetitia.

Tutta la comunità cristiana ha il compito di “accogliere, accompagnare e aiutare” le giovani coppie, “offrendo occasioni e strumenti”.

Troppo spesso “i giovani sposi – ricorda il Papa – vengono lasciati a sé stessi, magari per il semplice fatto che si fanno vedere meno in parrocchia; ciò avviene soprattutto con la nascita dei bambini”. Al contrario, è “proprio in questi primi momenti della vita familiare che occorre garantire maggiore vicinanza”.

“Non possiamo dimenticare che ognuno porta con sé la ricchezza e il peso della propria storia, che lo contraddistingue da ogni altra persona. – ancora il Papa – La nostra vita, con le sue gioie e i suoi dolori, è qualcosa di unico e irripetibile, che scorre sotto lo sguardo misericordioso di Dio (Lettera Apostolica Misericordia et misera, n.14).

Comprendere adeguatamente questi richiami del Santo Padre è indispensabile per valutare e giudicare sulla validità del matrimonio legiferati dalla norma canonica da applicare con equità e carità. Il giudice ecclesiastico deve imparare l’arte del discernimento, – quanto ci insite il Papa – l’impegno di accompagnare quanti sono feriti, la creatività pastorale per integrare tutti nella comunione con Dio e con la Chiesa come ci ha recentemente ricordato il cardinale Beniamino Stella – e davanti alla varietà della realtà matrimoniale e alle situazioni complesse di tante famiglie dobbiamo avere sempre il coraggio di proporre la verità evangelica». Questo non sempre va secondo corrente. La verità evangelica è l’unica verità da raggiungere e praticare, che giustamente viene recepita dal Codex nel principio della “salus animarum”, come ratio evangelica e assoluto principio ispiratore dell’intero ordinamento canonico.

Papa Francesco richiama tutta la Chiesa ad osservare questa prerogativa fondamentale del Vangelo e ci invita, con l’insegnamento e con l’esempio, a seguire il Maestro, che non è venuto a giudicare, ma a salvare il mondo (Gv 3,17; 12,47). Grazie.

 
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